SCUOLA AUSTRIACA: RIGUADAGNARE IL PARADISO ECONOMICO

di FRANCESCO SIMONCELLI

Riscoprire la Scuola Austriaca d’Economia. La sfida di Mises, Hayek e Rothbard a Marx e Keynes di Guglielmo Piombini e Giuseppe Gagliano (Leonardo Facco Editore, 2018, p. 150, € 11,00) è un libro che trasmette al lettore quelle chiavi di lettura essenziali per sondare la realtà mutevole che lo circonda con un approccio solido e coerente. Piombini e Gagliano fanno un ottimo lavoro nello strutturare il manoscritto in diverse sezioni che introducono gradualmente in un percorso di apprendimento che mira ad ottenere un risultato: risvegliare la mente degli individui, affinché tornino a ricercare la via della libertà e della responsabilità individuale.

Oggi la richiesta di un maggiore interventismo statale nell’economia è diventata una litania costante. L’invito del libro Riscoprire la Scuola Austriaca a recuperare le idee politiche ed economiche del liberalismo classico è quindi estremamente necessaria, perché solo così potranno essere gettate le basi sui cui erigere la società del futuro. Egregio è lo sforzo di Piombini e Gagliano nel pavimentare una strada che permetta al lettore di comprendere quanta libertà sia andata persa nel corso del tempo, spiegando le origini dell’imbarbarimento dei nostri giorni. Infatti è decisamente molto azzeccata la strategia di spiegare all’inizio del libro i principi cardine e i vantaggi del liberalismo classico, elencando successivamente tutte quelle scelte che hanno portato ad un suo annichilimento pezzo dopo pezzo.

Il liberalismo di Mises

Non è un caso, infatti, che il libro si apra con il pensiero liberale della figura centrale della Scuola Austriaca, Ludwig von Mises. Viaggiando a ritroso lungo il fiume della conoscenza passata attraverso giganti del pensiero liberale come Hume e Smith, Mises ci condensa in un unico libro, Liberalismo, tutto ciò che un individuo deve sapere riguardo la storia del liberalismo classico, infondendo nei concetti semplicità e al tempo stesso profondità. Gagliano è abile quindi a presentare al lettore un sunto essenziale di ciò che Mises ha prodotto attraverso i suoi lavori. Se dovessi fare un parallelo letterario, paragonerei Riscoprire la Scuola Austriaca ai capolavori della letteratura inglese Paradise Lost e Paradise Regained di John Milton. Gagliano e Piombini, a mio modesto parere, forse inconsapevolmente hanno tratto ispirazione da questa metodologia efficace di presentazione per invogliare ulteriormente i curiosi ed i neofiti ad assimilare con successo dei concetti che col tempo sembrano essere andati persi.

Il primo saggio che incontriamo, quindi, è l’incarnazione del Paradise Lost, il paradiso perduto della dottrina liberale classica che attraverso le sue teorie aveva caratterizzato uno dei periodi più floridi dal punto di vista culturale, sociale e tecnologico della storia umana: il XIX secolo. Infatti fu la teorizzazione di concetti liberali già emergenti nei secoli precedenti che accompagnò uno dei più grandi successi umani: la Rivoluzione Industriale. Mises, attraverso la diffusione dei suoi manoscritti sulle teorie liberali classiche, non fece altro che aggiornarle ai tempi correnti, fornendo a coloro che non avevano sperimentato il passaggio quella fondamentale memoria storica che tanto serve a ricordarci di non commettere errori già commessi in passato. Uno di questi errori è l’autarchia e Gagliano fa un ottimo lavoro quando ci ricorda, in un passaggio cruciale sulla politica estera liberale, che gli individui hanno sempre tratto vantaggio dalla cooperazione sociale per sopravvivere alle avversità, mentre l’autarchia rappresenta sempre una forma di regressione. Questo è un monito per i nostri giorni, nei quali il protezionismo sembra tornato in auge grazie anche al sostegno dell’amministrazione Trump.

La via della schiavitù di Hayek

All’origine del disastro che ha condotto l’umanità verso i socialismi estremi del XX secolo, di destra e di sinistra, vi è l’idea che esistano persone più illuminate di altre, in grado di discernere cosa sia bene e cosa sia male per tutti gli altri individui. Ma questo suppone in pratica l’esistenza di forme fantascientifiche di telepatia! Ancora una volta Gagliano dimostra di essere padrone della materia scegliendo accuratamente di parlare del discepolo di Mises, Friedrich Hayek, mostrando al lettore il passaggio esatto in cui si è perso il paradiso del liberalismo classico: La via verso la schiavitù, capolavoro di Hayek del 1944.

Gagliano ricorda che all’origine della nascita dei regimi totalitari vi è il progressivo allontanamento dalle idee sulle quali è stata edificata la civiltà occidentale. Da una prospettiva storica di lungo corso, un filo rosso lega questa esperienza, fondata dalla cultura greca e romana e che è cresciuta nel rinascimento e nel liberalismo del XIX secolo. Quelle idee sono condensate nel concetto di individualismo che, a dispetto delle opinioni prevalenti, non significa affatto egoismo o attaccamento ai soli propri interessi. E riporta a conferma questo passo di Hayek: «I tratti essenziali dell’individualismo sono dunque il rispetto dell’uomo singolo in quanto uomo, cioè il riconoscimento che le sue idee ed i suoi gusti sono supremi nella sua propria sfera per quanto strettamente questa possa essere limitata, e la credenza che è desiderabile che gli uomini sviluppino i loro talenti e le loro inclinazioni individuali» (p. 51).

Proprio come un uomo nelle lande selvagge si adatta a vivere in condizioni ambientali primitive, allo stesso modo si adatta a regole, regolamenti, controlli, confische ed interventi imposti dal potere politico. Se queste limitazioni alle sue aspirazioni vengono rese legali, in modo che il suo “stile di vita” raggiunga una parvenza di stabilità, ben presto perderà coscienza di tali limitazioni; ciò di cui poteva risentirsi all’inizio, non solo viene accettato ma addirittura difeso. Tale è la composizione dell’essere umano che il suo adattamento all’ambiente non è confinato solo alla sfera fisica; deve includere un’accettazione consapevole, una giustificazione, un supporto morale. Non può vivere tranquillamente senza dare la sua benedizione alle condizioni sotto le quali vive. La sua competenza con le parole aiuta il processo di adattamento; con le parole egli sviluppa un’ideologia che soddisfa la sua mente riguardo la correttezza e la rettitudine del suo “modo di vivere”. Questo è l’alleato segreto del socialismo: l’inclinazione dell’essere umano ad adorare le condizioni che gli sono state imposte e sotto le quali ha trovato un comodo adattamento.

La macchina socialista della propaganda, mediante una continua reiterazione, trasforma la frase ideologica in una liturgia; la burocrazia, che rende legale il tanto amato “modo di vivere”, acquisisce la gloria di un sacerdozio; le infrastrutture statali, anche le prigioni, vengono ricoperte con un’aura divina; il formalismo statale diventa un rituale, le sue affermazioni un oracolo. Solo il teorico, l’economista o lo storico si preoccupa delle conseguenze di lungo termine riguardanti gli interventi dello stato. Nel frattempo uno deve vivere, e nel frattempo “lunga vita al re.”

Nelle pagine successive del secondo capitolo apprendiamo come la semantica abbia fatto il suo corso per rendere plausibili delle pseudo-verità che hanno indotto in errore gli individui. Prestate molta attenzione a questo capitolo poiché in esso vengono evidenziati in modo netto i passi falsi che hanno condotto le persone a credere che il socialismo non fosse altro che lo sbocco inevitabile del modello capitalista. Gagliano cattura oculatamente questi punti del capolavoro di Hayek per permetterci di individuare con precisione chirurgica gli squilibri che hanno portato alla ribalta figure storiche come Marx e Keynes.

L’orgia del potere di marxisti e keynesiani

Qui la palla passa a Piombini, il quale ci presenta due saggi sulle contraddizioni della teoria marxista e keynesiana. Queste due scuole “di pensiero” economico hanno tratto vantaggio dalla loro giustificazione della pianificazione statale centralizzata per scavarsi una nicchia proficua all’interno della scala del potere. Per riprendere la celebre citazione di Satana del Paradiso perduto, per marxisti e keynesiani è “meglio regnare all’inferno che servire in paradiso”.

Assolutamente egregia è la sezione del terzo capitolo sull’impossibilità del calcolo economico nel socialismo, un concetto capace di creare un buco talmente grande nella teoria marxista da renderla assolutamente inutile a livello teorico e pratico. Purtroppo c’è chi è disposto a vendere il buon senso e la logica pur di acquisire un posto di prestigio all’apice della scala del potere. Lo stesso vale per il keynesismo. Queste due scuole sono l’una l’estensione dell’altra: entrambe tentano perennemente di diventare un’appendice funzionale del potere statale e riferimento univoco delle sue scelte. Un posto invidiabile, un’ambizione deprecabile.

Quest’ultimo aspetto è elaborato ampiamente da Piombini nella parte riguardante il New Deal di Roosevelt, la fonte da cui si sono diffusi tutti i mali economici negli Stati Uniti. Il New Deal aveva bisogno di essere promulgato e doveva essere metabolizzato dalla maggior parte delle persone, le quali venivano da un secolo in cui la libertà aveva caratterizzato un’incredibile crescita del benessere generale, non per merito della pianificazione centrale, ma della libertà di scambio e della volontarietà. L’individualismo ed il rispetto dei diritti di proprietà avevano trasformato una società al limite della sussistenza in un regno nel quale le bellezze che un tempo erano solo ad appannaggio dei ricchi potevano essere godute anche dai poveri. In America il capitalismo aveva consegnato alle masse quei sogni paradisiaci che i poveri potevano solo immaginare prima della Rivoluzione Industriale. Il New Deal voleva stravolgere questa visione radicata della vita, ma non bastava una legge per far sì che accadesse.

Per questo, nel 1936, il keynesismo venne eretto a religione. Se il marxismo era una religione della rivoluzione politica, il keynesismo divenne una religione della rivoluzione economica. Entrambi condividevano un controllo capillare della società da parte di una cerchia ristretta di “profeti” in grado di condurre per mano il loro gregge. Il marxismo aveva fallito perché si era concentrato eccessivamente sulla politica, mentre il keynesismo avrebbe imparato da questo errore concentrando il suo fuoco sull’economia. O per meglio dire, il keynesismo sarebbe diventato il vangelo economico grazie alla diffusione delle sue teorie da parte dei governi, i quali necessitavano di una scusa ragionevole per intromettersi pesantemente nella vita degli individui.

Qual è una delle pulsioni più ancestrali dell’individuo? Vivere al massimo facendo il minimo. Attraverso i progressi tecnologici può riuscirci, ma ci vuole tempo. Un modo più rapido è quello di indurre gli altri a lavorare a proprio favore. La scusa migliore per raggiungere questo obiettivo è far credere che un ristretto gruppo privilegiato di persone detenga le chiavi per migliorare la vita di tutte le altre, ma serve una giustificazione plausibile. Questa giustificazione venne trovata nel keynesismo, il quale fu eretto a religione di stato. Al contempo, però, questa scelta rese ciechi di fronte alla realtà; e questo Piombini lo fa notare dettagliatamente nella sezione sulla stagflazione degli anni ’70, il secondo fallimento, dopo il New Deal, delle idee keynesiane. Ecco compiuta la discesa all’inferno.

Il paradiso da riconquistare

Come riguadagnare il paradiso? L’ultimo capitolo del libro, “L’economia austriaca e gli investimenti finanziari”, è dedicato interamente a questo compito. Un viaggio tutto da scoprire che permetterà al lettore di guardare al futuro con quell’ottimismo che contraddistingue una scuola di pensiero economico che non è cupa come molti pensano, ma che guarda alla realtà per quello che è, senza illusioni e con la responsabilità di affrontare le conseguenze di eventuali errori. L’ottimismo scaturisce dal fatto che se conosciamo in modo chiaro le cause dei fenomeni economici, possiamo prevederne gli effetti. In questo modo cesseremmo di concentrarci sui sintomi per correggere i malanni dell’economia, finendo per perpetrarli ed acuirli, ma li affronteremmo direttamente alla radice.

Questo ovviamente significherebbe liberarsi di un apparato statale parassitario e farraginoso che fino ad oggi non ha fatto altro che spacciare un’illusione: che esso fosse l’unico agente capace di risolvere i problemi della società, di qualsiasi natura fossero. Liberarsene significherebbe tornare a quel punto in cui abbiamo lasciato il nostro sviluppo sociale. Lo stato infatti non è l’apice della società, ma è un tappo allo sviluppo ulteriore della stessa. Coloro che credono, o fanno credere, che l’umanità abbia raggiunto il picco massimo dell’evoluzione sociale non riescono a vedere oltre la pianificazione centrale. Per concludere, Riscoprire la Scuola Austriaca d’Economia è un libro che rimuove questo tappo e permette alle persone di vedere oltre la cortina di fumo diffusa dai pianificatori. E permette loro di riguadagnare il paradiso perduto delle libertà.

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