SE CALASSE L’EVASIONE NON CALEREBBE IL DEBITO PUBBLICO

di MATTEO CORSINI

L’Osservatorio sui conti pubblici guidato da Carlo Cottarelli effettua spesso degli studi interessanti sulla (cattiva) gestione della finanza pubblica in Italia e smonta diverse boiate economiche che escono dalla prolifica bocca dei firmatari del “contratto per il governo del cambiamento”.

Non di rado viene evidenziato quale sarebbe stato l’andamento del debito pubblico sotto ipotesi di conduzione diversa della finanza pubblica. In questi casi può capitare, a mio parere, di lasciarsi prendere la mano e finire per fare ipotesi irrealistiche. Per esempio, il Sole 24Ore dà conto di uno studio in base al quale “se dal 1980 l’Italia avesse ridotto l’evasione di circa un ottavo rispetto a quella effettiva, il debito pubblico sarebbe non più alto del 70% del Pil, ovvero oltre il 60% in meno rispetto al 132% attuale”,

Tenendo ferme tutte le altre variabili ciò sarebbe stato possibile, ma si tratta di una ipotesi decisamente poco probabile. In sostanza si tratta di ipotizzare che il maggior gettito fiscale non avrebbe alimentato altra spesa pubblica, bensì avrebbe migliorato l’avanzo primario. Il che, lo ripeto, è teoricamente possibile, ma praticamente del tutto improbabile. D’altra parte ogni volta che in Italia qualche circostanza avrebbe favorito, a parità di altre condizioni, una riduzione del rapporto tra debito e Pil, i governi in carica (di ogni colore politico) hanno aumentato la spesa.

In tempi recenti basti pensare alle spending review miliardarie dei governi del PD utilizzate per fare altra spesa (dagli 80 euro ai bonus per i neo maggiorenni) o alla riduzione degli interessi sul debito dovuto al Quantitative easing della BCE. Credere che la riduzione dell’evasione fiscale comporterebbe un miglioramento dei conti pubblici invece che un ulteriore aumento di spesa a me pare del tutto fuori luogo, quanto meno in Italia.

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