LE LAMENTELE DEI MERIDIONALISTI CHE PRETENDONO I SOLDI DEI PADANI

di MATTEO CORSINI

Non sono particolarmente appassionato alla questione del rafforzamento delle autonomie regionali, ma trovo sempre stucchevoli le difese del centralismo che, guarda caso, provengono da autori meridionali(sti). Da ultimo, Guglielmo Forges Davanzati, Professore associato di Economia Politica Università del Salento, in un articolo pubblicato sul Sole 24 Ore, auspica un percorso inverso, ossia un maggiore accentramento decisionale a Roma.

Scrive Forges Davanzati:

  • “Il progetto di regionalismo differenziato è un segnale della rottura di quello che si potrebbe definire il “patto implicito” che ha tenuto insieme Nord e Sud del Paese, ovvero un patto basato su una divisione del lavoro che ha storicamente visto le imprese del Nord produrre e vendere a beneficio dei consumatori residenti nelle regioni meridionali. Questo patto, al netto degli aspetti formali e della Costituzione vigente, ha consentito all’intero Paese di mantenere la sua unità sostanziale.”

Posta così la questione, sembrerebbe che il Nord fosse la fabbrica per un Sud popolato da ricchi possidenti pronti a comprarne la produzione. Se così fosse, non si vede per quale motivo il Nord, o una parte di esso, dovrebbe mettere in discussione l’assetto esistente. Non si vede neanche per quale motivo, in un mercato potenzialmente globale, i supposti ricchi possidenti di cui sopra dovrebbero preoccuparsi: basterebbe loro comprare beni prodotti altrove nel mondo. Prosegue Forges Davanzati:

  • “Negli anni più recenti, e a seguito dello scoppio della prima crisi (2006-2007), le nostre principali imprese – quelle di più grandi dimensioni e più innovative – hanno risposto alla caduta della domanda a seguito della crisi provando ad agganciarsi, attraverso catene di subfornitura al capitale tedesco e dei Paesi satelliti della Germania. Nell’attuale schema neo-mercantilista, dove ciò che conta è esportare più di quanto esportino i concorrenti (e importare meno), il Sud conta sempre meno come mercato di sbocco. Il cambiamento al quale ci si riferisce attiene alla crescita delle interconnessioni su scala globale: le cosiddette catene globali del valore. Fuori dai tecnicismi, si fa riferimento al fatto che ogni prodotto finito contiene parti componenti realizzate in altri Paesi o altre regioni dello stesso Stato.”

Il fatto è che le imprese che non vivono di sovvenzioni statali o godono di rendite di posizione create per via legislativa, devono cercare di orientare la loro attività nella direzione che consenta loro di realizzare ricavi più elevati dei costi. Secondo Forges Davanzati:

  • “Le principali motivazioni che sono al fondo del progetto “secessionista” sono sostanzialmente due. Il fatto che si ritiene che le regioni del Nord spendano risorse pubbliche in modo più efficiente, mentre le regioni del Sud lo farebbero tardi e male. Questa motivazione – tutta da dimostrare sul piano empirico – è a fondamento della richiesta di circa un miliardo di euro di maggiori imposte trattenute in loco da parte delle regioni che domandano maggiore autonomia. La seconda è che l’arricchimento delle aree già più ricche del Paese favorirebbe anche le aree più povere per effetto di un meccanismo di locomotiva: se la crescita delle aree più ricche (ri)parte, la ricchezza lì prodotta “sgocciola” nelle aree più povere. Come dire: se la locomotiva parte, trascina con sé anche i vagoni.”

A onor del vero parrebbe che sul piano empirico un qualche problema in fatto di spesa ci sia. E mentre l’aspetto qualitativo non è trascurabile, certamente vi è un problema quantitativo, altrimenti i conti di diverse regioni meridionali sarebbero messi meno peggio. Quanto allo “sgocciolamento”, se ne può discutere; ma il fatto è che, se anche non “sgocciolasse” nulla, non vedo per quale motivo chi produce ricchezza debba essere obbligato a utilizzarla a beneficio altrui contro la propria volontà.

Come altri meridionalisti, Forges Davanzati sostiene che l’autonomia danneggerebbe tutti quanti:

  • “È tuttavia ben difficile ritenere che la realizzazione di questo progetto possa arrecare benefici per la crescita economica dell’intero Paese. E ciò a ragione della seguente circostanza. Il legame che le imprese del Nord hanno istituito con le imprese tedesche tramite rapporti di subfornitura rischia di sfaldarsi a seguito della recessione tedesca e dunque a seguito della riduzione del calo degli ordinativi che giungono alle imprese dell’arco alpino. Il rischio è dunque che la recessione tedesca si traduca in calo dei margini di profitto delle imprese localizzate al Nord, a seguire in compressione degli investimenti, del tasso di crescita delle aree più ricche del Paese e, infine e per conseguenza, nella riduzione della quantità di beni venduti al Sud. In definitiva, secondo lo schema interpretativo qui sinteticamente proposto, allo stato dei fatti e in assenza di una ragionevole prospettiva di ripresa dell’economia tedesca, la realizzazione del progetto di regionalismo differenziato produrrebbe danni non solo per il Mezzogiorno, ma per l’intera economia italiana. Nella migliore delle ipotesi, il regionalismo differenziato arrecherebbe solo temporanei vantaggi ai residenti nelle regioni del Nord.”

Posto che il mondo non finisce in Germania, resta sempre da capire per quale motivo, se i consumi del Sud non fossero in parte pagati con risorse provenienti dai fornitori del Nord (o dai consumatori del Nord), la eventuale recessione tedesca dovrebbe avere conseguenze negative per il Sud. Ed ecco la conclusione centralista:

  • “Se si prende atto del fatto che il progetto federalista, già a partire dall’istituzione delle regioni e ancor più dalla riforma del titolo V della Costituzione, non ha prodotto altri esiti se non un aumento della spesa pubblica improduttiva, occorrerebbe trarne le dovute conseguenze e forse tornare a un assetto istituzionale nel quale le decisioni fondamentali della vita politica e sociale dei cittadini italiani (si pensi alla gestione della sanità) sono prese a Roma.”

Sulla base di quale assioma autoevidente Forges Davanzati tragga questa conclusione a me sfugge. Ogni qualvolta le decisioni di spesa sono prese da soggetti diversi dai legittimi proprietari delle risorse da spendere, la discussione sulla “produttività” della stessa avviene a scapito della discussione sulla “utilità” della stessa. E dato che quello di utilità è un concetto soggettivo, solo il legittimo proprietario di una risorsa dovrebbe essere titolato a decidere cosa è utile e, di conseguenza, come usare la risorsa in questione. Resta dunque assai dubbio che centralizzare maggiormente l’utilizzo di risorse altrui migliori le cose.

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