L’ECOLOGISMO RADICALE: UNA MINACCIA COMUNISTA CONTRO L’UOMO

di GUGLIELMO PIOMBINI*

Dal comunismo all’ambientalismo

L’ecologismo radicale costituisce una minaccia contro l’uomo? Sicuramente sì, ma non si tratta di una minaccia nuova, dato che rappresenta la prosecuzione in forma diversa della lotta ingaggiata nel XX secolo dal socialismo contro l’economia di mercato. Dopo il crollo disastroso dei regimi comunisti tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta, gli intellettuali e i simpatizzanti del comunismo non hanno voluto riconoscere la sconfitta e il fallimento della propria ideologia. Salvo pochissimi, non hanno avuto l’onestà intellettuale di ammettere che la critica di Mises e di Hayek al collettivismo era corretta.

Cos’hanno fatto invece, molti di questi marxisti delusi? Si sono trasferiti in massa nel campo ambientalista per perseguire, con pretesti ideologici diversi, gli stessi obiettivi del movimento comunista. Sia i comunisti che gli ecologisti radicali ritengono infatti indispensabile il controllo statale centralizzato sull’attività economica. I rossi lo invocano al fine di migliorare le condizioni materiali delle masse, i verdi per la salvezza dell’ambiente naturale.La pianificazione ecologica centralizzata è destinata a fallire per gli stessi motivi per cui è fallita quella economica, ma nel frattempo provocherà gravi danni all’ambiente di vita, al benessere e alla dignità umana.

Le tre minacce dell’ecologismo radicale al benessere dell’uomo

1) La minaccia all’ambiente di vita dell’uomo

Tutte le proposte degli ecologisti radicali mirano alla soppressione, alla limitazione o al controllo della proprietà privata, vista come manifestazione dell’interesse individuale in contrasto con quello collettivo di cui loro sarebbero i difensori. In realtà la proprietà privata è un formidabile strumento di responsabilizzazione nell’uso delle risorse naturali, perché attribuisce al suo titolare non solo vantaggi, ma anche responsabilità per i costi che impone agli altri con il suo uso. Il diritto privato prevede ad esempio che il titolare di una fabbrica che ha disperso i propri rifiuti su una proprietà altrui è obbligato a rimuoverli e a indennizzare il proprietario. Dove manca la proprietà privata e tutto è pubblico, collettivo o in comune, scompare anche la responsabilità individuale. Non si capisce più chi sia il colpevole e chi la vittima.

È ovvio quindi che in un sistema basato sull’ampia diffusione e la rigorosa protezione dei diritti di proprietà privata l’inquinamento non può esistere, o può esistere solo in forma molto limitata. Al massimo avremo invasioni della proprietà altrui, ma non inquinamento ambientale. I singoli proprietari hanno tutto l’interesse a mantenere in buone condizioni i propri beni e a perseguire chi li danneggia. Infatti le fotografie satellitari confermano un dato di comune esperienza: che tutte le aree in proprietà privata sono generalmente ben conservate, mentre l’inquinamento, l’esaurimento e il degrado ambientale si ritrova solo nelle aree dove mancano diritti di proprietà perché collettivizzate o statalizzate, come le foreste, i deserti, gli oceani, i laghi, i fiumi.

Lo stesso discorso vale per le specie animali. Perché non ci preoccupiamo dell’estinzione delle mucche, dei polli, dei cavalli e dei maiali, mentre lo siamo per i panda, i rinoceronti, le tigri o le balene? Anche qui si tratta di una questione di proprietà: sono solo le specie animali che non hanno un proprietario privato a rischiare l’estinzione.Vi sono molte storie interessanti di come la privatizzazione abbia salvato i bisonti americani, i salmoni atlantici o gli elefanti africani,che riporto nella nota conclusiva.

Va aggiunto inoltre che le imprese private hanno forti incentivi a non consumare eccessivamente le risorse naturali. L’altra faccia della medaglia della massimizzazione del profitto, vista dagli ambientalisti come la causa di tutti i mali, è la minimizzazione dei costi, che si ottiene anche trovando dei modi per consumare meno materia prima ed energia nella produzione dei beni. La Coca-Cola ad esempio ha scoperto di poter ridurre i propri costi di produzione usando meno alluminio nelle lattine.

Questi incentivi virtuosi non esistevano nei paesi comunisti, dove mancavano la proprietà privata, i prezzi di mercato e il calcolo economico razionale dei profitti e delle perdite. Il risultato è stato uno scandalo ambientale di epiche proporzioni che gli osservatori hanno definito “ecocidio”. In Urss, nei paesi dell’est Europa e in Cina i mari, i laghi e i fiumi sono stati prosciugati e avvelenati a livelli inimmaginabili (ad esempio, il Lago d’Aral si è desertificato per un terzo della sua estensione, mentre nella Polonia comunista il 95% delle acque non era più utilizzabile dall’uomo), per non parlare dell’inquinamento dell’aria e delle piogge acide. Questi fatti sono estremamente imbarazzanti per i socialisti che continuano ad addossare al capitalismo e alla “logica del profitto” la responsabilità delle crisi ecologiche.

2) la minaccia alla libertà e al benessere dell’uomo

I marxisti delusi convertiti all’ambientalismo non hanno attribuito questi risultati disastrosi del comunismo ai difetti dello statalismo burocratico, ma allo sviluppo, all’industria e alla tecnologia moderna. La seconda minaccia dell’ecologismo radicale all’uomo proviene infatti dalla sua irrazionale avversione ai valori del progresso scientifico e della civiltà industriale. La storia del movimento ambientalista è caratterizzata dalla distruzione, non dalla costruzione. Ha cercato costantemente di impedire, ostacolare o rendere più costose le attività produttive o la realizzazione di stabilimenti industriali, centrali, discariche, strade, aeroporti. Ha quindi molte responsabilità nella riduzione dei tassi di crescita dell’Occidente e nel peggioramento del tenore di vita delle persone.

Non si può dire nemmeno che questi freni alla libera iniziativa economica abbiano reso un servizio all’ambiente. Tutti i dati confermano che l’ambiente è molto più salubre e pulito nei paesi avanzati che in quelli poveri, e che la deforestazione e il pericolo di estinzione di specie animali si verificano quasi esclusivamente nelle nazioni a basso reddito. L’Europa e il Nord America, ad esempio, hanno assistito in questi anni a un’estensione delle foreste e a un aumento del numero di molti animali selvatici come i lupi, i castori, i cervi e i rapaci. È indicativo il fatto che i paesi a medio reddito come la Cina o l’India presentino, sul piano della situazione ambientale, risultati intermedi.

Gli ambientalisti ripetono spesso che se i cinesi o i popoli del terzo mondo raggiungessero il livello di sviluppo dell’Occidente, il pianeta collasserebbe. Questi dati dimostrano esattamente il contrario! Sette miliardi di persone a uno stadio arretrato dello sviluppo (cacciatori, raccoglitori, pastori o agricoltori al livello di sussistenza) devasterebbero veramente il pianeta. Invece sette miliardi di individui che vivono per la maggior parte in città consumando prodotti industriali al posto di legno, pellicce e selvaggina possono permettersi di vivere nell’abbondanza lasciando vaste aree allo stato naturale, senza bisogno di destinarle alle coltivazioni, al pascoli o alle riserve di caccia. Questa idea che lo sviluppo capitalistico e industriale favorisca l’ambiente è ancora un anatema per i verdi, ma è confermata dal fatto che,se proviamo a sovrapporre le tre classifiche mondiali della libertà economica, del reddito pro-capite e della salubrità ambientale, queste in larga misura combaciano!

3) La minaccia alla dignità dell’uomo.

L’ecologismo radicale rappresenta infine una minaccia alla dignità dell’essere umano. Infatti, quando gli ambientalisti si dichiarano “biocentristi” o sostenitori del “valore intrinseco della natura”, a prescindere dall’utilità che essa possa dare all’uomo, occorre rendersi ben conto delle gravi implicazioni di questo discorso. L’idea del valore intrinseco della natura implica necessariamente il desiderio di distruggere l’uomo e le sue opere, in quanto perturbatrici di quest’ordine.

Spesso gli ecologisti radicali parlano dell’umanità come di un “cancro del pianeta”. Per loro la popolazione umana è sempre eccessiva. Nella speranza che si sfoltisca, i più estremisti sono arrivati a fare degli elogi delle carestie o delle epidemie che sfiorano il sadismo psicopatico. La dottrina del valore intrinseco della natura, in realtà, non è motivata dall’amore per le rocce, le piante o gli animali, ma è la razionalizzazione di un feroce odio per l’umanità: infatti viene invocata solo a discapito dell’uomo, mai di tutti gli altri esseri che popolano la natura. Serve dunque solo come pretesto per svalutare l’importanza dell’uomo. È una forma di nichilismo invocata solo per negare i valori umani.

La folle presunzione della pianificazione globale del clima

L’allarmismo sul “riscaldamento globale” oggi rappresenta l’ultima trincea di chi tenta di distruggere l’economia di mercato e imporre il socialismo.Ad esempio, l’ultimo best-seller dell’attivista anticapitalista Naomi Klein, intitolato Una rivoluzione ci salverà. Perché il capitalismo non è sostenibile, si basa tutto sull’idea che l’economia di mercato sia responsabile del riscaldamento globale, oltre di altre nefandezze ambientali.

Sul piano scientifico, tuttavia, sono state mosse molte critiche alla teoria secondo cui sarebbero le emissioni umane di CO2nell’atmosfera la causa responsabile del riscaldamento del pianeta. Non è qui il caso di affrontarle perché si entra in questioni tecniche per specialisti, ma chi volesse approfondirle può guardare il documentario trasmesso dal canale inglese Channel 4 intitolato La grande truffa del riscaldamento globale. Viene fatto notare, ad esempio, che la terra ha conosciuto dei ben più forti cambiamenti climatici in epoche passate, che l’attività solare incide molto di più dell’anidride carbonica sull’aumento delle temperature, e che ci sono fortissimi interessi e finanziamenti in gioco dietro questa campagna.

Anche se non vogliamo entrare nel merito scientifico della questione, non possiamo non notare, nel catastrofismo climatico, una serie di indizi tali da farci sospettare l’esistenza di un’impostura politica. Innanzitutto, per la vaghezza e l’inafferrabilità dei suoi obiettivi, il riscaldamento globale rappresenta il pretesto ideale per realizzare su vasta scala quello che è da sempre l’obiettivo delle classi politico-burocratiche: assegnare tanti poteri e tanti soldi ai politici e burocrati, e nello stesso tempo addossare tante tasse e tanti obblighi per chi lavora e produce. In altre parole, dare alla classe politico-burocratica un immenso potere di tassare, regolamentare, sorvegliare, punire le attività produttive.

Troviamo poi altri aspetti tipici delle montature ideologiche, che dovrebbero farci sentire puzza di bruciato: la propaganda martellante dall’alto guidata dalle élite politiche e mediatiche; l’identificazione di un capro espiratorio (“lo sporco inquinatore capitalista”); la diffamazione di chi si permette di obiettare (“prezzolati delle multinazionali”); l’intolleranza verso gli “eretici” che vi non credono, tanto che alcuni ambientalisti sono arrivati a chiedere che il “negazionismo” sul riscaldamento globale diventi un reato; il fatto che tutte le analoghe profezie di sventura propagandate dagli ambientalisti in passato si siano sempre rivelate sbagliate.

La presunzione degli ecologisti radicali appare però ancora più sconfinata, perché mirano a programmare per via politica e burocratica anche dei campi dove i comunisti di un tempo non avevano mai osato avventurarsi: il clima nei prossimi cent’anni! Inoltre, mentre i pianificatori sovietici si accontentavano di pianificare l’economia all’interno dei confini nazionali, i “termosocialisti” di oggi ambiscono ad una pianificazione di livello globale, in attuazione del Trattato di Kyoto del 1997.

Posto che l’aumento di qualche grado della temperatura terrestre sia effettivamente un male (ma è stato documentato che, forse grazie ad esso, la vegetazione del pianeta è aumentata del 11% negli ultimi trent’anni) agli ecologisti che minacciano la nostra libertà e il nostro benessere dobbiamo rispondere che in ogni caso non cederemo neanche una briciola delle nostre libertà economiche e delle conquiste della civiltà industriale. Se anche il clima dovesse cambiare, infatti, solo la libertà individuale, il libero mercato e le tecnologie più avanzate potranno permetterci di affrontare e risolvere con successo il problema: non certo con la pianificazione socialista e burocratica, che ha sempre fallito in passato.

Nota su alcuni casi di salvaguardia privata della fauna

Pochi sanno che la salvezza dei bisonti americani si è avuta grazie agli sforzi dei privati. Intorno alla metà del Settecento vivevano nelle pianure del Nordamerica circa 30 milioni di bisonti, ma nel secolo successivo vennero sterminati in maniera sistematica non solo dai bracconieri alla Buffalo Bill, ma anche dalle popolazioni indiane. La strage fu così completa che all’inizio del XX secolo rimanevano solo 25 bisonti nel parco nazionale di Yellowstone. Fortunatamente alcuni privati come William Hornaday, il fondatore dell’American Bison Association, si attivarono per la sopravvivenza di questi animali, allevandoli, nutrendoli e proteggendoli dai cacciatori. Mentre i bisonti scomparivano dalle terre pubbliche e dal parco nazionale, prosperavano sulle aree private. Oggi negli Stati Uniti vivono più di centomila bisonti, il 90 percento dei quali bisonti su terreni privati; anche la maggior parte delle mandrie che attualmente vivono nel parco di Yellowstone discendono da mandrie private.

Per risolvere il problema della pesca eccessiva del salmone atlantico la Norvegia ha favorito il sistema dell’acquacoltura, dando in concessione le acque dei fiordi a circa 800 allevamenti. Questa soluzione ha moltiplicato il numero dei salmoni: negli anni Sessanta, quando il mare era di tutti, si catturavano solo 2000 tonnellate di salmone selvatico, mentre oggi si superano le 270.000.

Un altro caso interessante è quello degli elefanti africani, la cui popolazione negli ultimi anni si è ridotta drasticamente a causa del bracconaggio in paesi come il Kenya e la Tanzania (in questo paese del 60% negli ultimi cinque anni) malgrado sia previsto il divieto di commercio dell’avorio e sanzioni elevate fino all’ergastolo per i cacciatori di frodo, mentre risultati migliori si sono avuti in quei paesi come la Namibia e lo Zimbabwe che non hanno aderito al bando del commercio dell’avorio, ma assegnano ai villaggi una quota delle entrate derivanti dalla vendita di permessi di caccia o di turismo ecologico ai ricchi visitatori stranieri. In questo modo le comunità locali non vedono più i pachidermi come una minaccia ai raccolti o alle persone, ma come una risorsa economica da conservare.

*Intervento alla conferenza Liberi di scegliere. Festival della cultura della libertà, Piacenza, 29 gennaio 2017

Per approfondire l’ARGOMENTO si può CONSULTARE QUESTA GUIDA ALLA LETTURA:

ECOLOGIA DI MERCATO, PER EVITARE CHE LO STATO DISTRUGGA L’AMBIENTE

Rubriche ControPotere