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Austerità, guerra mondiale, capitalismo e comunismo

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di MATTEO CORSINI

Leggendo l’inserto domenicale del Sole 24 Ore, mi sono imbattuto nella recensione di Mauro Campus al libro di Clara Mattei dal titolo “Operazione austerità”. Dato che viviamo in un Paese in cui da più parti si sostiene che vi sia da anni un susseguirsi di politiche di austerità nella finanza pubblica, nonostante continui ad accumulare debito pubblico, con una spesa pubblica pari a circa la metà del Pil e, a fronte di ripetuti tentativi (a parole), nessun governo si sia dimostrato incline a ridurla, ho voluto leggere la recensione.
Campus, che ha evidentemente apprezzato il libro, spiega al lettore che la tesi del libro è che l’austerità sia stata utilizzata dopo la prima Guerra mondiale per difendere il capitalismo dalle istanze dei lavoratori. La tesi sarebbe provata mediante uno studio comparato tra la Gran Bretagna e l’Italia.
Quando si esce da una guerra solitamente le finanze pubbliche sono malmesse, quindi non solo è comprensibile, ma persino inevitabile che si cerchi di limitare i deficit annui. Invece pare che le conseguenze della guerra fossero un fallimento del mercato e che l’opposizione “contro ogni possibilità di derogare alle ferree regole del capitalismo classico, derivasse dall’emersione di un modello alternativo che in quella fase era ancora avvolto dalla mitologia della rivoluzione globale del proletariato. La reazione a ogni possibile inclinazione che guardasse a quella realtà come opportunità organizzativa era individuata da tutto l’establishment europeo uscito vittorioso dalla Guerra, e fu decisa politicamente, ma sostenuta teoricamente da schiere di economisti che assunsero ruoli chiave nell’elaborazione di una politica di austerità che divenne dogma condiviso da tutto l’Occidente.”
In sostanza, la colpa di quella austerità (che poi era solo la sobrietà con cui chi non vuole evadere dalla realtà deve fare i conti) fu di evitare che l’Europa seguisse le orme del’Unione sovietica. Ora, se la storia avesse poi dimostrato che il comunismo ha funzionato dal punto di vista economico (e qui soprassedendo sulle ferite inflitte alla libertà delle persone), una tesi come quella del libro in questione potrebbe avere qualche elemento per essere sostenuta.
Ma dato che il comunismo non ha portato neppure benessere materiale, quella che per l’autrice (e, pare di capire, il suo recensore) è una colpa delle presunta austerità, dovrebbe al contrario essere considerato un merito.

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