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Sono 80 anni che i keynesiani promettono di trasformare le pietre in pane

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STAMPA-MONETAdi MATTEO CORSINI

Fabrizio Galimberti, sul Sole 24 Ore, ha scritto: “Ancora meglio sarebbe se la Bce finanziasse direttamente la spesa dello Stato per investimenti pubblici. Ma, ahimé, questa possibilità è preclusa dal Trattato di Maastricht… queste audaci politiche sono necessarie solo per opporre estremi rimedi a estremi mali. Nell’acqua si può annegare, ma ciò non vuol dire che non se ne possa bere quando la sete minaccia la sopravvivenza”.

Il Quantitative easing, termine tecnico per definire la creazione di base monetaria a fronte dell’acquisto di titoli (prevalentemente) di Stato da parte delle banche centrali, ha finora avuto effetti sui cambi (indebolendo le monete di chi, in uno specifico momento, stampava più degli altri) e sui prezzi degli asset finanziari (gonfiandoli), ma ha generato poco Pil. Dato che gli indici dei prezzi al consumo non crescono quanto le banche centrali vorrebbero (attorno al 2 per cento annuo) i sostenitori delle politiche monetarie espansive ritengono che lo stimolo sia insufficiente, quindi serva “fare di più”. E a chi fa notare che anche prima dello scoppio della crisi nel 2007 la crescita dei prezzi al consumo era moderata pur a fronte di politiche monetarie espansive (non quanto negli anni successivi, peraltro), mentre si erano gonfiate bolle immobiliari e finanziarie, costoro ribattono che la “cura” monetaria serve per evitare mali peggiori, prefigurando spirali deflattive senza fine in caso di mancanza di interventi monetari.

In pratica sono in pochi, ormai, a negare che le politiche monetarie espansive producano pesanti effetti collaterali generando distorsioni nei tassi di interesse e, di conseguenza, nell’allocazione delle risorse; ma tanti ritengono che evitare di somministrare nuovi e maggiori stimoli monetari per porre rimedio alle conseguenze degli stimoli monetari precedenti sarebbe peggio che lasciare al mercato il compito di correggere gli effetti di quelli stessi stimoli. Il problema è che, così facendo, ogni ciclo comporta conseguenze peggiori e richiede monetizzazioni sempre maggiori. E’ inevitabile, prima o poi, la perdita di fiducia nel funzionamento dei sistemi monetari così governati e, di conseguenza, la loro implosione.

Fabrizio Galimberti, da buon keynesiano, ritiene che il governo e la banca centrale debbano “correggere” il mercato utilizzando sia la politica fiscale, sia quella monetaria. E di fronte ai risultati non esaltanti del Qe in termini di Pil, si guarda bene dal mettere in discussione lo strumento. Al contrario, vorrebbe che il Qe finanziasse direttamente la spesa pubblica per investimenti.

Se non fosse per il Trattato di Maastricht e per le paranoie dei tedeschi, si potrebbero risolvere senza grandi sacrifici i problemi che affliggono la vecchia Europa. Così, in sintesi, ragionano i Galimberti di questo mondo. Resta il fatto che ogni spesa finanziata mediante monetizzazione comporta sempre e comunque una redistribuzione della ricchezza reale esistente, non creazione di nuova ricchezza. L’effetto è, in sostanza, lo stesso di una tassa, per di più quasi sempre regressiva. Vi è, inoltre, un problema non irrilevante legato all’esperienza storica. Non è che le “cure” proposte da Galimberti non siano mai state sperimentate negli ultimi 80 anni; lo sono state in abbondanza. L’effetto è stato un aumento del numero dei consumatori di tasse a scapito dei pagatori di tasse. Per almeno due motivi: 1) perché ex ante nessuno è onnisciente in termini di profittabilità degli investimenti; 2) perché per qualunque governante il miglior investimento è sempre quello che porta consenso elettorale, ossia quello che genera più stipendi a carico dei pagatori di tasse.

Galimberti ricorre alla metafora dell’acqua per respingere le obiezioni alla spesa pubblica finanziata da creazione di base monetaria. Ciò che non precisa è che la bolletta dell’acqua non è a carico di chi apre a manetta  il rubinetto. In sostanza, i consumatori di inflazione monetaria bevono a volontà, e il conto lo pagano altri.  Come se ciò non bastasse, di acqua le banche centrali ne hanno già immessa nel sistema davvero tanta e, assieme ai governi (lato spesa pubblica), non hanno un track record rassicurante. Da 80 anni i keynesiani promettono di trasformare le pietre in pane. Non ci sono mai riusciti e non ci riusciranno mai. Se fosse possibile, vivremmo tutti nell’abbondanza da tempo.

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1 COMMENT

  1. Siamo alla richiesta di soldi buttati dall’elicottero.
    Se va avanti così si arriverà a richiedere che le banche centrali finanzino direttamente il sistema privato , saltando a piedi pari le banche commerciali.
    Non direttamente, perché il trattato lo vieta, ma indirettamente come la fantasia malata della politica architetterebbe.

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