EBREI, AMARONO IL TRICOLORE E FINIRONO NEI CAMPI DI STERMINIO

di PAOLO L. BERNARDINI

Fare gli ebrei italiani. Autorappresentazioni di una minoranza (1861-1918), di Carlotta Ferrara degli Uberti (edito da Il Mulino nel 2011), è un libro ben fatto. Dal punto di vista della disciplina storica intesa come “scienza”, un buon libro è quello che affronta un argomento nuovo, mai precedentemente trattato dalla storiografia (o trattato solo in modo episodico), e lo affronta sia utilizzando un numero altissimo di fonti primarie e secondarie (auspicabilmente, tutte quelle disponibili), sia ponendo il discorso “particolare”, in questo caso gli ebrei italiani, nel contesto del generale discorso della costruzione della nazione e dello Stato dopo l’unificazione, e fino alla fine della prima guerra mondiale. A questo si aggiunge l’autocoscienza dello storico, che sa porsi in un contesto esso stesso temporale – lo storico, in quanto immerso nel tempo e figlio dei medesimi fenomeni che egli studia, siano pure risalenti a mille anni fa, non è mai spettatore neutrale, il passato non è mai veramente “un paese straniero” – autocoscienza di solito mostrata tra le righe, ma qui, con gran coraggio, addirittura posta in prefazione: per cui, aldilà di informazioni estremamente soggettive, apprendiamo che l’Autrice si rende conto di vivere in un mitico tempo post-berlusconiano, come se il peggio fosse arrivato con Silvio e dopo si sia in attesa di un qualche risorgimento nuovo. E in una condizione, cito, di “cittadina italiana preoccupata (fra l’altro) per la mancanza di una seria riflessione culturale e politica sul tema dell’immigrazione e dell’integrazione; uno dei tanti ricercatori precari di un sistema universitario allo sfascio; uno dei tanti giovani ormai adulti che la nostra società rischia di congelare in una condizione di minorità finché saranno maturi per passare direttamente alla vecchiaia (pagg. 10s)”.

Ora, tutto vero, a parte il fatto che ogni volta che sento un accademico affermare che il sistema universitario italiano è “allo sfascio” mi irrito un pochino, perché mi (e le) domando: “Perché tutto il resto va bene? Che cosa non è allo sfascio”?

Per quello che riguarda la parabola dei giovani ormai adulti... Ebbene, proprio la storia che Carlotta racconta in questo libro è racchiusa nella dolorosa constatazione che costei fa qui, preliminarmente, con una precisazione: non è la vaga “società” che condanna i giovani ormai adulti a transitare alla vecchiaia esclusi, di fatto, da ogni partecipazione alla Storia. E’ lo Stato italiano. La storia dei “sacrificati” è quella che, senza accorgersene, racconta propria l’Autrice. Parafrasandola: “gli ebrei sono serviti, eccome, alla causa nazionale italiana, che li ha utilizzati consenzienti e interessati finché, ormai inutili, sarebbero stati pronti prima per la discriminazione del 1938, poi per i forni crematori”. Alla generazione di Carlotta tocca l’emigrazione intellettuale. Agli ebrei italiani, è toccato di peggio. Molto meglio, insomma, Boston che Auschwitz.

Dunque, se il libro racconta una storia assai bene, alla fine, come ogni libro di storia che non vuol essere meramente erudito, la narrazione deve inquadrarsi in uno schema ideologico di qualche tipo. E, in questo caso, è esso tradizionalissimo. Che bella l’Italia “liberale”, che bella storia d’amore tra ebrei e italiani, che bella l’assimilazione, l’integrazione, l’emancipazione, la rigenerazione… Poi tutto però come d’incanto si rompe, arriva quel cattivone di Mussolini, che nulla c’entra con i notabili “liberali” precedenti, prima discrimina gli ebrei (dopo essersene abbondantemente servito, come nel caso di Finzi, killer di Matteotti, e di amanti e di banchieri), poi co-onesta l’opera dei tedeschi (poverino, cos’altro poteva fare…) spedendone qualche migliaio nelle camere a gas.

Se si applica al contrario un’altra prospettiva e visione ai documenti che qui la nostra storica analizza, se si considera invece l’Italia dal 1861 ad oggi il contrario di uno Stato “liberale”, ma come una dittatura raramente interrotta che ha preso diverse forme, talora perfino parzialmente democratiche, allora anche la vicenda degli ebrei italiani si spiega molto meglio, almeno per me: e il valore di questo libro, una volta sottratta la tradizionale ottimistica visione dell’Italia “liberale”, diviene soprattutto documentario: per ricostruire una storia della vicenda nuova, e terribile. Rovesciandone la prospettiva.

La storia, dunque, in verità è questa. La maggior parte degli ebrei italiani (non tutta) saluta l’unificazione con giubilo. Deve farlo, per sopravvivere. Ha salutato ogni cambio di regime della prima età moderna con giubilo, quando Mantova è passata dai Gonzaga agli Absburgo, e quando dagli Absburgo è passata ai francesi. Si chiamano strategie di sopravvivenza. Le poesiole dedicate all’Italia unita sono di prammatica, era il nuovo regime e dunque bisognava farselo amico. Oltretutto un regime favorevole agli ebrei e a tutti gli a-cattolici (pochini, ma c’erano), a partire dal 1848, non tanto per il bene di queste sparute minoranze ma per farsi amica l’Inghilterra e il suo sogno di convertire al protestantesimo l’Italia tutta una volta unita, e per la strategica preparazione di una politica di secolarizzazione ai danni della Chiesa. Gli ebrei in Italia sono pochi. 35.000 circa a inizio Ottocento (su 18.3 milioni di “italiani” non ancora tali); 43.100 su 33.8 milioni di cittadini italiani a inizio Novecento. Ovvero, staranno anche bene nell’Italia unita, ma il loro biblico precetto del “crescete e moltiplicatevi”, lo applicano poco, rispetto agli altri “italiani”. O piuttosto, ben intuendo, da esperti millenari di sofferenze e abusi, come sarebbe andata a finire, lo estendono: “Crescete, moltiplicatevi, e… convertitevi!”. Sono pochi, ma buoni. Ovvero, sarà stata pure così terribile la vita nei ghetti – grazie Napoleone che ce ne hai liberato – ma guarda caso gli ebrei conoscono bene l’italiano (al contrario degli altri “italiani”), sono mediamente più colti, come io ed altri abbiamo dimostrato vivono più a lungo, e si sono specializzati in attività finanziarie e mercantili internazionali ad altissimo livello, cosa che può essere immensamente utile ad uno Stato che di deve costruire su poco o niente, neanche l’oro (tanto) rubato al Regno delle due Sicilie basta… Uno Stato che darà sempre più appalti, che avrà sempre più bisogno di operatori economici in grado di agire se non in tutto il mondo, in tutta Europa e in Asia. Insomma questi ghetti erano proprio il luogo della sporcizia e dell’onanismo, dell’incesto e della privazione? Ma no.

Lo sanno bene gli stessi intellettuali ebrei, ma visto che le prospettive che si aprono loro fuori dal ghetto, grazie alle specializzazioni professionali uniche che nel ghetto hanno maturato in secoli, conviene far credere agli italiani (al Governo), che hanno ragione, che gli ebrei erano “degenerati” e ora all’ombra del tricolore si rigeneranno, che si sentono “italiani”. Ora dal momento che un’identità nazionale certa era sicuramente quella ebrea, ma quella “italiana” non esisteva, o se esisteva era proprio da identificare con il “cattolicesimo”, tradizionale avversario proprio dell’ebraismo, gli ebrei contribuiscono proprio a crearla, tale identità. Anti-cattolica (ma loro lo erano per altre ragioni, non erano “laici”!), legata ad una tradizione di lingua e letteratura elitarie (Dante, Petrarca, e compagnia), assolutamente evanescente, viene creata anche e proprio grazie agli ebrei, che, per salvare la loro, di “nazione” devono dare tutti i possibili connotati positivi proprio ad una “nazione inesistente”, quella italiana. Proprio l’essere diventati “più italiani degli italiani” non li aiuterà, soprattutto quando qualcuno, in una connotazione di identità così incerta, provvisoria, e solo strumentale ai biechi interessi di uno Stato, identificherà in se stesso la vera “italianità”, per farli fuori.

Nel frattempo, fanno affari con il nuovo Stato. Affaroni. Piazzano molti di loro in Parlamento: Tullo Massarani, Riccardo Luzzatto, Isacco Pesaro Maurogonato, Giacomo Malvano, come ricorda Ferrara (p. 132). Quanti di loro erano anche in logge massoniche? L’identificazione con l’Italia novella giunge ad un punto parossistico in Leopoldo Franchetti, ebreo toscano, senatore della XXIII legislatura, che si suicida per la disfatta di Caporetto, a Roma, il 4 novembre 1917. Gran promotore delle imprese coloniali (e relativi stermini), così italiano da voler scritto sulla tomba “Italiam dilexit opere/ usque ad mortem”. Era massone anche lui? Peraltro, non è vero che il suicidio fosse considerato come l’omicidio nella Torah e in tutto l’Antico Testamento (p.200).

L’Autrice attribuisce le idee di Agostino e Tommaso alla Bibbia. Il suicidio era argomento neutrale e generalmente accettato quando non elogiato. Ci ho scritto tante pagine io, ma capisco che non conviene ai giovani storici italiani (che aspirino a cattedre che non ci saranno mai più) citarmi, e allora consiglio il libro di un mio collega, Roberto Garaventa, certamente non un sovversivo come me, Sofferenza e suicidio (2008), dove al primo capitolo la questione del suicidio nella Bibbia è trattata come si deve. Quindi il Franchetti e il suo correligionario Raffaele Ottolenghi che nel 1917 si uccide pure lui, non avevano abbracciato chissà quale ideologia laica e rigeneratrice, forse agivano non da cristiani, ma perfettamente in linea con la nozione veterotestamentaria del suicidio (posto, cosa che dubito, che la conoscessero).

Comunque, finché le cose vanno bene, finché gli ebrei vivono il loro fruttuoso idillio con l’Italia “liberale”, la maggior parte dei loro intellettuali sposa le nuove ideologie di liberazione, anche se si tratta di ideologie laiche e quindi virtualmente nemiche non solo del Cattolicesimo (e in questo gli ebrei ovviamente erano contenti) ma anche dell’Ebraismo. E qui rabbini e scrittori ebrei di rospi ne devono ingoiare tanti, i biechi scienziati dell’Italia unita, figure talmente provinciali da apparire cosmopolitiche, quasi post-moderne, come Paolo Mantegazza, li accusano di ogni sorta di superstizione e arretratezza, dalla circoncisione a tutti i riti, ed essi certe volte con grande orgoglio reagiscono, altre volte si adattano, quella in fondo è la nuova Scienza, l’Italia è la nuova Patria. Ma, come nella celebre canzone di Cocciante, “era già tutto previsto…” emerge l’antisemitismo. Ma come, più ci sforziamo di essere “Italiani”, più recitiamo e Dante e Foscolo e Manzoni financo in Sinagoga, e più ci attaccano? Sono le stesse dinamiche tedesche, studiate da G. L. Mosse. La “nazione italiana” si precisa. E, ad esempio, si scopre, nonostante tutte le umiliazioni inflitte dal 1861 (o dal 1848) alla Chiesa, in tutto e per tutto cattolica. Brutta sorpresa. Mussolini invita Dio a “fulminarlo”, “se Dio c’è mi fulmini in questo secondo”, ma poi scende a patti con il Vaticano.

Le crepe della casa Usher ebraico-italiana sono già nella letteratura, analizzata anche qui. Gli ebrei, nonostante si proclamino in tutto e per tutto “italiani”, facciamo immensi sforzi per entrare nell’università e primeggiare, sono “diversi” e vengono percepiti come tali, soprattutto a partire dalla crisi 1890-1910. Ma diversi da cosa, se l’identità italiana non esiste? Ebbene, diversi proprio da un’identità che, non esistendo, viene modellata di volta in volta dagli interessi dello Stato. Gli ebrei accettano tutto, perfino di essere chiamati “israeliti”, un nome privo di significato che proprio i sionisti rifiuteranno, ben a ragione!

E a proposito di sionismo, il movimento nasce con tanti, troppi legami con il fascismo, e poi perfino il nazismo, come ha dimostrato uno storico giovanissimo, Andrea Giacobazzi (1985), che mi fa ben sperare che non tutti gli storici delle nuove generazioni siano asserviti al tricolore e ai luoghi comuni. Ma la società dà segni inquietanti. Di nuovo un cantante, Peter Gabriel, descrive bene la cosa: “He looks like we do, he talks like we do, but he is not one of us…”. Ahi ahi. Basta un venticello di crisi, e l’italiano inventato si inventa il nuovo nemico, l’ebreo che vuol assimilarsi troppo, che parla meglio italiano di ogni “vero” italiano, che si arricchisce a dismisura con le professioni finanziarie e “liberali”: ma come, il “vero” italiano è il contadino, è Mussolini virile e forte e soldato (come gli ebrei non sono), che ara i campi (come gli ebrei non fanno). La tragedia è alle porte. Poco vale, alla lunga, presentarsi volontari nella prima guerra mondiale e farsi maciullare dagli shrapnels. Tanto poi magari ti seppelliscono con un altro rito e senza la croce sulla tomba, e neppure gli altri tuoi commilitoni apprezzano il sacrificio. Bastano a volte piccole differenze. Perché gli storici pisani ancora legati al mito del tricolore non mi dicano che cito solo cantanti, allora citiamo Freud: il narcisismo delle differenze minori, piccole cose “diverse” che scatenano l’odio, fosse pure un naso appena un poco più pronunciato.

E dunque, un bel giorno, anche per gli ebrei italiani, che volevano diventare proprio più “italiani degli italiani” per evitare nuove sciagure, e magari perché qualcuno credeva a questa tradizione inventata e aveva pure contribuirvi a darvi contorni veri, suona la campana a morto. Hanno scampato il genocidio legato alla migrazione. Hanno collaborato alle imprese coloniali, contribuendo al genocidio di neri e popolazioni varie. Non essendovene alcuno al Sud, non possono essere stati uccisi come le altre migliaia di “briganti”, ovvero di patrioti, nel Regno delle due Sicilie. Anzi magari qualche ditta ebrea avrà fornito uniformi o fucili ai prodi soldati sabaudi che uccisero Ninco Nanco, dopo aver violentato donne e bambini e seppellito vive centinaia di vittime innocenti. Tutto bene, siamo italiani! Hanno dato la vita come volontari nell’inutile strage chiamata per qualche balordo motivo “Grande Guerra”. Credevano di essere “italiani”. Un bel giorno, non lo saranno più. Non occorre leggere tanti libri. Basta guardare un film, “Il giardino dei Finzi Contini”, anzi una scena sola, quando il capofamiglia apre il giornale e legge la notizia che parla delle leggi razziali. Siamo nel 1938. Lo stupore, il dolore, il senso di esser stati traditi, sono tutti sul suo volto. E poi la Storia va come sappiamo.

Quell’idillio, tutto falso, ma non per colpa dei poveri ebrei, per colpa della natura perversa fin dall’inizio dello Stato italiano, finisce. Finisce nei campi di concentramento. Le stesse mani che demolirono i cancelli dei ghetti nel 1797 edificano quello di Auschwitz 140 anni dopo. E così l’aver voluto essere più italiani degli italiani non serve a molto. Quanti ne muoiono. Tanti. Lasciamo parlare i libri di Storia, Liliana Picciotto: “Liliana Picciotto nell’aggiornamento del ‘Libro delle Memoria’ (Mursia) oltre a riscrivere le cifre della deportazione aggiunge nuove conoscenze al meccanismo della persecuzione. Innanzitutto le cifre: secondo la ricercatrice gli ebrei arrestati e deportati in Italia furono 6807; gli arrestati e morti in Italia, 322; gli arrestati e scampati in Italia, 451. Esclusi quelli morti in Italia, gli uccisi nella Shoah sono 5791. A questi vanno aggiunte 950 persone che non si è riusciti a identificare e che quindi non sono classificabili. Ma ci sono novità anche sul meccanismo della persecuzione. Liliana Picciotto è convinta sulla base delle circolari che i nazisti inviavano sempre più spesso alle autorità italiane che tra i due ministeri degli Interni ci fosse un accordo preciso: gli italiani avrebbero pensato alle ricerche domiciliari, agli arresti e alla traduzione nei campi di transito; i tedeschi, alla deportazione nei campi di sterminio. «Manca il documento – precisa – ma i sospetti sono oramai quasi realtà»”. Quanti, dunque? 6500? Tanti. Troppi anche se fossero stati uno solo. Quale percentuale degli ebrei italiani? Il 10% Il 15? Il 20% I morti suicidi di due anni, poniamo il 1910 e il 1911. O i soldati morti in meno due di anni di campagna di Libia. O gli emigrati in partenza da Genova per finire nella bocca degli squali del golfo del Messico in dieci giorni. Quantité négligeable? Insomma, neanche tanto, se guardiamo alla percentuale sugli ebrei italiani. Certamente, se in questa orribile contabilità dei morti ammazzati li paragoniamo ai milioni della Polonia.

La storia come vien fatta da tanti storici alla cui scuola la nostra giovane Autrice si è formata, racconta che furono i tedeschi, i cattivi, che gli “italiani” non avrebbero mai commesso tali atrocità, che insomma Hitler costringe ad un divorzio allo Zyklon-B quel bel matrimonio celebrato nel 1861, quel fidanzamento sancito nel 1848, quell’innamoramento improvviso scoppiato nel 1797. Non è così.

Nelle campagne vicino a Roma una ragazzina di 22 anni, già madre, cercava rifugio per se stessa e per il suo figlio piccolissimo, nell’estate 1944. Erano in corso i rastrellamenti. Sentiva gli spari intorno. Erano ebrei come lei. Li prendevano, e li fucilavano sul posto, come bestie. Non erano soli i tedeschi, c’erano i repubblichini con loro, che ai tedeschi indicavano le vittime, gli animali da accoppare. Per ogni raffica quella giovane donna sentiva un brivido lungo la schiena, più forte più le raffiche erano vicine. La bandiera repubblichina era il tricolore. Non la trovarono. Non li trovarono. Era mia nonna. Se li avessero trovati, poco sarebbe servito a mia nonna parlare con la sua bella voce in un italiano perfetto. Sarebbe servito a quel bambino di sette anni fare il saluto fascista e cantare tutto tremante, in piedi, l’inno di Mameli? Gli avrebbe risparmiato un colpo di Lueger alla testa? Quel bambinetto sarebbe diventato, molti anni dopo, mio padre. Se li avessero trovati, io non sarei qui.

Questa è la storia d’Italia.

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