SALARIO MINIMO E LA RICERCA DEL CONSENSO

di MATTEO CORSINI

Intervistato dal Fatto Quotidiano, il capogruppo M5S al Senato Stefano Patuanelli ha affermato, a proposito della proposta del suo capo politico di introdurre un salario minimo orario di 9 euro:

  • “Mi rifiuto di pensare che la politica si basi sulla ricerca del consenso. Il salario minimo orario è un’esigenza, visto che il 22 per cento dei lavoratori prende meno di 9 euro all’ora”.

Serve davvero una grande ingenuità o una grande faccia di bronzo (per non usare espressioni un po’ volgari ma probabilmente più efficaci) per fare affermazioni del genere. Personalmente propenderei per la seconda ipotesi. Che la politica si basi sulla ricerca del consenso è inevitabile, non fosse altro per il fatto che per essere eletti è necessario avere un consenso maggiore rispetto a quello degli avversari politici.

Che poi il consenso lo si ottenga mediante promesse mirabolanti quando si è all’opposizione e provvedimenti di spesa miopi e dannosi quando si è al potere, non è teoricamente l’unica possibilità, ma concretamente quella che va per la maggiore, non solo in Italia. Per inciso, tanto i pentastellati quanto i cofirmatari del “contratto per il governo del cambiamento” hanno optato per questa versione di ricerca e consolidamento del consenso. Il che sta già avendo e ancora di più avrà gravi ripercussioni per i pagatori di tasse, soprattutto in (un non troppo lontano) futuro.

Quanto al tema specifico del salario orario minimo, da un punto di vista libertario non si tratta altro che di una limitazione della libertà contrattuale, ossia una violazione del principio di non aggressione. Ragionando solo in termini economici, il salario minimo, al pari di qualsiasi altra limitazione alla libera formazione dei prezzi, ha conseguenze inintenzionali. Per qualcuno può rappresentare un beneficio, per altri, però, può significare disoccupazione. Bastiat osserverebbe che i primi sono più “visibili” dei secondi, e questo è quello che importa a chi introduce misure del genere.

In generale, per minimizzare la nocività di un limite minimo di prezzo è necessario fissarlo a un livello inferiore a quello di mercato. Volendo identificare come proxy dei salari di mercato quelli derivanti da contrattazione collettiva (un’ipotesi molto forte e su cui ci sarebbe da discutere, ma non in questa sede), è evidente che fissare un livello minimo superiore a quello di determinati contratti non può che generare un aumento della disoccupazione e/o dell’occupazione “informale”.

Guarda caso il livello di 9 euro orari proposto da Giggino Di Maio è abbastanza elevato, in parità di potere d’acquisto, anche se paragonato ad altri Paesi. Bisognerebbe chiedere a chi fa proposte del genere nella convinzione di non fare danni per quale motivo non fissare il minimo a un livello che incrementi lo stipendio al 100 per cento dei lavoratori, e non solo a meno di un quarto. Ma forse è meglio non fare certe domande, si potrebbero fornire spunti a questi stregoni.

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