GILBERTO ONETO NEL 2007 NON AVEVA DUBBI: «SIAMO TUTTI CATALANI»

di GILBERTO ONETO

La carta geopolitica d’Europa è il risultato di secoli e secoli di vicende, scontri e compromessi. La sua definizione fisica esce da accordi e da trattati: gran parte degli attuali confini derivano dalle decisioni prese a Vienna, a Versailles e a Yalta, e dalle loro conseguenze degli ultimi duecento anni. I libri politicamente corretti raccontano che – salvo qualche sbavatura – gli Stati attuali costituiscono la coerente istituzionalizzazione di altrettante Nazioni, tutte con la loro lingua, la loro bella bandiera, l’inno nazionale e la squadra di calcio. I più dotti aggiungono che il tutto si basa sul risveglio dei sentimenti nazionali (cominciato con la rivoluzione francese) e sul rispetto del diritto di autodeterminazione dei popoli sostenuto con vigore dal presidente americano Wilson e irrorato dal sangue di milioni di poveri diavoli che sono morti combattendo – ça va sans dire – per la libertà e per l’affermazione degli Stati-Nazione. Aggiungono i più polemici che le sole eccezioni a questo idilliaco quadretto sono la Svizzera e qualche altro piccolo scampolo di territorio (da San Marino al Monte Santo), che rappresentano patetiche sopravvivenze del Medioevo e del suo scarso rispetto per le più autentiche identità nazionali. Insomma, puro folklore a uso dei turisti, come il granducato del Grand Fenwick inventato da Peter Sellers.

Non è proprio così. Gran parte degli Stati europei – soprattutto i più grandi e prepotenti – non sono Nazioni diventate Stati, ma Stati che si sono inventati  di essere Nazione, nel senso che hanno educato o obbligato i propri sudditi a sentirsi parte di una comunità omogenea, di una grossa tribù selezionata dalla storia e dal Buon Dio. A dare il cattivo esempio ha cominciato proprio il primo Stato-Nazione, la Nazione per eccellenza, e cioè la Francia. Che ha proclamato Nazione quello che era solo Stato, uno Stato molto accentrato e invasivo con cui si era identificato Luigi XIV. Da “lo Stato sono io” a “la Nazione siamo noi” il passo è stato piuttosto breve e così si sono trovati a essere Francesi doc anche milioni di Bretoni, Occitani, Savoiani, Alsaziani, Catalani, Corsi che magari credevano di essere qualcos’altro. E più tardi anche Canachi, Tahitiani e Senegalesi che a scuola apprendevano i rudimenti della storia su un libro titolato “Nos ancêtres, les Gaulois”.

L’esempio è stato contagioso e così si sono autoproclamate Nazioni anche la Gran Bretagna (sia pur con la più prdente denominazione di Regno Unito), la Spagna, l’Italia, la Cecoslovacchia, la Jugoslavia e financo l’Unione Sovietica. In queste ultime tre l’identificazione fra Stato e Nazione è stata  affiancata dall’idea del Partito-Stato che – per una perversa applicazione della proprietà transitiva – ha generato l’equazione Partito=Nazione, che per qualche tempo ha imperversato anche in  Germania e Italia. Così alla caduta del comunismo, il Partito ha trascinato in dissoluzione anche lo Stato liberando le Nazioni vere che aveva congelato al proprio interno. I tre grandi Stati-emporio dell’Est  si sono frantumati liberando la frotta di Nazioni identitarie vere che imprigionavano al proprio interno.

L’Europa occidentale non ha conosciuto la sciagura del socialismo reale ma neppure le gioia liberatoria della sua fine e procede nella granitica convinzione dell’immutabilità dei confini, cristallizzati in una eternità senza sfumature.

Così le tante Nazioni senza Stato sono costrette a guadagnarsi brandelli di autonomia e libertà con lunghe lotte politiche che in passato sono anche sfociate in violenza: Ulster, Corsica, Sud Tirolo, Paese Basco. Tutte combattono oggi  una battaglia pacifica e democratica: qualcuna ottiene risultati politici, altre solo riconoscimenti culturali, altre ancora proprio nulla. Spagna e Gran Bretagna fanno concessioni concrete, la Francia è generosa in regali di facciata, l’Italia è provvida di parole ma continua ad agitare il randello del Codice Rocco.

All’Occitania sono fatte concessioni culturali, linguistiche, toponomastiche e di revisione storica, la Scozia percorre sicura il suo cammino devolutivo, la Spagna applica con civiltà il suo progetto di federalismo a geometria variabile. È il caso più interessante perchè, per presupposti,  somiglia più di tutti al nostro. Lì  c’è una forte componente maggioritaria castigliana, c’è una minoranza principale (la Catalogna) e ci sono comunità più piccole ma decise (Paese Basco, Galizia, Canarie, eccetera). Proprio come da noi c’è una maggioranza italiana, ci sono la Padania e poi la Sardegna, il Sud Tirolo, la Sicilia e la Toscana. É in particolare il parallelo fra Catalogna e Padania a costituire un elemento di grande attenzione. Si tratta in entrambi i casi delle aree economicamente più forti, di comunità divise in diverse entità amministrative e sottoposte a una forte immigrazione. Naturalmente gli avversari delle aspirazioni padaniste sostengono che ci siano invece differenze abissali: la lingua, la coesione regionale, la storia. La lingua padana – ha dimostrato Salvi – presenta straordinarie analogie nella formazione storica, nella variegazione e nelle possibilità di sviluppo, con quella catalana (ma anche con l’occitano): le mancano solo una codificazione condivisa degli elementi comuni e uno sponsor politico. Anche il Paese catalano è fortemente frammentato a livello istituzionale nella comunità nota come catalana (Barcellona), in quella valenciana, nelle Baleari, in parte dell’Aragona, Andorra, nel Rossiglione francese e nell’enclave di Alghero. La Generalitat di Barcellona rappresenta circa il 40% del totale dei catalani e più della metà del loro Pil. Anche la Lombardia ha un terzo della popolazione padana e produce la metà del reddito. Anche la Lombardia conserva il vecchio nome  con cui era storicamente chiamata la regione padana: un dettaglio indifferente ai più ma sicuramente entusiasmante per i cultori della  specificità identitaria.

Anche la storia soccorre il gemellaggio: la Padania è stata Stato in passato anche più volte e più a lungo della Catalogna. Come lei non ha mai smesso di aspirare a esserlo.

Perché allora da noi non succede lo stesso? Perché la Lombardia e le altre regioni padane non riescono a strappare nemmeno una frazioncina delle libertà conquistate dai catalani?

Perché Roma non è Madrid innanzitutto. Perché lo Stato italiano non riesce a rispettare neppure le proprie leggi e quelle briciole di autonomia che promettono. E poi perché Formigoni non è Pujol e continua a declinare la politica (e le sue ambizioni) in scala italiana. Perché il gruppo dirigente della Lega (che pure ha avuto in passato più consensi degli indipendentisti catalani, e su tutto il territorio padano) non è mai davvero riuscito a “entrare nella parte” e ha sempre avuto come massima aspirazione quello di italianizzarsi. Pujol non ha mai perso tempo a organizzare Miss Catalogna, a comprare e vendere immobili e prati, non ha fondato banche che hanno scialacquato i risparmi dei militanti più convinti, non ha mai utilizzato i suoi voti e gli ideali della sua gente come merce di baratto per auto blu o per avere ciambelle di salvataggio per sciamannate operazioni gestionali.

Perché la lotta per l’autonomia è una cosa seria. Perché nella libertà bisogna crederci. Si deve lavorare seriamente. Perché la libertà bisogna meritarsela.

*Pubblicato su L’Opinione il 9 maggio 2007

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