UN BEL DITO NELL’OCCHIO AL POLITICAMENTE CORRETTO

di GUGLIELMO PIOMBINI

L’Associazione culturale dito nell’occhio, una delle più attive nel dar voce agli ideali liberali attraverso convegni, presentazioni di libri e altre iniziative, ha pubblicato in questi giorni il suo terzo libro, La gabbia delle idee. Il grande inganno del politicamente corretto (Capire Edizioni, p. 202, € 13,00), dedicato all’analisi del fenomeno della “correttezza politica”, quella fastidiosissima ideologia di sinistra che nell’ultimo decennio ha conquistato l’egemonia culturale in Occidente, imponendo ovunque il proprio linguaggio e le proprie fissazioni non solo attraverso pressioni sociali, censure e intimidazioni, ma sempre più attraverso le legislazioni e le sentenze dei tribunali.

Il libro è frutto del lavoro di nove associati, ed è stato curato da Carlo Zucchi, il quale osserva nell’introduzione che con gli otto anni di Obama alla Casa Bianca e l’arrivo di Bergoglio al soglio di Pietro, il politicamente corretto ha raggiunto l’apice del suo successo, ma i fallimenti in politica estera di Obama e gli eccessi terzomondisti di Bergoglio hanno generato reazioni sempre più diffuse, che rivelano probabilmente l’inizio della sua crisi. Tuttavia, fa notare Zucchi, non bastano i toni fuori le righe per diventare automaticamente avversari del politicamente corretto. Quando gli oppositori “populisti” e “sovranisti” riprendono gli stessi luoghi comuni dell’anticapitalismo di sinistra, da sempre in auge e da sempre fallimentari, non possono ergersi a paladini del politicamente scorretto. Una vera, sana reazione dovrebbe provenire dalla destra conservatrice erede della rivoluzione di Margareth Thatcher e Ronald Reagan, che poco meno di trent’anni fa condusse l’Occidente alla vittoria nella guerra fredda, ma che oggi appare fuori gioco. Possibile che dopo quel trionfo epocale si sia esaurito tutto? Purtroppo, sembra proprio di sì.

Nel primo saggio del libro Roberto Bolzan evidenzia il legame tra la correttezza politica di oggi e l’esperienza della Società Fabiana, l’organizzazione inglese che tra la fine del XIX secolo e i primi decenni del XX secolo si propose di diffondere il socialismo non attraverso l’aperta lotta di classe, ma mediante un’occulta influenza culturale esercitata dietro le quinte da un’oligarchia intellettuale molto vicina a essere una società segreta. I fabiani, tra i quali spiccavano George Bernard Shaw, H.G. Wells, i coniugi Webb e numerosi intellettuali di prestigio, volevano giungere alla collettivizzazione esattamente come i comunisti, ma gradualmente, più con un’azione di condizionamento delle coscienze che mediante la costrizione palese dello Stato. L’influenza della società fabiana, rileva Bolzan, è stata enorme a livello politico ed intellettuale, come dimostrato dal numero degli uomini politici ne sono stati membri.

Il secondo saggio, di Federico Cartelli, contiene una descrizione molto precisa del politicamente corretto: «una vera e propria ideologia che i progressisti, orfani del comunismo, impongono con arroganza in tutti i campi del sapere e in ogni aspetto della vita quotidiana. Pretendono di riscrivere il vocabolario e la grammatica, di filtrare le notizie a proprio piacimento, di imporre codici comportamentali sulla base di un’ipocrita lotta al sessismo, di riscrivere la storia che li ha visti perdenti, di ingabbiare nei sensi di colpa tutti coloro che si oppongono all’accoglienza senza se e senza ma, di appiccicare la lettera scarlatta del fascismo su chiunque osi opporsi alle loro isterie» (p. 44). La superiorità antropologica, scrive Cartelli, fa parte del DNA di una sinistra che non riesce a fare autocritica né a capire gli umori della maggioranza silenziosa, e che continua a cercare la sponda della magistratura per screditare l’avversario di turno. Da qualche anno i progressisti hanno aggiunto al proprio arsenale lo spauracchio del populismo, creando una furba equazione lessicale fra populismo, fascismo, nazionalismo, xenofobia, come se questi termini fossero sinonimi.

Il terzo saggio, di Lorenzo Castellani, sviluppa un’interessante analisi del “progressista cosmopolita”, il perfetto esemplare dell’uomo nuovo politicamente corretto. Il progressista cosmopolita si colpevolizza per la superiorità economica del mondo da cui proviene ed espia le proprie colpe con il turismo sociale e con l’accoglienza, magari finanziata con le imposte di tutti. Questo soggetto, osserva Castellani, non è quasi mai un produttore di ricchezza radicato sul territorio, ma un consumatore sradicato che fa del proprio cosmopolitismo solidale il mezzo attraverso il quale l’Occidente è chiamato a espiare le proprie colpe verso il resto del mondo.

Nel quarto saggio, il pezzo forte del libro, il professor Lorenzo Infantino mette in luce il collegamento indissolubile tra la negazione della libertà degli individui e la contraffazione della realtà sociale. Tutti i regimi che per scelta negano la libertà individuale basano il loro potere su una loro presunta fonte privilegiata di conoscenza, e in tal modo cercano di paralizzare la discussione critica e di mettere al riparo da ogni possibile contestazione il dominio sulla popolazione. Questo processo di contraffazione della realtà sociale, che sistematicamente inganna i governati e consolida il potere, raggiunge il suo culmine nei sistemi totalitari, ma esiste in varia misura in tutti i regimi politici. Anche la democrazia redistributiva crea una cultura dell’illusione che plasma le generazioni, le quali crescono con l’aspettativa che la politica debba fornire tutto a tutti. Si forma così una vera e propria bolla mediatico-culturale, destinata a scoppiare di fronte alle insostenibili repliche della realtà. Solo a quel punto si verifica il drammatico risveglio. La gente esce dal sonnambulismo sociale e comincia a vedere la distanza tra la situazione reale e i miraggi alimentati dalla politica.

Il quinto saggio, scritto da Stefano Magni, riguarda la fondazione di Israele ed è estremamente istruttivo sul piano storico. Magni spiega perché gran parte dei pregiudizi su Israele diffusi soprattutto dal mondo progressista siano infondati. Non è vero, ad esempio, che il sionismo sia stato un fenomeno violento, volto a trapiantare un popolo in una terra non sua, scacciando chi in quella terra già abitava. Il movimento sionista si è limitato a raccogliere fondi fra le varie comunità ebraiche europee per acquistare terre, con il consenso dei latifondisti arabi legittimi proprietari. Se si vuole trovare un’origine del moderno Israele, la si deve cercare in questo lungo e graduale processo di acquisto di terre, incominciato nel 1881 e culminato nel primo decennio del Novecento. Il problema è che la maggioranza araba musulmana non ha mai accettato questi nuovi coloni, liberi, forti e dotati, che non ci pensavano neppure di subire, nelle terre da loro acquistate, la condizione di dhimmi sottomessi sopportata per secoli nell’impero ottomano.

Nel sesto saggio Pietro Monsurrò difende in modo appassionato i meriti storici della civiltà occidentale, «la vetta più alta raggiunta dall’umanità nel corso della sua storia» (p. 137). Uno degli effetti del politicamente corretto, se non una delle cause, è infatti proprio l’odio per l’Occidente. Non sorprende che le critiche più estreme alla civiltà occidentale provengano spesso da sinistra: chi per decenni ha appoggiato l’ideologia che ha fatto più danni alle altre civiltà, il marxismo, ha bisogno di razionalizzare il proprio odio per non pensare alle proprie responsabilità morali e intellettuali di aver difeso un tale orrore. La scarsa onestà intellettuale del politicamente corretto si nota proprio nel colpevolizzare sempre l’Occidente, che invece di essere considerata la migliore approssimazione che si sia mai avuta di una certa idea di società basata sulla libertà e la prosperità, viene dipinto come una sorta di inferno. L’antioccidentalismo politicamente corretto, scrive Monsurrò, è dunque frutto del pensiero nevrotico degli orfani del comunismo, i quali vogliono negare ciò che milioni di immigrati dimostrano con le loro azioni: che i grandi valori morali del cristianesimo e del liberalismo hanno reso l’Occidente il miglior posto in cui valga la pena di vivere.

Il settimo saggio, di Corrado Ocone, illumina le differenze tra la laicità e il laicismo facendo notare che lo Stato moderno, quando assume una rigida ottica laica, può diventare intollerante e illiberale. La laicità si trasforma in questo modo in laicismo, una sorta di Chiesa intransigente contrapposta ad altre Chiese. E tuttavia non solo lo stesso concetto di laicità trova un’esplicita conferma nella predicazione di Gesù Cristo, che non ha mai voluto fondare, al contrario di quello che ha fatto Maometto in ambito musulmano, una comunità politica teocratica. Ma la stressa storia del cristianesimo medievale ha visto perfezionarsi sempre più quelle istituzioni laiche che alla fine sono state incardinate nella modernità. È solo in una comunità educata da cristianesimo e dai suoi principi, conclude Ocone, che si è affinata e affermata poco alla volta la consapevolezza della centralità della libertà individuale: in una parola, la “società aperta”.

L’ottavo saggio, del sottoscritto, intende analizzare l’origine e gli effetti dell’ideologia multiculturalista, una componente fondamentale del più ampio fenomeno legato alla correttezza politica. Il multiculturalismo è una sorta di neomarxismo “culturale” sviluppato a partire dagli anni venti del ‘900 grazie alle elaborazioni di Gramsci ed altri esponenti della Scuola di Francoforte (Lukacs, Horkheimer, Adorno, Marcuse). La sua caratteristica principale è l’avversione assoluta verso la civiltà occidentale e l’intera sua storia, considerata un interminabile elenco di crimini contro le altre civiltà (razzismo, intolleranza religiosa, imperialismo, colonialismo, ecc.). Il fatto che dopo la fine del socialismo reale gli intellettuali filo-marxisti siano saliti in massa sul carro del multiculturalismo dimostra chiaramente che quest’ultimo non è altro che la prosecuzione del comunismo con altri mezzi. È un tentativo di rivincita di coloro che ai tempi della Guerra Fredda militavano dalla parte dell’Unione Sovietica, e che non hanno mai accettato la caduta del Muro di Berlino. Si spiega forse così il desiderio frenetico della sinistra di ripopolare l’Europa con masse enormi di musulmani: si importano centinaia di migliaia di jihadisti nella speranza che formino una nuova massa rivoluzionaria, e che facciano la pelle all’odiato Occidente. Si tratta di un gioco molto rischioso, che potrebbe finire molto male. Possiamo quindi considerare il multiculturalismo come un gigantesco esperimento di ingegneria sociale, radicale, utopistico e pericoloso quanto il comunismo.

Nel nono saggio Alberto Revelant analizza l’incompatibilità tra la scienza e il politicamente corretto, che è penetrato soprattutto nelle facoltà umanistiche. Negli ultimi vent’anni, infatti, nel mondo anglosassone e in misura minore nel resto dell’Occidente centinaia di migliaia di studenti sono stati educati in corsi universitari fortemente ideologicizzati: Studi di Genere, Studi sulla Condizione Femminile, Studi sulla Condizione Razziale, ecc. Questo attivismo politico sta influenzando in negativo il funzionamento del sistema scientifico e sta creando un clima di altissima tensione nei dipartimenti universitari, dato che chi si oppone a queste teorie viene immediatamente demonizzato e ghettizzato. Ma la libertà d’espressione è indispensabile non solo nel dibattito politico, ma anche in quello scientifico, perché in Occidente è stato proprio il progresso tecnologico a permettere il radicale miglioramento delle condizioni di vita dei suoi abitanti negli ultimi due secoli. Purtroppo a causa del dilagare del politicamente corretto, conclude Revelant, la censura in ambito scientifico e accademico sta diventando un fenomeno sempre più diffuso.

Il decimo e ultimo saggio di Carlo Zucchi, che è anche curatore del volume, si intitola “Giuridicamente scorretto”, e costituisce una potente critica alla magistratura italiana, in particolare durante la fase rivoluzionaria di Mani Pulite, che Zucchi descrive come “degenerazione platonica del diritto” per la sua pretesa di risolvere i problemi politici ed economici attraverso la scorciatoia della purificazione giudiziaria. La stampa ha avallato nella maniera più servile la linea della magistratura, suggerendo l’idea che l’uscita da Tangentopoli non potesse esaurirsi in alcune riforme del sistema politico, ma esigesse in primo luogo una rifondazione morale della vita pubblica nella quale ai magistrati spettava un ruolo da protagonisti.

La seconda edizione del libro sarà arricchita con un saggio aggiuntivo di Enrico Galloni intitolato “In difesa della buona educazione”, che ha la funzione di equilibrare un po’ il discorso per evitare di cadere negli eccessi opposti. Il suo obbiettivo è la ricerca della “terza via”: essere educati senza automaticamente risultare cretini, omologati, schierati o, peggio ancora, senza sentirsi etichettati. Se qualcuno vi richiama a non essere offensivi, conclude Galloni, non è necessariamente un radical chic: potrebbe essere uno dei tanti che ancora reputa raccomandabile non scaccolarsi a tavola quando si è invitati a casa di amici.

La gabbia delle idee è dunque un libro che analizza il fenomeno sfuggente della “correttezza politica” da molteplici punti di vista, fornendo diverse chiavi di lettura per comprendere una delle ideologie politiche più rilevanti dei nostri tempi.

Il libro può essere ordinato direttamente sul sito della Libreria del Ponte, oppure scrivendo a libreriadelponte@tiscali.it

Il libro verrà presentato giovedì 4 luglio alle ore 18 presso la Libreria Il Secondo Rinascimento di Bologna, via Porta Nova 1.

INDICE DEL LIBRO

Introduzione di Carlo Zucchi, p. 5

  1. Il politicamente corretto è una cagata pazzesca, di Roberto Bolzan, p. 23
  2. Lo spauracchio del populismo, di Federico Cartelli, p. 39
  3. La crisi della razionalità, di Lorenzo Castellani, p. 47
  4. La contraffazione della realtà sociale, di Lorenzo Infantino, p. 77
  5. Israele: i due pesi e le due misure, di Stefano Magni, p. 91
  6. Occidentalismo e anti-occidentalismo, di Pietro Monsurrò, p. 119
  7. La laicità non è laicismo, di Corrado Ocone, p. 139
  8. Il grande inganno del multiculturalismo, di Guglielmo Piombini, p. 143
  9. Politicamente corretto e scienza: uno scontro inevitabile, di Alberto Revelant, p. 157
  10. Giuridicamente scorretto, di Carlo Zucchi, p. 177

 

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