PIL ITALIANO A PICCO, ANCHE L’ISTAT DICE CHE NON ESISTE LA RIPRESA

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Pil in cadutadi REDAZIONE

Conto alla rovescia per le stime del Pil nel secondo trimestre del 2014. Domani, mercoledì, alle 11, l’Istat diffonderà la stima preliminare del prodotto interno lordo italiano nel periodo tra aprile e giugno, un dato che potrebbe confermare non solo lo spettro dello stagnazione per il nostro paese, ma aprire anche all’eventualità che il governo debba ricorrere ad una manovra di aggiustamento dei conti. L’orizzonte e’ oscuro: l’Istat, nella sua nota mensile diffusa il 31 luglio scorso, lascia intendere che un rimbalzo non e’ una delle ipotesi più probabili, anzi. L’Istituto di statistica sottolinea senza mezzi termini che “il recupero della crescita economica si preannuncia più difficile di quanto prospettato”. La nota mensile parla apertamente di segnali di “sostanziale stagnazione” che arrivano dalle famiglie e dalle imprese. L’economia italiana dunque, dopo il meno 0,1% del primo trimestre sembra destinata a contrarsi di nuovo o comunque a mostrare un segnale debole di ripresa inferiore alle aspettative. Al momento la variazione del Pil acquisita per il 2014, secondo l’Istat, è pari a -0,2%.

L’ulteriore revisione al ribasso delle stime di crescita inciderebbe come e’ ovvio sul rapporto deficit/Pil, anche se oggi lo stesso premier pur ammettendo che “la ripresa e’ debole” ripete che l’Italia rimarrà al di sotto della soglia del 3%. Qualora ci fosse bisogno di una manovra, e tale ipotesi e’ stata oggi accennata per la prima volta da Renzi, il premier assicura comunque che “non imporremo nuove tasse” (con tutte le bugie dette sino ad oggi è difficile crederci).  Il governo comunque ha ormai definitivamente archiviato la possibilità che la crescita di quest’anno si attesti allo 0,8% cosi’ come previsto dal Def. “E’ molto difficile”, ammette lo stesso Renzi. E a CRISI_29_2007smontare le previsioni del governo, in questi mesi, ci ha pensato il coro quasi unanime di istituzioni, centri di ricerca e associazioni. I segnali che lo 0,8% previsto dal governo per il 2014 fosse un obiettivo difficile da raggiungere iniziano gia’ nei primi mesi dell’anno. A maggio arriva la conferma dell’Ocse, che nel suo Economic Outlook rivede al ribasso le stime di crescita del nostro paese da +0,6% a +0,5%. Un paio di mesi dopo e’ l’Fmi a fornire cifre ancora piu’ allarmanti: a Washington prevedono che il Pil italiano salira’ quest’anno dello 0,3% (era +0,6% nelle stime di aprile). Secondo il Fondo Monetario nel 2015 la crescita a +1,1% e’ confermata, ma a crescere dello 0,6% nel 2014 restano solo Italia e Grecia, con Atene destinata a sorpassarci nel 2015.

La vera doccia fredda arriva meno di 3 settimane fa da Bankitalia: via Nazionale conferma i timori sull’andamento dell’economia del Paese, taglia di netto la previsione dello 0,7% formulata a gennaio e mette nero su bianco un dato allarmante: la crescita del 2014 sara’ dello 0,2%, ben 0,6 punti percentuali in meno da quanto previsto dal Tesoro e da palazzo Chigi. Non solo dunque il tasso di crescita subisce una netta sforbiciata, aggiunge la Banca d’Italia nel suo bollettino economico, ma ci sono anche “rischi al ribasso”. Il dato di via Nazionale e’ confermato da Confindustria: anche per il centro studi di viale dell’Astronomia l’Italia crescerà dello 0,2% nel 2014 e dell’1% nel 2015. A dicembre il centro studi di viale dell’Astronomia aveva stimato una crescita dello 0,7% per quest’anno e dell’1,2% per il 2015. Infine, anche Prometeia si attende per il 2014 un Pil in crescita dello 0,3% mentre secondo gli economisti di Intesa Sanpaolo la ripresa e’ rimandata alla seconda metà dell’anno, “anche se la stagnazione del primo semestre fa del 2014 un anno di crescita vicina a zero”.

Nonostante siano anni che i governi italiani cercano di spargere ottimismo a piene mani (puntualmente sbugiardati dai numeri, anche quelli degli enti statali), la crisi che stiamo attraversando – come pochi hanno avuto il coraggio di denunciare, è sistemica ed ha a che fare con i debiti e le spese pubbliche, ovvero con l’eccesso di statalismo. Il grafico di cui sopra, che paragona la crisi del 1929 con quella del 2007 è emblematico.

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