LA SCUOLA DELL’OBBLIGO E I CHIERICI DELLA RIVOLUZIONE E DELLA REAZIONE

di LEONARDO FACCO*

Ogni scontro di interessi che si manifesta nella società è figlio di un precedente scontro di idee. Nello specifico ambito delle libertà – siano esse civili, politiche, culturali, economiche – il confronto serrato è fra ideologie dove, come osserva correttamente l’autore di questo libro, “i chierici della Rivoluzione e della Reazione” hanno avuto un ruolo preminente.

L’affermazione di certune idee non è figlia del caso, ma di scelte meditate, programmate, studiate a tavolino e applicate nel dettaglio. Quando Antonio Gramsci sostenne la necessita di conquistare le “casematte del potere” ci aveva visto lungo. Ben sapendo che in un paese in cui lo Stato governa monopolisticamente interi ambiti della vita di ciascuno di noi, per l’intellettuale comunista apparve inevitabile la necessità di inoculare in quegli stessi ambiti le idee che sarebbero servite a creare una nutrita schiera di adepti utili alla conquista del potere stesso. E’ notorio che per un ideologo scuole, università, giornali, media vecchi e nuovi, sindacati e patronati, magistratura, volontariato non sono mai stati semplici campi della quotidianità in cui i cittadini potessero espletare la propria vita e le proprie opere, ma luoghi di catechizzazione, di divulgazione del pensiero, di convincimento e reclutamento di apostoli e, soprattutto, di “prolet”. E ben sappiamo, come scrisse Richard Weaver oltre sessant’anni fa, che “le idee hanno conseguenze”, possono avere effetti positivi – ma molto spesso negativi – sulla società civile.

La diffusione delle idee ci riguarda sin dalla tenera età. La famiglia è il luogo principale, e naturale, in cui si viene a contatto con esse. Subito dopo, però, arrivano la scuola – di ogni grado – e l’università. Laddove queste non sono libere ed in competizione, si manifestano le peggiori conseguenze su chi le frequenta. Basti pensare a come i paesi totalitari le abbiano sempre trasformate in laboratori di regime. Ma anche quando esse sono ridotte ad un appendice dello “Stato democratico”, i risultati sono deludenti, quando non nefasti per la libertà.

Denis de Rougemont – in un bel libro che ho pubblicato qualche anno fa – ha scritto parole di fuoco sull’argomento:Tutti i pontefici dell’istruzione pubblica sono d’accordo su questo punto: la scuola elementare deve essere una scuola di Democrazia. Essi insistono sul fatto che le lezioni di educazione civica sono insufficienti a formare il piccolo cittadino: bisogna che l’insegnamento tutto intero sia occasione per sviluppare le virtù sociali dell’allievo, ‘Una classe è una società in miniatura’.Questo è un enorme sproposito. Giustapponete trenta bambini sui banchi di un’aula scolastica, non avrete nulla che somigli in qualsivoglia maniera ad alcuna società esistente. Ciò che è vero è che il fatto, assolutamente nuovo nella Storia, di obbligare i bambini a vivere insieme dall’età di cinque anni favorisce lo sviluppo delle loro inclinazioni più ‘comuni’: gelosia, vanità, furfanteria, rivalità subdola, ammirazione per gli smargiassi, – tutto ciò che più tardi diventerà socialismo o sussiego borghese, spirito fazioso, arrivismo e parlamentarismo”.

Per il saggista svizzero, dietro alla “democraticità dell’insegnamento” si nasconde quanto di peggio, considerato che chiunque non si omologhi ai dettami ministeriali va perseguito ed addomesticato.

Giuseppe Motta, in un lungo saggio, affrontò lo stesso tema con riferimento alle istituzioni universitarie e non ebbe indugi nel sostenere che “il potere politico le affama per tenerle sottomesse. Burocrati della conoscenza dettano ‘l’agenda degli studi’, condannando i non-conformisti, che sono stati la linfa vitale delle Università storiche, fondate su un sapere libero e polemico, insofferente dei dogmi, al palo e alla fine della carriera. Ma nei primi secoli dell’istituzione universitaria chi accedeva al titolo di dottore poteva insegnare il giorno successivo. Il livello culturale delle Università brutalmente statalizzate è andato precipitando negli ultimi due secoli. Lo Stato è l’antitesi dello spirito e del movimento universitario, fondato sulla totale libertà di pensiero e sull’autogoverno”. In epoca moderna, gli aspetti di cui parlano De Rougemont e Motta sono sotto gli occhi di chiunque le voglia vedere.

Nello scorrere le pagine di questo libro, vi accorgerete che Gagliano approfondisce alcuni autori – rivoluzionari o reazionari poco importa – che hanno elaborato un pensiero visceralmente anticapitalista, che ha trovato ospitalità e calorosa accoglienza in quei “templi della cultura” che sono gli atenei italiani. Quali le conseguenze? Proviamo a spiegarlo con un esempio: da qualche anno, siamo immersi nella crisi economica. Avrete avuto modo di ascoltare personaggi di vario genere – presentati come autorevoli, qualificati e finanche “intellettuali” da giornalisti di ogni tipo – spiegare che la recessione in cui siamo coinvolti è figlia del “neoliberismo” o del “turbo-capitalismo”. Benchè i fatti dicano esattamente il contrario, non c’è possibilità alcuna di contraddire il mantra imperante di cui sopra, che se è tale non lo è per puro caso, ma proprio perché così deve essere, perché così è stato raccontato per anni in troppe sedi, perché così han scelto di comunicarlo i “professionisti dell’informazione”. Questa è, in fin dei conti, la regola della “menzogna universale”, quella da cui ci ha messo in guardia George Orwell, che ci ha spiegato, con il romanzo “1984”, come la perpetuazione del potere passi attraverso la ripetizione ad libitum di un modello, un archetipo che, quand’anche falso finisce per trasformarsi in verità largamente accettata, al punto che la “neolingua” contribuisce a forgiare quel “bispensiero” che accomuna ogni intellettuale organico. Orwell ci ha spiegato anche come gli ingegneri sociali abbiano sempre tentato di far credere che “l’ignoranza è la forza”. L’ignoranza non è certo la forza, ma come ha sostenuto il professor Lorenzo Infantino “l’intera tradizione liberale, fin dai suoi prodromi ateniesi, pone instancabilmente in evidenza la condizione di ignoranza e di fallibilità dell’essere umano. Dal che discende la necessità di limitare il potere, perché nessuno può essere considerato onnisciente”. Talché si desume che la capacità di ciascun individuo di riconoscere la propria non conoscenza (la socratica ignoranza) significa, per converso, desiderare di sapere, senza alcun vincolo che imponga di affidare quel sapere a chi si erge a monopolista della verità, bensì – all’opposto – a chi la verità la va ricercando in un libero confronto.

Molti commentatori, dopo il crollo ineluttabile, e fragoroso, del muro di Berlino, hanno avuto l’ardire di sostenere che quell’evento ha segnato la fine delle ideologie. Inizialmente, pensavo che ciò potesse corrispondere al vero, ma è bastato solo qualche anno per trovare conferme continue del contrario, soprattutto in ambito culturale. Non è una questione meramente lessicale: destra e sinistra, comunisti e fascisti, rivoluzionari e reazionari. Queste divisioni sono perlopiù state effimere, utili solo a chi concorreva per conquistare il potere, considerato che gli uni e gli altri – ufficialmente antitetici, non di rado convergenti nelle scelte politiche – si sono ritrovati accomunati nella storia dall’adorazione per lo Stato, ma anche dalla bramosia di appropriarsi dei mezzi di produzione e propagazione delle idee. Ecco allora che ci si accorge, come l’autore stesso ci dimostra, che la battaglia ideologica è una questione di contenuti, che nessun muro berlinese ha mai fatto sparire crollando e che si sublima nell’unica, vera dicotomia, che mette di fronte gli uni agli altri: statalisti e anti-statalisti. Un combattimento che si procrastina nel tempo, le cui finalità rimangono le solite: accreditare e legittimare sempre e comunque il potere dell’uomo sull’uomo, a suon di propaganda.

*Autore della prefazione, qui sopra riportata, al libro di Giuseppe Gagliano

TITOLO: I chierici della rivoluzione e della reazione; AUTORE: Giuseppe Gagliano; EDITORE: Aracne; PAGINE: 228; PREZZO: 15 euro

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