ESSERE ITALOFONI NON SIGNIFICA ESSERE ANCHE ITALIANI

parlo-italianodi STEFANO SPAGOCCI

In un recente articolo di Mauro Marabini, comparso su questo giornale, si sostiene che, nonostante tutto, esista una forte identità italiana. Tale identità sarebbe il riflesso (mi permetto di parafrasare) di un’Italia profonda, esistente nonostante lo stato italiano. L’unità italiana avrebbe nociuto a tale profonda identità e (credo di capire) la ricomposizione su base federale dello stato italiano sarebbe il modo migliore per valorizzarla.

Non si tratta di una tesi nuova e, come tutte le tesi, può contenere spezzoni di verità. In particolare, è una tesi che mi sembra sostenuta soprattutto in quel mondo di reduci del neofascismo che oggi trova punti di convergenza con le rivendicazioni identitarie padano-alpine. Non è un mistero che larga parte del mondo padanista e insubrista abbia tali trascorsi e, se molti si sono genuinamente convertiti all’etnonazionalismo fondato sulle nazioni vere, qualcuno mi sembra continui a credere (magari non ammettendolo) nell’Italia eterna e romana, pensando che possa essere paradossalmente valorizzata dal culto delle piccole patrie.   

Alcune recenti odi all’Italia di esponenti un tempo italo-romanisti, poi apparentemente convertitisi ad un rigido etnonazionalismo celto-germanico, poi tornati all’ovile italico, dovrebbero far riflettere. Ma non è questa la sede per affrontare il problema delle radici fascio-italiche nell’ambiente identitario padano-alpino (pur causa, a mio parere, dell’abbandono della linea secessionista ed etnonazionalista nella Lega).

Non conosco, e non mi interessa, la provenienza politica dell’autore dell’articolo, le cui idee sono rispettabili. Ma, a mio parere, si tratta di analisi in larga parte scorrette e di idee dannose per la causa indipendentista. So che il concetto di “idea dannosa” farà ribrezzo ai libertari puri (io mi ritengo un libertario/identitario) ma ritengo che esistano idee, pur legittime, che a una causa possano portare danno.

Forse inevitabilmente, quando si scende nell’agone politico è necessario semplificare analisi che sono invece complesse. Dunque, sostenendo ad esempio che i padani abbiano origine celto-germanica o che la lingua italiana fu imposta dal nascente stato italiano, si dicono cose sostanzialmente vere ma che andrebbero precisate. Ma, appunto, sostanzialmente vere. Qui mi occuperò, in particolare, della questione linguistica, su cui l’autore insiste e da cui trae conseguenze che ritengo oggettivamente scorrette.

Per chi abbia studiato anche superficialmente la questione, non dovrebbero sussistere dubbi sul fatto che l’italiano sia stato lingua franca per secoli prima dell’unità. In larga parte (non tutta) del territorio oggi italiano, nella porzione della regione geografica impropriamente detta “italiana” oggi non parte dell’Italia e anche in territori non italiani geograficamente e politicamente. Non, però, l’unica lingua franca e nemmeno, come abbiamo detto e come l’autore giustamente sottolinea, lingua franca solo limitata all’attuale Italia.

lingua venetaCiò basta a sostenere l’esistenza di una nazione italica, o a sostenere che l’Italia sia una sorta di confederazione di nazioni, tra loro legate e distinte da altre entità etno-culturali? Basta tutto ciò per affermare che esisterebbe una forte identità italiana, cui tutti i popoli impropriamente detti “italici” sarebbero parte? La risposta, secondo chi scrive, è un deciso no, pur non negando la comune lingua franca.

Certo, quasi tutti i popoli componenti l’attuale Italia appartengono allo spazio linguistico italofono. Ma di spazio linguistico si tratta, non di nazione, nemmeno quale confederazione di sub-nazioni, tra loro legate e distinte da altre nazionalità. Qualora, come nell’attuale Italia, con una lingua “nazionale” convivano “dialetti”, o meglio lingue locali, è a questi ultimi cui si deve far riferimento per definire una nazione. E chi guardi alla linguistica con spirito scientifico sa bene che le lingue locali, in Padania e non solo, non sono affatto dialetti della lingua italiana ma, appunto, lingue autonome. Che poi in Italia sia di fatto vietato sostenerlo in pubblico è un’altra (triste) faccenda.

Si può poi discutere sul fatto che (a parte le ben note “minoranze linguistiche”) esistano una lingua padana, una lingua italiana, una lingua sarda, una lingua friulana (come sostiene Sergio Salvi) oppure l’area padana e quella “italiana” siano, a loro volta, gruppi linguistici comprendenti diversi idiomi (come, modestamente, a chi scrive par di capire dallo studio della letteratura scientifica). Ma è certo che, su base linguistica e non solo, non esistono né una nazione italiana né una confederazione di nazioni, unite nella nazione italica.

Le lingue locali padano-alpine sono certo romanze (come altre lingue “straniere”) ma non appartengono allo stesso gruppo linguistico di quelle italiane peninsulari (le quali, a loro volta, potrebbero non costituire un unico gruppo linguistico, anche se Salvi non concorderà, salvo che per la Toscana). Esiste dunque (o può esistere) una confederazione padano-alpina di lingue e dunque di nazioni. Non tutti concorderanno ma, che si voglia parlare di nazione padana formata da nazioni confederate o di separate nazioni padano-alpine (o le si chiami come si vuole), l’idea di una nazione italiana confederata non regge su base linguistica (men che meno su altre basi, come accenneremo nel seguito).

Definire una nazione sulla base delle lingue “profonde” non è solo un atto formale. Sergio Salvi, certo per cultura non portato a definire le nazioni su base antropologica (credo si capisca che invece è questa l’opzione preferita dallo scrivente), in un recente articolo su questo giornale ha riconosciuto che il criterio linguistico è utile perchè individua una comune identità culturale (io dico anche etnica).

Non è questa la sede per trattare in dettaglio degli altri indicatori antropologici, sociologici, storici, economici, che portano a concludere che, parafrasando il titolo di un benemerito scritto di Sergio Salvi, “l’Italia non esiste”. Nemmeno come confederazione di piccole patrie, dico io. Potremmo citare la genetica (secondo Piazza e Cavalli Sforza esistono, nell’attuale Italia, tre gruppi etnici, “nord”, “centro” e “sud”, più la Sardegna). Potremmo citare la sociologia (secondo Putnam, gli indicatori di civicness nello stato italiano disegnano una profonda frattura tra “centro-nord” e “sud”). Potremmo citare la storia (ben nota la frattura tra “centro-nord”, decentrato e “longobardo”, e sud, accentrato e “bizantino”).

Da tutti questi punti di vista, non regge non solo l’idea di una nazione italiana ma anche quella di una confederazione “italica” di sub-nazioni. Anche se quanto sto per scrivere potrà non piacere ai padanisti più ortodossi, sulla base dell’eredità storica si potrebbe invece definire l’idea di una confederazione “italiana” (meglio sarebbe chiamarla “lombarda”), comprendente il territorio del Regno dei Franchi e dei Longobardi in Italia, poi del Regno d’Italia medievale e della civiltà comunale. Cioè l’impropriamente detto “centro-nord”.

Ma tale confederazione, dal punto di vista etno-linguistico, comprenderebbe (almeno) due distinte nazioni (Padania e “centro Italia”), accomunate da un rilevante apporto germanico, da origini etniche entrambe legate al centro Europa e da taluni fatti linguistici. Si tratta, in sostanza, delle aree dell’attuale Italia dove “si ha la faccia da Europei” e, purtroppo sempre meno, se ne ha anche il comportamento. Ci si perdoni la brutalità della classificazione.

Chi, come Marabini, cita la civiltà “italiana” basso-medievale e rinascimentale, più o meno consciamente si riferisce all’Italia nel senso medievale del termine. Il termine “Italia” in epoca medievale poteva essere usato sia nel senso del territorio dell’attuale stato italiano (impropriamente detto “penisola italica”), sia (più spesso) nel senso di quella che oggi diremmo “Padania” o nel senso dell’impropriamente detta lingue“Italia centro-settentrionale”. E il termine “Lombardia” era impiegato negli ultimi due sensi e non certo in riferimento all’attuale regione. E’ una delle tante menzogne di cui il nazionalismo italiano è capace, quella di definire il Rinascimento o la civiltà comunale quali “italiani”, nel senso attuale del termine, legittimando così una fantomatica italianità che andrebbe da Bolzano a Lampedusa.   

Sostenere l’idea di un mosaico di diversità che armonicamente comporrebbero la nazione italiana è, a mio avviso, molto dannoso per la causa indipendentista (forse non per quella federalista). Significa, infatti, rinunciare a rivendicare le (grandi) diversità etniche nello stato italiano e, in ultima analisi, ritenere tali diversità come folklore da tener vivo per nostalgia del bel tempo andato. E il folklore (a torto o a ragione) tende ad interessare pochi nostalgici.

Invece la frattura socio-economica (che è etnica in ultima analisi, a mio parere) nell’attuale Italia non è solo questione di piccole patrie da coltivare con nostalgia. I test PISA, ad esempio, hanno certificato quanto nel modo di apprendere ed elaborare logicamente concetti, l’attuale Italia presenti una netta frattura nord/sud (che Lynn ha correlato a fattori etnici, ma non si può dirlo in pubblico). E’ soprattutto questione di confini tra la “vera Europa” e l’area levantina, ci si perdoni la brutalità. Senza negare che il singolo individuo possa differire anche molto dalla media e che il buono e il cattivo esistano dappertutto.

La lega salviniana è conseguenza logica dell’idea di tutelare le piccole patrie in un quadro italiano. La nazione deve essere confederata sul modello svizzero, senza pretendere comuni radici? Bene, mi si dimostri allora che il “sud” possiede la mentalità per reggere un sistema concorrenziale e decentrato come quello svizzero. Putnam ci ha insegnato quanto il capitale sociale, dunque io dico la mentalità, sia fondamentale per il buon governo e la prosperità. Se parliamo poi di “profonda identità italiana”, mi si dica quali caratteristiche antropologiche la definiscono. Lo scrivente fatica a trovarne, come ho tentato di spiegare.

Nessuno nega che l’essere (in maggioranza) di radice cattolica e neo-latini accomuni tutti i popoli dell’attuale Italia. Ma non si tratta di caratteristiche solo “italiane”. Nessuno nega che 150 anni di unità abbiano creato comuni abitudini (sulla positività delle quali ci sarebbe molto da discutere). Ma, nonostante il fatto che, in Scozia, l’inglese si sia affermato prima che l’italiano in Italia, nemmeno gli unionisti britannici usano questo fatto per sostenere l’esistenza di una nazione britannica. E, lo dice una persona che ha vissuto a lungo in Scozia e Inghilterra, le differenze tra un inglese e uno scozzese sono molto minori di quelle riscontrabili in Italia. Per non parlare del residuo fiscale. Tutto si tiene.

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