LA GRANDE GUERRA, ARRIVA LO STATO TOTALE E IL SUICIDIO DI UNA CIVILTÀ

di GUGLIELMO PIOMBINI

Mi fa molto piacere presentare questo libro di don Beniamino Di Martino, La Grande Guerra 1914-1918. Stato onnipotente e catastrofe della civiltà (Monolateral, 2018, € 18,00) non solo per il rapporto di stima e di amicizia che mi lega con l’autore, ma anche perché considero questo studio, al pari del suo precedente sulla Rivoluzione francese, un grande esempio di indagine storiografica. Non si tratta quindi di un libro di storia che racconta dei fatti, ma un libro di storiografia che offre un’interpretazione degli avvenimenti. La lettura di questo libro mi ha particolarmente appassionato perché propone una spiegazione delle cause profonde della prima guerra mondiale solidamente argomentata e più convincente di quelle solitamente presenti in altre opere su questo evento fondamentale della storia contemporanea.

Infatti, mentre le origini della seconda guerra mondiale sono facilmente comprensibili, dato che fu una prosecuzione della prima, la prima guerra mondiale rimane un vero rompicapo per molti studiosi, i quali non riescono a spiegarsi per quale motivo l’Europa, che agli inizi del ‘900 era al massimo del suo splendore e dominava il resto del mondo con la sua cultura, la sua scienza, la sua ricchezza, la sua potenza, abbia deciso di suicidarsi in un conflitto fratricida che provocò infinite perdite umane, morali e materiali, cancellando dalla faccia della terra intere generazioni di giovani, il fior fiore della società europea, coloro che sarebbero stati i futuri protagonisti dell’industria, del commercio, delle professioni, delle arti e delle scienze: per avere un’idea della carneficina, basti pensare che un quarto degli studenti di Oxford e di Cambridge morì in guerra.

Fu veramente una catastrofe come poche ce ne sono state nella storia, dalla quale la civiltà occidentale non si è mai più ripresa, e che fece tramontare per sempre il suo prestigio nel mondo. Purtroppo i suoi effetti non finirono qui. Come ricorda don Beniamino, la Grande Guerra non si concluse con i trattati di resa ma rappresentò solo il primo tempo di un terrificante Novecento, perché scoperchiò il vaso da cui uscirono tutti i peggiori demoni del secolo: il totalitarismo, i lager e i gulag, i genocidi, una seconda guerra mondiale ancora più distruttiva della prima, conclusasi con un duplice bombardamento nucleare. Per un secolo che si era aperto con tanto entusiasmo e tante aspettative di progresso, peggio di così non poteva andare.

Le principali spiegazioni sulle cause della guerra

Eventi così drammatici richiedono spiegazioni adeguate, ma le tesi storiografiche più diffuse sulle cause della prima guerra mondiale lasciano sempre qualcosa di irrisolto. La maggior parte dei libri di storia indica come causa principale il nazionalismo, ma anche nel corso dell’800, le idee nazionaliste erano diffuse e radicate, ma non avevano mai trovato gli strumenti per esplodere in maniera così distruttiva. Quindi bisogna chiedersi: cos’era cambiato, nel frattempo?

Particolarmente deboli, anche se molto diffuse, sono le tesi degli storici di estrazione marxista che spiegano lo scoppio della guerra con ragioni economiche o le tesi leniniste sulla guerra come prodotto delle rivalità capitalistiche. In verità, come segnala don Beniamino, la corrispondenza privata commerciale e le dichiarazioni pubbliche degli uomini d’affari del tempo rivelano che, se escludiamo qualche industriale legato alle commesse statali di guerra, la borghesia imprenditoriale era tutta a favore della pace internazionale e temeva la guerra, che avrebbe sconvolto il pacifico svolgimento degli affari.

Negli anni che precedettero la prima guerra mondiale lo scrittore liberale inglese Norman Angell aveva dimostrato, nel libro La grande illusione, che l’interdipendenza economica fra le nazioni aveva raggiunto un tale livello di integrazione da rendere la guerra di conquista una completa assurdità. Entrando in guerra tutte le nazioni avrebbero segnato la propria rovina, i vincitori tanto quanto i vinti. Il libro di Angell oggi non è facilmente reperibile (un mio riassunto si può leggere su Trame d’oro), ma all’epoca fu un grande best-seller, fu tradotto in 25 lingue, vendette milioni di copie e venne ampiamente dibattuto. Le élite politiche e intellettuali ne conoscevano perfettamente le tesi. Malgrado ciò, non esitarono ad accendere la miccia dell’immane deflagrazione bellica.

A questo punto alcuni studiosi hanno rinunciato a dare una spiegazione razionale della Grande Guerra. Uno storico francese, Jean-Baptiste Duroselle, ha pubblicato nel 1994 un libro intitolato La Grande Guerra incomprensibile. Lo storico militare John Keegan ha scritto che “Tutta la prima guerra è misteriosa. Sono misteriose sia le sue origini sia il suo svolgimento”. Per un altro noto storico britannico, Niall Ferguson, la prima guerra mondiale sarebbe scoppiata quasi per caso, per la concatenazione di una serie di sfortunate circostanze. Si trattò, a suo parere, di un errore di valutazione delle classi dirigenti europee del tempo, che commisero “il più grande errore della storia moderna”. Stando a questa impostazione, se lo studente serbo Gavrilo Princip non si fosse trovato improvvisamente di fronte la macchina dell’arciduca Francesco Ferdinando a Sarajevo, o se i governanti europei fossero stati un po’ meno precipitosi, la felice e spensierata Belle Époque sarebbe continuata senza sussulti.

La guerra come effetto dello Stato totale

Il libro di don Beniamino Di Martino offre invece, sulla base delle analisi degli studiosi della Scuola Austriaca, una spiegazione molto più logica e convincente rispetto a quelle che tirano in ballo il caso e la fortuna. Partendo dalle riflessioni di Carl Menger, Ludwig von Mises, Friedrich A. von Hayek, Murray N. Rothbard, Ralph Raico o Hans-Hermann Hoppe, l’autore ha ricavato una vera e propria interpretazione generale della storia contemporanea e una lettura autenticamente liberale delle cause e delle conseguenze della Grande Guerra.

La tesi centrale del libro è che la prima guerra mondiale non può essere considerata come un terremoto che si è abbattuto improvviso ed imprevedibile. Essa è innanzitutto l’esito di un lungo processo di accentramento statale al quale la guerra diede solo un’ulteriore accelerazione. Un evento terribile e disumano come la “guerra totale” può trovare adeguata comprensione solo nell’epoca dell’affermazione del potere “totale” dello Stato. Il nazionalismo in sé, se non si fosse coniugato con la centralizzazione del potere e l’ideologia dello Stato-potenza, sarebbe rimasto un sano e innocuo patriottismo e non avrebbe mai potuto provocare una catastrofe di questo genere.

Se accogliamo questa spiegazione, la storia del XX secolo non appare più una successione di eventi inspiegabili o irrazionali. Nell’interpretazione “austriaca” presente in questo libro, lo scoppio della prima guerra mondiale non fu un’improvvisa esplosione di follia collettiva, ma la conseguenza logica, addirittura inevitabile, delle idee statolatriche coltivate assiduamente dalla società europea per decenni. Dunque, se anche Gavrilo Princip avesse mancato il colpo di pistola contro l’arciduca Francesco Ferdinando, con molta probabilità la guerra sarebbe prima o poi scoppiata lo stesso, perché le idee dominanti dell’epoca convergevano verso lo Stato totale e la guerra totale. L’immane catastrofe era inevitabile perché la cultura europea, affascinata dallo Stato totale, era già da tempo malata. Come scrive don Beniamino, tutto era pronto per l’immane deflagrazione: mancava solo la scintilla.

Ottocento e Novecento: continuità o discontinuità?

Molti scrittori e studiosi hanno enfatizzato il carattere di forte discontinuità introdotto dalla prima guerra mondiale nelle vicende storiche, e parlano di punto di svolta o di grande spartiacque. Ad esempio, il magnifico libro dello scrittore austriaco Stefan Zweig, Il mondo di ieri, confronta in maniera suggestiva il mondo liberale, della pace e della sicurezza esistente prima del 1914, all’epoca successiva della guerra totale e delle ideologie totalitarie. Anche negli scritti di Mises e Hayek si trova questa contrapposizione tra l’epoca liberale classica caratterizzata dalla pace e dal libero scambio, e l’epoca successiva dello Stato onnipotente. Pure io basandomi su questa visione ho scritto un saggio intitolato La gloriosa epoca del liberalismo classico: 1776-1914.

La lettura del libro di don Beniamino mi ha fatto però comprendere che una cesura così netta tra un prima e un dopo contiene alcune ingenuità. La Prima guerra mondiale, osserva don Beniamino, rappresenterebbe qualcosa di inspiegabile se alle sue spalle vi fosse stato un secolo contrassegnato esclusivamente da pacifici e diffusi rapporti di libero scambio internazionale e da governi limitati privi di ambizioni nazionalistiche. In realtà l’Ottocento, oltre a non essere stato propriamente pacifico, non fu neanche molto liberale. Non dobbiamo scordarci che il Diciannovesimo secolo comincia con le guerre napoleoniche e vede le centralizzazioni statuali, le teorizzazioni marxiste, l’imperialismo, il colonialismo: «All’Ottocento si è attribuita un’impronta liberale solo perché successivamente le libertà individuali sono state ancor più calpestate. Il Diciannovesimo secolo, quindi, lungi dal poter essere considerato un periodo liberale, è stato invece l’epoca dello Stato nazionale ed accentrato» (p. 95). L’Ottocento, in altre parole, fu l’epoca dell’incubazione delle idee stataliste e collettiviste che dilagarono nel secolo successivo.

La rivolta culturale contro il liberalismo

E difatti, a ben guardare, i grandi esponenti del pensiero liberale appartengono in larga misura al Settecento o all’epoca della Restaurazione (Montesquieu, Turgot, Hume, Smith, Ricardo, Say, Constant, Tocqueville, Bastiat, Cobden, ecc.). Alan S. Kahan, nel libro di La guerra degli intellettuali al capitalismo, scrive che l’unico periodo storico in cui ci fu una luna di miele tra intellettuali e capitalismo fu quello che va dal 1730 al 1830, mentre per tutto il resto del diciannovesimo secolo troviamo, sia tra i romanzieri che tra gli studiosi, continue critiche alla borghesia e al capitalismo. Anche l’economista Deirdre McCloskey ha fatto notare che, a livello culturale, la critica alla società borghese diventa sempre più frequente dopo il 1848 (Bourgeois Equality, The University of Chicago Press, 2016, p. 589 ss.).

Soprattutto a partire dagli ultimi tre decenni del XIX secolo, cioè dal 1870, si verifica un deciso cambiamento del clima culturale generale. I principi del liberalismo classico vengono progressivamente rifiutati in favore delle idee collettiviste, socialiste, protezioniste, militariste, imperialiste. I tratti caratteristici di questo nuovo spirito del tempo sono la glorificazione della potenza statale e il disprezzo per l’individualismo “borghese”, tanto che all’inizio del nuovo secolo la maggioranza dei politici e degli intellettuali invoca la guerra come mezzo di edificazione dello Stato totale e di rigenerazione spirituale dalla corruzione portata dallo spirito mercantile. Verso la fine del secolo il liberalismo viene dunque aggredito su tutti i fronti. Il socialismo di Stato, possiamo concludere con Mises, era l’ideale sociale dell’età che ha preparato la guerra mondiale.

(Presentazione del libro organizzata dall’Associazione Il Dito Nell’Occhio, Forlì, 2 marzo 2019)

Print Friendly, PDF & Email
Rubriche ControPotere