John Locke e il problema della proprietà privata

Da leggere

di CARLO CAGLIANI

Rebecca Lowe su “Tha Freeman” – racconta il proprio lungo confronto intellettuale con John Locke, concentrandosi soprattutto sul quinto capitolo del Second Treatise of Government, dedicato alla proprietà. Non interessa tanto la biografia di Locke, quanto la forza dei suoi argomenti filosofici e, soprattutto, il problema che essi pongono a chi voglia conciliare liberalismo, libertà individuale e capitalismo.

La questione di fondo è apparentemente semplice, ma dalle conseguenze enormi: perché un individuo dovrebbe avere il diritto morale di escludere gli altri dal godimento di una cosa che possiede? Perché, per esempio, il proprietario di un albero dovrebbe poter impedire a un affamato di mangiarne le mele? E da dove nasce l’obbligo morale degli altri di rispettare quella proprietà?

Il problema diventa ancora più interessante se si rifiuta di giustificare la proprietà soltanto sulla base delle sue conseguenze positive. L’argomento secondo cui «senza proprietà privata non ci sarebbero prosperità e pace» è infatti di natura consequenzialista. L’autrice, invece, cerca una giustificazione che sia compatibile con i principi liberali di libertà fondamentale e uguaglianza morale degli individui.

Da questo percorso emergono quattro possibili fondamenti della proprietà: i diritti naturali, la proprietà di sé, il consequenzialismo e il bene comune.

La prima conclusione è che un diritto naturale alla proprietà, in senso strettamente lockeano, sembra estendersi soprattutto a un diritto generale e uguale per tutti di poter acquisire almeno quei beni privati necessari a soddisfare i bisogni fondamentali. Tale diritto trova il proprio fondamento nella ragione umana e nel bene dell’uomo.

La seconda riguarda la self-ownership, cioè l’idea che ciascuno sia proprietario di sé stesso e del proprio corpo. Secondo l’autrice, questa premessa non può essere semplicemente trasferita alle cose esterne: dal fatto che io sia proprietario del mio corpo non segue automaticamente che io sia proprietario di qualunque bene abbia trasformato con il mio lavoro.

Il terzo punto riguarda le conseguenze positive del capitalismo. Prosperità, pace e soddisfazione dei bisogni sono certamente elementi importanti, ma non possono costituire da soli la giustificazione morale della proprietà privata.

Infine emerge il ruolo del bene comune e del diritto positivo. Un sistema esteso di proprietà privata può essere moralmente legittimato attraverso diritti istituiti da leggi legittime e attraverso processi democratici, purché orientati al bene comune. In questa prospettiva, la proprietà non serve soltanto a impedire la miseria: consente a una società di organizzarsi in modo da soddisfare una quantità vastissima di preferenze individuali e perseguire quella prosperità che rappresentava, secondo la Lowe, uno degli ideali fondamentali di Locke.

È questa, in definitiva, la soluzione che l’autrice dice di aver trovato grazie a Locke: il capitalismo può essere difeso filosoficamente, ma la sua difesa non può essere ridotta alla semplice affermazione assoluta della proprietà privata né alla sola utilità economica. Occorre spiegare perché determinati diritti di proprietà siano moralmente giustificati e come possano inserirsi in un ordinamento liberale fondato sulla libertà e sulla pari dignità degli individui.

Una volta arrivato a questa conclusione, racconta l’autrice, il problema che la aveva tormentata durante il dottorato ha smesso di assillarla. Locke aveva fornito, almeno a suo giudizio, gli strumenti necessari per risolverlo.

Correlati

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Articoli recenti