di CHAT GPT
Dopo essermi ascoltato il discorso, ho scritto questo prompt: “Ti allego il discorso che ha tenuto ieri Javier Milei all’ONU. Sulla scorta di quanto affermato dal presidente argentino, scrivimi un articolo, sferzante di taglio libertario, che riassuma al meglio il contenuto del suo speech al Palazzo di vetro. Nell’articolo, metti tra virgolette le affermazioni più incisive di Milei”. (Elleffe)
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Il presidente argentino attacca il Leviatano burocratico, difende libertà, proprietà privata e capitalismo e lancia una sfida sull’intelligenza artificiale
Davanti all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, Javier Milei ha scelto ancora una volta di non usare il linguaggio diplomatico convenzionale. Il suo discorso è stato costruito attorno a una critica radicale del ruolo assunto dalle istituzioni internazionali e a una concezione fortemente centrata su libertà individuale, proprietà privata, sovranità nazionale, capitalismo e innovazione tecnologica.
Il punto di partenza è quasi metodologico: secondo Milei, quando un’organizzazione pretende di orientare il destino di Stati e cittadini, la prima cosa da fare è verificare se stia realmente rispettando la funzione per la quale è stata costituita.
«È sempre preferibile dire una verità scomoda piuttosto che una comoda bugia», ha esordito, spiegando che avrebbe affrontato tre questioni: ciò che l’ONU avrebbe dovuto fare e non ha fatto; ciò che non avrebbe dovuto fare ma ha fatto; e il rapporto dell’organizzazione con l’avvento dell’intelligenza artificiale.
È da qui che comincia la requisitoria.
L’ONU E IL PROBLEMA DEL POTERE
Milei parte dai principi originari delle Nazioni Unite: libertà, dignità, diritti, diritto internazionale, sovranità degli Stati e soluzione pacifica delle controversie.
Secondo il presidente argentino, però, tra quei principi e il funzionamento concreto dell’organizzazione si sarebbe aperto un abisso.
La sua critica è particolarmente dura: accusa l’ONU di essere diventata una struttura burocratica che pretende di decidere come debbano vivere i popoli, mentre non sarebbe stata in grado di impedire conflitti, terrorismo e violazioni dei diritti umani.
Qui inserisce una citazione di Ludwig von Mises che costituisce uno dei passaggi più chiaramente libertari dell’intervento:
«Le brave persone non pensano a controllare la vita dei loro simili».
È una frase che sintetizza uno dei pilastri della tradizione liberale classica: il problema del potere non dipende soltanto dalle intenzioni di chi lo esercita.
Anche il burocrate animato dalle migliori intenzioni dispone di uno strumento potenzialmente invasivo: il potere di decidere per conto degli altri.
Ed è precisamente questo il bersaglio di Milei.
IL LEVIATANO CHE VUOLE REGOLARE TUTTO
La parte più esplicitamente libertaria del discorso arriva quando Milei distingue tra ciò che l’ONU avrebbe dovuto fare e ciò che, a suo giudizio, ha finito per fare.
La descrizione è quella di un’organizzazione che, mentre fallisce nella funzione originaria di garantire sicurezza e cooperazione internazionale, amplia progressivamente il proprio campo d’intervento.
Milei parla apertamente di un:
«Leviatano burocratico dedito a decidere come debbano vivere i popoli del mondo e i loro cittadini».
E definisce questa situazione una:
«curiosa miscela di anarchia e tirannia»,
nella quale, secondo la sua interpretazione, le istituzioni internazionali sarebbero deboli davanti a dittature e organizzazioni terroristiche, ma fortemente intrusive nei confronti delle democrazie liberali.
Nel mirino finiscono così l’Agenda 2030, la regolamentazione economica, le politiche di genere, alcune politiche ambientali e l’immigrazione.
Il concetto fondamentale è semplice: un’organizzazione internazionale dovrebbe cooperare con gli Stati, non trasformarsi in un governo sovranazionale che pretende di stabilire dall’alto come debbano vivere i cittadini.
“COOPERAZIONE NON SIGNIFICA SUBORDINAZIONE”
Questa impostazione trova la sua formulazione più limpida verso la conclusione del discorso.
Milei non propone l’isolamento dell’Argentina. Al contrario, dichiara esplicitamente che Buenos Aires continuerà a partecipare ai forum multilaterali.
Ma pone una condizione politica fondamentale:
«Non confondiamo la cooperazione con la subordinazione».
E subito dopo:
«Crediamo nelle alleanze, e prima di tutto nelle nazioni».
È una distinzione essenziale.
Milei non contrappone cooperazione e sovranità. Contrappone, piuttosto, cooperazione volontaria e subordinazione.
Gli Stati possono collaborare quando esistono interessi comuni. Ma, nella sua visione, la cooperazione non dovrebbe trasformarsi nell’obbligo di sottoporre le decisioni fondamentali dei cittadini a organismi burocratici internazionali.
LA LIBERTÀ NON È UNA CONCESSIONE DELLO STATO
Il discorso argentino si sposta poi sul terreno economico.
Milei rivendica esplicitamente la scelta dell’Argentina di:
- abbracciare il capitalismo di libera impresa;
- aprire l’economia al commercio e agli investimenti;
- sviluppare le proprie risorse strategiche;
- favorire la rivoluzione tecnologica;
- ricostruire la propria capacità militare.
La sua concezione della prosperità non parte quindi dalla redistribuzione di una ricchezza già esistente, ma dalla possibilità di creare nuova ricchezza.
È una differenza fondamentale.
L’Argentina, sostiene Milei, ha trascorso troppo tempo a discutere di come spartire ciò che restava anziché di come tornare a produrre.
«Per troppo tempo l’Argentina ha amministrato la propria decadenza».
La formula è volutamente provocatoria, ma il concetto economico è preciso: la prosperità non può essere costruita indefinitamente distribuendo risorse che prima non sono state prodotte.
IL DIRITTO DI PROPRIETÀ ENTRA ALL’ONU
Uno degli aspetti più interessanti del discorso è che Milei non limita la propria concezione della libertà alla sfera politica.
Nel passaggio dedicato all’intelligenza artificiale, identifica esplicitamente tra i valori fondamentali dell’Occidente:
«il rispetto della vita, della libertà, della proprietà privata e la nozione di dignità umana».
La proprietà privata, dunque, non viene presentata come una semplice tecnica economica.
È inserita nel medesimo quadro concettuale della libertà.
Ed è precisamente questa una delle caratteristiche della tradizione liberale classica: senza una sfera nella quale l’individuo possa disporre legittimamente di beni, del proprio lavoro e delle proprie decisioni, la libertà rischia di rimanere una parola astratta.
IL NEMICO NON È LA TECNOLOGIA: È LA PAURA
La parte forse più interessante dello speech riguarda l’intelligenza artificiale.
Milei rifiuta la rappresentazione dell’innovazione tecnologica come una catastrofe inevitabile.
Ricorda che paure analoghe accompagnarono la macchina a vapore, l’elettricità e Internet. E cita la Rivoluzione industriale per sostenere che l’innovazione, anziché eliminare definitivamente il lavoro umano, ha progressivamente ampliato ciò che gli esseri umani sono in grado di produrre.
La sua conclusione è molto netta:
«Lì dove molti vedono una minaccia noi vediamo una frontiera».
E ancora:
«Prudenza non significa paura; e di più: la paura in nessun caso dovrebbe trasformarsi automaticamente in obbedienza».
Questa è probabilmente una delle frasi più libertarie dell’intero discorso.
Perché sposta la questione dal terreno tecnologico a quello politico.
La domanda non è soltanto: che cosa può fare l’intelligenza artificiale?
La domanda diventa:
chi controllerà ciò che l’intelligenza artificiale può fare?
“LO STATO NON È UNA CREATURA ASTRATTA”
Ed è proprio qui che Milei porta la sua critica al cuore del problema.
Quando si invoca lo Stato affinché «controlli» una tecnologia potenzialmente rivoluzionaria, si tende a parlare dello Stato come se fosse un’entità impersonale, neutrale e onnisciente.
Milei rompe questa rappresentazione:
«Lo Stato non è una creatura astratta, bensì uomini, funzionari e burocrati».
E da questa premessa ricava una conseguenza:
«Concedergli il controllo sull’innovazione significa concedere ad alcuni […] la facoltà di limitare ciò che gli altri possono creare».
È una formulazione che porta direttamente al problema classico del potere.
Chi controlla il controllore?
Chi decide quali innovazioni sono ammissibili?
Chi stabilisce quali rischi siano accettabili?
E soprattutto: perché dovremmo presumere che trasferire il potere decisionale dai milioni di individui che sperimentano e innovano a una struttura burocratica centralizzata produca automaticamente risultati migliori?
Milei sceglie di partire dalla presunzione opposta: la libertà deve essere la regola e la restrizione l’eccezione.
“CONSEGNATECI LA VOSTRA LIBERTÀ E VI PROTEGGEREMO”
Il presidente argentino individua inoltre uno schema storico che considera ricorrente:
«Consegnateci una parte della vostra libertà e vi proteggeremo da questa nuova minaccia».
È qui che la critica alla burocrazia internazionale si salda con quella al paternalismo statale.
Emergenza dopo emergenza, sostiene Milei, il potere tende a presentarsi come temporaneo: solo per questa volta, solo per questa crisi, solo finché non sarà passata la minaccia.
Il problema, nella sua lettura, è che le emergenze finiscono mentre le strutture di potere create per affrontarle possono rimanere. Lo aveva sostenuto poco prima parlando della pandemia.
Da qui la diffidenza verso ogni soluzione che pretenda di trasformare la paura in una delega permanente di potere.
L’ARGENTINA COME LABORATORIO DELL’AI LIBERA
Milei non si limita a criticare.
Propone anche una direzione concreta per l’Argentina: trasformarla in uno dei luoghi più competitivi al mondo per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale.
La ricetta enunciata nel discorso comprende:
- un quadro giuridico favorevole;
- assenza di regolamentazione preventiva;
- responsabilità limitata per le imprese che operano con agenti di IA;
- incentivi fiscali;
- valorizzazione di energia, minerali, capitale umano e infrastrutture.
È una concezione che potremmo riassumere in una formula:
non regolamentare prima che esista il problema; lasciare spazio all’innovazione e intervenire, eventualmente, quando emergano danni concreti.
È una posizione che contrasta con il principio precauzionale applicato in senso estensivo, secondo il quale l’incertezza può diventare di per sé una ragione sufficiente per limitare preventivamente una tecnologia.
LIBERTÀ CONTRO PAURA
Il cuore filosofico del discorso può essere condensato in quattro contrapposizioni:
«Di fronte all’incertezza proponiamo determinazione; di fronte alla paura, coraggio; di fronte alla decadenza, ambizione; e di fronte alla rassegnazione proponiamo ottimismo».
È il linguaggio di una politica che non considera la paura un argomento sufficiente per aumentare il potere dello Stato.
E infatti Milei conclude il capitolo sull’intelligenza artificiale con una dichiarazione che difficilmente potrebbe essere più esplicita:
«Di fronte all’intelligenza artificiale, l’Argentina si posizionerà all’avanguardia della libertà».
NON PIÙ UN’ARGENTINA CHE CHIEDE: UN’ARGENTINA CHE OFFRE
Nell’ultima parte del discorso il tono cambia.
Milei non parla più soltanto dell’ONU o delle sue critiche alle istituzioni internazionali. Parla dell’Argentina che vuole costruire.
Energia, agricoltura, minerali critici, talento umano, posizione geografica e tecnologia vengono presentati come strumenti per tornare a essere una nazione economicamente rilevante.
L’obiettivo, però, non viene formulato in termini imperiali.
Al contrario:
«Non per sottomettere gli altri, ma per essere liberi; non per conquistare gli altri, ma affinché il nostro destino sia deciso dagli argentini».
È forse la frase che meglio sintetizza l’intera impostazione.
Potenza nazionale come strumento della sovranità, non come strumento di dominio.
“GUARDATE A SUD”
L’ultimo appello è rivolto agli imprenditori, agli scienziati, ai creatori e a coloro che cercano un luogo nel quale costruire il futuro.
«Guardate a Sud».
L’Argentina che Milei presenta all’ONU vuole essere aperta al commercio, agli investimenti e all’innovazione, ma contemporaneamente determinata a difendere la propria sovranità.
È una combinazione che il presidente sintetizza in una definizione:
«Una nazione libera, una nazione prospera, una nazione sovrana, una nazione capace di difendere ciò che è suo e aperta al mondo».
E qui torna uno dei concetti centrali dell’intervento: apertura internazionale e sovranità non devono necessariamente essere termini contraddittori.
Si può commerciare con il mondo senza delegare al mondo il diritto di decidere tutto.
Si può cooperare senza obbedire.
Si possono costruire alleanze senza rinunciare all’autonomia.
Si può utilizzare la tecnologia senza consegnarla preventivamente al burocrate.
LA LIBERTÀ COME CRITERIO POLITICO
Al di là delle singole questioni — ONU, Malvine, pandemia, commercio, Israele, Iran, immigrazione, capitalismo, intelligenza artificiale — il discorso di Milei ruota dunque intorno a un’unica domanda:
quanto potere siamo disposti a consegnare a qualcun altro in cambio della promessa di sicurezza?
La risposta che emerge dal suo intervento è inequivocabile.
Milei sostiene che la libertà non dovrebbe essere considerata una concessione dell’autorità, ma il punto di partenza. Che la proprietà privata costituisce uno dei pilastri dell’ordine libero. Che il mercato e l’impresa sono strumenti di creazione della ricchezza. Che la tecnologia va affrontata con prudenza, ma senza trasformare la prudenza in paura e la paura in obbedienza.
E soprattutto che lo Stato, le organizzazioni internazionali e le burocrazie non sono entità superiori agli individui.
Sono strumenti creati dagli uomini.
E, proprio per questo, devono avere dei limiti.
Il discorso si chiude con la frase che ormai accompagna la traiettoria politica di Milei:
«¡Viva la libertad, carajo!»
Una frase volgare, provocatoria, quasi incompatibile con il linguaggio ovattato della diplomazia internazionale.
Ma anche una dichiarazione politica perfettamente coerente con tutto ciò che l’ha preceduta: la libertà come principio, il potere come problema e l’individuo come soggetto, non come semplice destinatario delle decisioni altrui.

