IL PECCATO ORIGINALE CHE HA GENERATO L’ITALIA REPUBBLICANA

di ENZO TRENTIN

Malgrado il voto referendario a maggioranza la richiedesse, l’autonomia è di là da venire. Tanto il referendum era consultivo. Se e quando verrà si sa già che sarà insoddisfacente. Figuriamoci parlare d’indipendenza; retropensiero di molti autonomisti. Le elezioni regionali del 2020, del resto, hanno fatto piazza pulita d’ogni formazione che si dichiarasse, anche timidamente, indipendentista.

Intanto la politica politicante che vede come il fumo negli occhi l’autonomia, il federalismo e l’indipendenza di alcuni territori sta svendendo “a spizzichi e bocconi” il territorio italiano. Infatti, facciamo finta di non aver preso il considerazione il trattato di Osimo, firmato il 10 novembre 1975, che sancì lo stato di fatto di separazione territoriale venutosi a creare nel Territorio Libero di Trieste a seguito del Memorandum di Londra (1954), rendendo definitive le frontiere fra l’Italia e l’allora Jugoslavia.

Prima di fare qualche accenno sulla storia contemporanea dello stivale, prestiamo un po’ d’attenzione a quanto sostiene il giudice emerito della Corte Costituzionale, [vedi qui] Paolo Maddalena che in una recente intervista radiofonica afferma: «È una notizia sacrilega, perché la vendita del porto di Trieste è contraria agli interessi della Patria e all’articolo 52 della Costituzione che stabilisce che la difesa della Patria è dovere sacro del cittadino. […] Il popolo italiano viene defraudato dei suoi beni che gli appartengono a titolo di proprietà pubblica, cioè a titolo di sovranità nel momento in cui questi ultimi vengono dati a gruppi privati o a Stati stranieri, come nel caso della Cina. […] I nostri politici svendono la Patria, ma da chi siamo governati? […]  Altri porti italiani su cui i cinesi hanno le loro mire sono: Genova, Ravenna, Venezia, Palermo e Gioia Tauro. […] Il porto di Taranto (anch’esso è nell’imminenza di nuovi asset. Ndr), che dista pochi chilometri dalla base NATO, è infatti per la Repubblica cinese un asset fondamentale per il progetto della via della seta.»

Lasciamo anche perdere l’elenco degli innumerevoli porti turistici costruiti con i soldi dei contribuenti, [vedi qui] e già venduti o in via di dismissione ai privati. Facciamo semmai qualche accenno di storia contemporanea per riflettere sul peccato originale che ha generato l’Italia repubblicana nata dalla Resistenza.

Alla fine della seconda guerra mondiale, dopo la sconfitta nazi-fascista, la Repubblica Federale Tedesca (BRD) si diede una Costituzione (Grundgesetz). Fu la conseguenza del fatto che nella Germania occupata dalle truppe vincitrici, i generali alleati e soprattutto i politici americani, spinsero per un’organizzazione di tipo federale. Lo stesso avvenne per l’Austria occupata dagli Alleati fino al 1955, quando lo Stato divenne nuovamente indipendente, a condizione che rimanesse neutrale. Anche l’Italia avrebbe dovuto seguire il metodo federale caldeggiato per l’aerea germanica. Daremo più avanti alcune interpretazioni degli eventi.

Il moderno paese del Mikado è sempre stato amministrativamente suddiviso in prefetture. Una proposta per sostituirle con Stati e trasformare il Giappone in una federazione apparve nel progetto di costituzione di Ueki Emori del 1881, una delle numerose bozze costituzionali scaturite dal Movimento per la libertà e i diritti dei cittadini negli anni ottanta dell’Ottocento.

Anche la “terra del Sol levante” fu sconfitta dagli Alleati, ma subì una sorte diversa [vedi qui]. L’Atto di resa incondizionata del Giappone fu formalizzato a bordo della corazzata USS Missouri il 2 settembre 1945. Prima ancora della firma della capitolazione, il generale statunitense Douglas MacArthur ricevette l’incarico di comandante supremo delle forze alleate in Giappone, con poteri assoluti di controllo sulle istituzioni giapponesi, compreso lo stesso imperatore Hirohito.

Malgrado diversi storici malignino sull’operato del generale, e dei suoi collaboratori, per aver esonerato dalle responsabilità del conflitto l’imperatore Hirohito e tutti i membri della famiglia imperiale coinvolti nella guerra, Douglas MacArthur ricevette alternativamente stigmatizzazioni per essere stato troppo reazionario o troppo progressista, o perché si comportò da “Viceré illuminato”. Per John Dower, un altro storico statunitense, “la riuscita campagna per assolvere l’imperatore dalle responsabilità di guerra non conobbe limiti. Hirohito non fu solo semplicemente presentato come innocente di ogni atto formale che avrebbe potuto renderlo indiziato come criminale di guerra. Egli fu trasformato in una figura quasi santa senza la minima responsabilità morale per la guerra […] con il pieno supporto del quartier generale di MacArthur, l’accusa, in effetti era come una squadra di difensori dell’imperatore”.

Nei progetti degli Alleati c’è sempre stato un disegno federale per i paesi che erano sorti dalla sconfitta dell’«Asse RomaBerlinoTokyo». Tant’è che recentemente è stato proposto dal governo giapponese di Junichiro Koizumi (e la maggior parte dei partiti politici lo ha sostenuto) la D?sh?sei (che però deve ancora materializzarsi. Ndr) per organizzare il paese in un circuito di diversi nuovi Stati con una maggiore autonomia regionale che sostituirebbero ciascuno le diverse prefetture.

In Italia le cose presero un’altra piega. Lo sbarco in Sicilia (nome in codice operazione Husky) fu attuato dagli Alleati sulle coste siciliane il 9 luglio 1943. È storia accettata che Lucky Luciano (siciliano d’origine al secolo Salvatore Lucania), noto boss ristretto nelle carceri americane, passò i nomi di 850 persone su cui “contare”, e gli ufficiali dell’O.S.S. che dirigeranno sul campo “l’operazione sbarco”, saranno Max Corvo, Victor Anfuso e Vincent Scamporino. Il loro gruppo verrà conosciuto come il “cerchio della mafia”. Tra gli americani, in divisa c’erano anche Albert Anastasia (ucciso il 25 ottobre 1957 nel negozio di barbiere del Park Central Hotel di New York) e don Vito Genovese, napoletano d’origine (il don Vito Corleone del film “Il Padrino”), stretti collaboratori di Charles Poletti. Come scrivono Roberto Faenza e Marco Fini in “Gli americani in Italia”. Charles Poletti con il grado di Tenente colonnello [vedi qui] fu inviato in Italia nel luglio 1943 al seguito delle truppe di occupazione, e per la sua esperienza di pubblico amministratore fu capo degli Affari Civili della VII armata americana.

Malgrado Poletti fosse di origine italiana e conoscesse perfettamente la lingua di Dante, Vito Genovese fu il suo interprete ufficiale, ponendo così la criminalità organizzata di New York al centro dell’intelligence alleata in Italia. Nel 1944, sotto gli auspici dell’AMGOT, i quartieri generali di Genovese controllavano i principali porti italiani, la maggior parte del mercato nero di merci americane e siciliane deviate, e numerose squadre di goon “anticomuniste” in servizio per l’intelligence militare statunitense. Non solo il mercato nero, ma anche gran parte della struttura giuridica e politica cadde nelle loro mani [vedi qui].

Questi personaggi mostrarono a popolazioni inermi ed indifese il volto tutt’altro che rassicurante dei ‘liberatori’ proprio mentre i capintesta anglo-americani rivelarono la loro singolare concezione della democrazia ponendo alla testa delle amministrazioni italiane individui ambigui e dal passato torbido od oscuro che però favorivano le loro esigenze di mantenimento dell’ordine pubblico.

L’AMGOT (in italiano Amministrazione militare alleata dei territori occupati), in seguito solo AMG, è stato un organo militare deputato all’amministrazione dei territori occupati dagli Alleati durante la seconda guerra mondiale. Una delle conseguenze dell’amministrazione alleata in Italia fu l’emissione massiccia delle cosiddette Am-lire che causarono una perdita di valore della lira a vantaggio di dollaro e sterlina. Dal febbraio 1944, con la restituzione dei territori al governo Badoglio, sottoposto comunque alla supervisione della Commissione alleata di controllo (ACC), avvenuta l’11 febbraio del 1944, la sua competenza si restrinse a Napoli, alle zone nelle vicinanze del fronte e a quelle di particolare interesse militare. Con l’avanzare delle truppe alleate, in numerose città dell’Italia liberata (soprattutto nel centro-nord) l’AMG dovette rapportarsi con la sempre più strutturata presenza politica e amministrativa dei rappresentanti locali del CLN.

Ad ogni buon conto dopo la liberazione seguì un periodo di “normalizzazione”, e successivo avanzamento tecnico-economico. Il 3 gennaio 1954 con l’inaugurazione del Programma Nazionale, sono avviate le trasmissioni televisive. Inizialmente la TV ha un carattere pedagogico, ed assurge a rito collettivo da consumarsi prevalentemente nei Bar. Tra i personaggi televisivi che assunsero subito una qualche rilevanza ne citeremo solo due presi a caso: Leo Wollemborg [vedi qui]

Nasce a Loreggia un paese a nord della provincia di Padova dove la famiglia, di stirpe ebraica, possedeva una villa e terreni. Inizia i suoi studi universitari a Padova e debutta come scrittore nel 1932 con il romanzo Elena, ma decide di lasciare l’Italia nel 1939 a causa delle leggi razziali fasciste. Riparato negli Stati Uniti, il 20 maggio del 1943 si arruola nell’esercito statunitense, rimanendovi in servizio fino al 1946. Il 2 dicembre del 1943 acquista la cittadinanza americana.

Al termine del conflitto torna in Italia, dove inizia un’intensa attività di corrispondente da Roma per diverse autorevoli testate giornalistiche statunitensi quali il “Washington Post”, e dagli anni ’60 fino agli anni ’80 si afferma come esperto commentatore di politica estera con particolare riguardo alle relazioni tra Italia e Stati Uniti. Oltre alle sue corrispondenze, diviene anche un personaggio noto al pubblico televisivo, venendo spesso invitato dalla RAI a programmi e dibattiti che trattano della politica estera americana, e divenendo popolare per la sua arguzia nonché per la competenza e la lucidità delle sue analisi. Molto seguita sarà una serie televisiva, da lui ideata e diretta, sulla storia della mafia italo-americana. Mike Bongiorno [vedi qui]

La madre, ultima di dodici figli, apparteneva alla borghesia torinese, in quanto la sua famiglia era proprietaria di una fabbrica produttrice di fanali per auto, fondata nel 1876. Quando era ancora un bambino Mickey – come era chiamato allora – a seguito della separazione dei genitori e della crisi del 1929, venne in Italia a Torino con la madre, andando a vivere a casa degli zii.

Dopo l’8 settembre 1943 decise di entrare a far parte dei gruppi partigiani e, grazie alla sua conoscenza dell’inglese, fu impiegato in un’importante e pericolosa “staffetta”, per cui doveva attraversare nel periodo invernale i contrafforti alpini innevati per portare in Svizzera, per conto della Resistenza, dei messaggi che permettevano le comunicazioni fra i partigiani italiani e gli Alleati del servizio d’intelligence di stanza nel Paese elvetico.

Nel corso di una di queste operazioni, a seguito di una delazione, fu scoperto nell’aprile 1944 a Cravegna, allora in provincia di Novara. Catturato dalla Gestapo e messo al muro insieme ad alcuni altri partigiani per essere fucilato, si salvò perché gli agenti tedeschi ritrovarono un pacchetto che lui aveva poco prima buttato, contenente il suo passaporto americano. In effetti, la cattura di un cittadino statunitense meritava un approfondimento. Fu quindi portato a San Vittore a Milano, dove fu rinchiuso 2 mesi in isolamento e dove restò per 7 mesi. Durante la prigionia incontrò Indro Montanelli. Successivamente fu trasferito nel Campo di transito di Bolzano. Dopo diverse destinazioni in vari campi di concentramento in Germania, alla fine del ’44 fu deportato nel lager di Spittal an der Drau, in Carinzia (Austria), dove rimase fino al gennaio 1945. Fu liberato a febbraio, prima della fine del conflitto, grazie a uno scambio di prigionieri di guerra tra Stati Uniti e Germania.

Ora, se la guerra fredda ci ha indicato qualcosa è che gli scambi di prigionieri non avvengono perché si tratta di minorenni, ma perché i soggetti scambiati sono considerati importanti. L’adolescente Mickey probabilmente era più apprezzabile di quanto apparisse.

È possibile che questo sia il peccato originale dell’Italia nata dalla Resistenza, e con la “Costituzione più bella del mondo”? Quando l’uomo qualunque si rende conto che il paese di Arlecchino & Pulcinella è irriformabile, non sempre conosce o ricorda la sua genesi. Così come il fascismo era antidemocratico alla radice, altrettanto lo è la repubblica dominata dalla partitocrazia. I partiti politici, e i sindacati loro cinghia di trasmissione (in special modo sino agli anni 70-80-90 del secolo scorso) hanno dimostrato di non aver alcun interesse né all’autonomia, né al federalismo, tanto meno all’indipendenza. Così il contribuente Italiano assomiglia a una mucca da mungere che viene “nutrita” solo con disservizi d’ogni sorta il cui elenco sarebbe troppo lungo in questa sede.

Parafrasando il giornalista statunitense Henry Louis Mencken: «se l’esperienza ci insegna qualcosa, ci insegna questo: che un buon politico, in democrazia, è tanto impensabile quanto un ladro onesto.» Comprensibile come l’elettore degli ultimi quarant’anni circa, sia stato pronto ad offrire il consenso delle urne a quelle formazioni che si presentavano come “rivoluzionarie”: la Lega Nord, l’Italia dei Valori, più recentemente il Movimento Cinque Stelle, solo per citare i principali. Ma puntualmente questi soggetti politici si sono omologati alla partitocrazia dominante crogiolandosi nelle “rendite politiche”, e avvilendo le aspirazioni degli italiani per una democrazia degna di questo nome.

Nel 1994, a Bologna, Gianfranco Miglio era il teorico del federalismo più osannato dai leghisti. Le sue parole riguardo alla società dei parassiti [vedi qui] sono rimaste non solo inascoltate; sono state tradite. Quindi chi oggi si presenta come autonomista, federalista e indipendentista, e non presenta a priori un progetto politico-istituzionale credibile e condiviso, o è un inguaribile ingenuo, oppure è in malafede.

Ci si lasci quindi concludere citando Giordano Bruno, messo al rogo a Roma, in Campo de’ Fiori, il 17 febbraio 1600: «Quando ho detto che i procedimenti usati dalla Chiesa non erano quelli degli Apostoli, poiché oggi si usa la forza e non l’amore […] quando ho detto questo, non avevo torto. Ho sbagliato quando ho creduto di chiedere proprio a Voi, di condannare un sistema di arbitrio, di sopraffazione, di violenza […] che mortificazione […] chiedere a chi ha il potere di riformare il potere! Che ingenuità!»

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