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Scandalo Hunter Biden, Fact checking e quel patetico giornalismo di regime

Da leggere

di PIETRO AGRIESTI

Comunque è deprimente: Greenwald, uno dei più seguiti e autorevoli giornalisti investigativi al mondo, vincitore di un premio Pulitzer, famoso per il lavoro con Snowden, si dimette da The Intercept in polemica perché non gli fanno scrivere liberamente sullo scandalo Hunter Biden.. in Italia non esce nemmeno la notizia.

Lo scandalo Hunter Biden viene censurato sotto elezioni, con uno scarto minimo tra i due contendenti, da diversi social, e nell’epoca in cui non si fa altro che sproloquiare su come la cattiva informazione nuocerebbe alla democrazia, nessuno grida allo scandalo e nessuno pensa che sia un caso reale di disinformazione che nuoce alla democrazia, nemmeno quando Greenwald mette le sue dimissioni sul piatto per sottolineare la cosa.

La censura dello scandalo Hunter Biden prende a pretesto il sospetto infondato che si tratti di una operazione di disinformazione russa, sollevato dalla lettera di alcuni esperti di sicurezza e ex ufficiali dell’intelligence i quali dicono letteralmente “non abbiamo nessuna prova, ma secondo noi ha tutti i segni di un’operazione russa”. “Non abbiamo nessuna prova” diventa su tutti i media liberal “l’inchiesta è certamente un’operazione dei russi” e parte una gigantesca campagna di disinformazione. Poi viene fuori che era tutto vero e i russi non ci azzeccavano niente. Il che vuol dire che le elezioni sono appena state vinte grazie a una campagna di disinformazione e alla censura, o almeno ci sono tutti gli elementi per pensarlo, dopo tutto i due candidati erano molto vicini, il risultato poteva cambiare. Ma nessuno tra i Dem e i liberal americani o italiani se ne preoccupa. Se contesti le elezioni sei un complottista e un estremista, al massimo le avresti potute contestare se vinceva Trump, ma ha vinto Biden quindi sono state impeccabili.

Biden propone di creare un Board contro la disinformazione e a capo ci vuole mettere Nina Jankovicz, una che ha sostenuto a spada tratta la campagna di disinformazione Dem che ha dipinto lo scandalo Hunter Biden come un’operazione russa e ha approvato la censura. Il bord e la tizia proposta a dirigerlo vengono sommersi di critiche e il progetto salta (per modo di dire, si scoprirà presto). E i liberal si difendono inventandosi che le critiche alla scelta di mettere una persona simile a dirigere il Board son solo maschilismo. D’altronde chiunque non sia un liberal è maschilista, omofobo, razzista, e blablabla, tutta la manfrina.

Nel frattempo lo scandalo va avanti, vengono fuori vari comportamenti illegali di Hunter per cui un qualsiasi afroamericano prenderebbe dieci anni minimo, ma lui zero. Viene fuori che Hunter si è accompagnato a una serie di avanzi di galera, gente dagli affari tutt’altro che puliti, a volte poi finiti in galera o ricercati. Se fosse stato il figlio di Trump sarebbero partiti almeno tre tentativi di Impeachment, ma è il figlio di Biden quindi tuttapposto, bella zio, stai tranqui. Ma soprattutto viene fuori che Joe Biden è coinvolto e che ha mentito dicendo di non aver mai saputo niente degli affari di Hunter, che poi consistevano nel trafficare l’influenza del padre. Anch se magari non ha mentito, forse davvero non se lo ricordava..

In America ci sono indagini e processi in corso e una serie di rinomati giornali e giornalisti indipendenti si occupa tanto dello scandalo in sé che della censura che ha subito, che in generale della collaborazione tra agenzie statali e social per censurare il modo massiccio la discussione pubblica, non solo su questo scandalo ma su mille altre cose.

Qualche settimana fa esce per l’appunto un’inchiesta su The Intercept sulla collaborazione tra Dipartimento di Sicurezza Interno e social per censurare, nascondere, bannare, flaggare come inattendibili, etc… post e account sui social, su mille mila argomenti. Praticamente il Board anti disinformazione anziché essere stato messo in cantina era stato solo nascosto in cantina e operava a pieno regime. In Italia l’eco dell’inchiesta è ancora una volta zero.

Musk compra Twitter e dice che vuole difendere la libertà di parola e combattere la censura. In Europa si premurano di rispondergli che una cosa così fascista come la libertà di parola qui non è ammissibile. In Italia escono articoli lunari che si chiedono cosa avrà voluto dire Musk quando ha parlato di libertà di parola? Scritti da gente che di professione farebbe il giornalista ma si è persa qualche anno di discussioni, dibattiti, inchieste, scandalo, etc.. e non è capace di spendere mezz’oretta su Google per capire di cosa parlava Musk.

Musk rende pubblici i documenti interni di Twitter relativi alla decisione di censurare lo scandalo Hunter Biden affidandoli a un noto, autorevole e indipendente giornalista d’inchiesta come Matt Taibbi, che come Greenwald si è occupato di social, censura, Hunter Biden, etc.. negli ultimi anni. Dai documenti si vede che esponenti tanto dell’amministrazione Trump che di quella Biden mandavano richieste di moderazione e censura. Una prassi comune che non riguardava solo Twitter, perché cose molto simili erano già emerse anche per Facebook.

In Italia su tutto questo l’informazione è praticamente zero. Quando esce un articolo è scritto col culo da persone che non sanno nulla di queste vicende. Di giornalisti come Greenwald o Taibbi impegnati a raccontare una delle storie più importanti al mondo nessuno sa niente. Mai che un quotidiano pubblichi la traduzione di un loro articolo. Nessuno che pensi di poter tradurre l’inchiesta di The Intercept. Nessuno che pensi di tradurre gli articoli sul caso usciti sul New York Post il primo giornale ad aver pubblicato l’inchiesta su Hunter Biden e ad aver subito la censura.

Pochi giorni fa Fauci è stato interrogato per sette ore dai procuratori generali del Missouri e della Louisiana perché accusato, anche lui, di aver coordinato la sistematica censura della discussione pubblica sul covid e affini, violando il Primo emendamento. Fauci si è difeso fingendo in pratica di non ricordare niente. Ha detto di non essersi occupato di certe cose, o di non avergli dato importanza, salvo che si è trovato davanti alle proprie mail che lo smentivano. Qualcuno in Italia ha cagato di striscio il fatto?

Nessuno copre sistematicamente queste vicende o altre simili. E chi sporadicamente le copre lo fa in modo ignobile. Tipo l’articolo del Fatto di oggi che titola più o meno “Musk sposa la teoria di Taibbi”, che ci si chiede quale mente contorta o quale traduttore automatico scadente e in versione free, abbia potuto partorire un titolo così stupido e non sense.

In Usa giornalisti come Greenwald, Taibbi, ma anche Bari Weiss, e tanti altri, pur di essere più indipendenti e poter trattare di quello che gli pare come gli pare, hanno lasciato i grandi giornali e le grandi media corporations dove lavoravano, spostandosi su Substack, Rumble, Locals, etc… In Italia, dove i giornali con qualche eccezione sono quanto di meno indipendente, quanti hanno fatto altrettanto? Quanti lo faranno? E se lo facessero quanti lettori li seguirebbero e li finanzierebbero abbonandosi o facendo donazioni?

IL PATETICO FACT CHECKING DI OPEN SU HUNTER BIDEN

(P.A.) – Ho letto questo articolo sui Twitter Files comparso su Open. Leggerlo è stato una sofferenza. È innanzitutto un articolo brutto, cacofonico, scritto in modo sciatto, usando le parole in modo inappropriato, stupido, impreciso e fastidioso, sbagliando di tanto in tanto la consecutio temporum, e poi è un articolo che dà costantemente l’impressione che l’autore, oltre a non sapere scrivere in italiano, non sappia assolutamente di cosa sta parlando. Pensavo lo avessero fatto compilare a un giovane stagista sottopagato e oberato di lavoro, invece l’autore, tale David Puente, è niente po’ po’ di meno che il Vicedirettore con delega al Fact-checking.

Cioè… questo poveraccio senza arte né parte, questo giornalista mancato finito a scrivere su Open, è quello che ha in mano il Fact checking? E Open è partner di Facebook per il fact checking? e Open collabora con NewsGuard, che è una delle principali realtà mondiali per quanto riguarda il fact checking? e Open ha vinto un premio da NewsGuard per l’accuratezza del suo fact checking?

Ma questa cosa è belissima, è meravigliosa, è entusiasmante. Ci fanno tutti questi bellissimi discorsi sul fact checking, la disinformazione, la lotta alle fake news, migliorare la discussione pubblica, salvare la democrazia, proteggerci dai russi, e cazzi e mazzi e poi ci presentano il Vicedirettore, con delega al Fact-checking… ed è letteralmente un bonobo a cui hanno dato una tastiera?!?!

Ma non ci sono parole per descrivere quanto questa cosa sia bellissima, meravigliosa, ed entusiasmante. Viviamo dentro un racconto di Bulgakov.

(Un’altra cosa straordinaria è che su Open stesso è uscito un altro articolo sui Twitter Files, scritto in modo molto più decoroso sotto ogni punto di vista e firmato da tale Alesandro D’Amato. Un articolo che per es. riesce a definire Matt Taibbi un giornalista e un freelance, anziché semplicemente ad minchiam “un podcaster” come fa Puente. Il povero D’Amato però essendo chiaramente privo delle giuste capacità per ricoprire il ruolo non è né vicedirettore, né addetto al fact checking, ma solo un umile coordinatore, e l’autore di articoli che evidentemente il videdirettore non legge: vedi qui).

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