UN RICORDO DI FRANK CHODOROV, IL NEMICO DELL’IMPOSTA SUL REDDITO

La Leonardo Facco Editore, in collaborazione con goWare, ha arricchito il proprio catalogo con un altro classico del pensiero libertario: L’imposta sul reddito. La radice di tutti i mali di Frank Chodorov. Si tratta del primo libro tradotto in lingua italiana di questo brillante esponente della Old Right, la Vecchia Destra libertaria e antistatalista duramente avversa al New Deal di Roosevelt. Il libro si apre con questo ricordo di Chodorov scritto da Murray N. Rothbard, che fu un suo grande ammiratore.

di MURRAY N. ROTHBARD

Sono passati quasi vent’anni da quando incontrai per la prima volta Frank Chodorov. Fu durante uno di quei cocktail lussuosi, ma terribilmente deprimenti, che da tempo servivano come terreno di scontro per l’intellighenzia della Destra americana. Lì i più eloquenti tra gli esponenti della Destra erano soliti riunirsi per declamare a vicenda, per l’ennesima volta, sui pericoli dell’inflazione, l’immoralità dei beneficiari del welfare e la minaccia, chiara e presente, agli organi vitali della Repubblica americana da parte del leader sindacale Walter Reuther.

Questi e altri simili luoghi comuni hanno a lungo costituito l’ossatura su cui sono state elaborate le idee scintillanti, ma sempre vaghe, su “libera impresa”, “governo limitato” e “stile americano”. Gli uomini della Destra si sono a lungo accontentati di esporre questa vuota retorica come un sostituto, conveniente e quasi “non polemico”, delle idee nette, mentre sulle scale di servizio discutevano con gli intermediari del Big Government per un aumento dei loro sussidi e privilegi e una riduzione degli oneri fiscali a loro carico.

In quella folla di opportunisti Frank Chodorov spiccava fiammeggiante come una luce radiosa. Si distinse anche a quel cocktail: era l’unica persona viva e passionale in mezzo a un branco di uomini unidimensionali e identici che lo circondavano. Eccolo lì, con la cravatta storta e la testa calva spettinata, le ceneri della sua amata pipa che volteggiavano tutt’intorno, gli occhi intelligenti e allegri che scintillavano mentre segnava un punto oltraggioso, logico e magnificamente penetrante contro qualche sciocco che non conosceva la differenza tra una schiera di “individualisti” di cartapesta e l’originale.

Frank era unico. La qualità della mente e il rigore delle idee lo separavano nettamente dagli altri intellettuali “di Destra” e questa differenza si incarnava, in un certo senso, nel temperamento e nell’aspetto esteriore. Onestà inflessibile, coraggio, amore per l’intelletto e i prodotti della mente, queste sono alcune delle cose che distinguevano Frank Chodorov nel profondo del suo essere e gli davano anni luce di vantaggio sui suoi confratelli. Mentre gli altri chiacchieravano di libertà e individualismo, Frank Chodorov li praticava. Era un individualista e quando morì, alla fine di dicembre del 1966, con lui morì un’intera era.

Eccezionale discepolo del suo amato mentore – il grande libertario Albert Jay Nock – Frank Chodorov, a differenza dei suoi colleghi “libertari”, non dimenticò nemmeno per un istante che lo Stato è il grande e rapace nemico dell’umanità; che lo Stato è, nella sua essenza, organizzazione e normalizzazione della predazione, dello sfruttamento, del ladrocinio. Non considerava lo Stato, come fa la maggior parte dei liberali classici e dei presunti libertari, come un altro strumento sociale che, in misura adeguata, avrebbe potuto essere utile e persino lodevole. Disprezzando i sotterfugi e il compromesso, Frank Chodorov ha visto lo Stato, dal primo all’ultimo giorno, come un’istituzione profondamente antisociale, il cancro nel cuore di qualsiasi tentativo di cooperazione pacifica nella società da parte di individui liberi.

Non dimenticherò mai il profondo brivido di liberazione intellettuale che mi attraversò quando incontrai per la prima volta il nome di Frank Chodorov, mesi prima che ci incontrassimo di persona. Come giovane studente universitario di economia avevo sempre creduto nel libero mercato ed ero diventato sempre più libertario nel corso degli anni, ma queste idee erano nulla a confronto del titolo esplosivo di un opuscolo in cui mi ero imbattuto nella libreria universitaria: Taxation Is Robbery (La Tassazione è una rapina) di Frank Chodorov. Eccolo lì. Semplice, forse. Ma quanti di noi, per non parlare di quanti professori di scienza delle finanze, hanno mai pronunciato questa verità dirompente e demolitrice? Frank è sempre stato così: mentre i pusillanimi esponenti della Destra imploravano i nostri governanti di ridurre l’imposta sul reddito di pochi punti percentuali, Frank aveva la percezione e la profonda onestà di dire come stanno le cose.

Mentre gli esponenti della Destra si lamentavano dignitosamente per l’aumento del debito pubblico e sollecitavano il governo a ridimensionarlo un po’, Frank Chodorov, audacemente e logicamente, ammoniva i suoi lettori: «Non comprate titoli di Stato!». Dal momento che era un vero individualista, e non l’aspirante membro di una squadra di consiglieri della Casa Bianca, l’estraneità di Frank dal governo degli Stati Uniti era totale; quindi fu l’unico, tra la moltitudine di apparenti sostenitori dell’economia di libero mercato in questo paese, a chiedere di ripudiare apertamente il debito pubblico e a vedere che tale rifiuto era infinitamente più libertario e meno criminale del saccheggio dei contribuenti volto a riscattare tale debito.

Essendo un vero individualista, Frank continuò a perseguire la logica della libertà senza riserve fino ad arrivare a una posizione ancora più pericolosa: l’isolazionismo, ovvero la limitazione assoluta all’azione del governo sia nella sfera estera che in quella domestica. Questo tipo di “isolazionismo” implicava, in modo del tutto coerente, il massimo dello scambio economico e culturale (libero scambio, libertà di migrazione, amicizia con tutti i popoli stranieri), unito all’isolamento politico del governo degli Stati Uniti da ogni forma di ingerenza e di pressione sui popoli di altri paesi.

Chodorov detestava il militarismo e la coscrizione in qualsiasi forma. Per la sua opposizione intransigente all’ingresso imperialistico degli Stati Uniti nella Seconda Guerra Mondiale, fu costretto a lasciare il suo incarico come direttore della Henry George School, la scuola di scienze sociali di New York, e a vivere precariamente come proprietario, editore, commentatore e distributore di Analysis, una delle migliori, anche se senza dubbio la più trascurata, delle “piccole riviste” mai pubblicate negli Stati Uniti. Più di dieci anni più tardi, nel 1955, quando era ormai alla fine della sua carriera di scrittore, come redattore del rinato Freeman fece del suo meglio per riaffermare i valori dell’isolazionismo e per arginare la precipitosa e tragica corsa della Destra verso la ancora più disastrosa crociata imperiale che sarà la Guerra Fredda.

Anche verso la fine Frank fece del suo meglio per arginare la concomitante corsa della Destra ad adottare l’etichetta di “conservatore”. Frank conosceva la sua storia intellettuale; era e sarebbe sempre stato un “individualista”, e riconosceva che il “conservatorismo” era l’incarnazione del credo dell’antico nemico statalista. Scrivendo per protestare contro chi lo designava come “conservatore” sulle pagine del National Review, Frank ammonì: «Chiunque mi chiamerà conservatore si beccherà un pugno sul naso». Il suo appello accorato, ahimè, rimase inascoltato; e molte persone che se lo sarebbero meritato hanno ancora il naso intatto.

Analysis è stata il coronamento del successo di Frank Chodorov. Come scrittore principale, nonché editore e redattore di questo mensile di quattro pagine, Frank, seduto in uno squallido sottotetto di Manhattan, mese dopo mese pubblicò i suoi saggi magnificamente scritti, penetranti, infinitamente logici e, quindi, radicali. Emulando Albert Jay Nock, il suo stile era quello di un raffinato artigiano. La sua specialità era la parabola soavemente penetrante.

Ecco dunque gli attacchi alla tassazione, alla scuola pubblica, al debito pubblico, al militarismo; e l’amorevole evocazione dei suoi eroi: Nock, Thoreau, Spencer. Analizzare gli archivi di Analysis non richiede molto tempo, ma il premio – entrare in contatto col funzionamento della mente di un individualista acuto, impavido e chiaro – rende questa esperienza infinitamente più educativa di anni di corsi universitari.

C’è un aggettivo riguardante la personalità di Frank che, per quanto possa sembrare banale, spazza via tutti gli altri: “amabile”. Tutti noi amavamo profondamente Frank, anche quelli che non erano degni di stare nella stessa stanza con lui, anche quelli che lo usavano solo per tradire tutto ciò che rappresentava: persino loro si erano resi conto che qui c’era un uomo che sovrastava tutti. L’intelligenza acuta e l’allegria, l’audacia e il candore si accompagnavano a un’infinita gentilezza d’animo, a una semplicità quasi infantile e a un’apertura spensierata che riversava generosità e spirito nei giovani impazienti.

Da quel primo incontro al cocktail fui attratto irresistibilmente da Frank, e sedetti ai suoi piedi assimilando la sua saggezza e le sue intuizioni cristalline. Sempre desideroso di dare ai giovani libertari l’opportunità di farsi strada, fu il primo a pubblicare un mio scritto quando ero alle prime armi. Ricordo con orgoglio il mio primo articolo in stampa: una recensione di H.L. Mencken, A Mencken Crestomathy, nel numero di agosto del 1949.

Uno dei grandi attributi di Frank era il suo amore per il discorso intellettuale, per il gioco delle idee e per la vita della mente. Figlio della concitata vecchia New York, Frank si affilò i canini nelle discussioni e nei dibattiti intellettuali quando questi prosperavano nelle caffetterie del Lower East Side nei primi decenni del secolo. Frank una volta si lamentò con me per il fatto che il marxismo sembrava sparito dalla circolazione. Con i marxisti potevi discutere e conversare; potevi attaccare la teoria del valore del lavoro e avere riscontro. Ma cosa puoi fare, proseguì, con i pragmatici, con gli uomini il cui statalismo o socialismo non è fondato su nessuna logica o principio?

È stato un triste giorno per me, e forse anche per Frank, quando la sua meravigliosa pubblicazione fatta da un uomo solo morì. Fu come se morisse un caro e amato membro della famiglia. Ufficialmente, come in quasi tutte le pubblicazioni odierne, Analysis non morì ma confluì nel settimanale Human Events di Washington. A quei tempi Human Events non aveva quel taglio conservatore che avrebbe avuto in seguito, ma era una rivista di carattere. Comunque la perdita fu irreparabile, anche se Frank continuava a scrivere spesso per Human Events come condirettore editoriale.

Non dimenticherò mai l’ultima volta che vidi Frank mentre stava facendo le valigie per trasferirsi a Washington, una mossa che era per lui veramente catastrofica perché stava andando, disse un po’ impaurito, nel cuore dello Stato stesso – in un ambiente di statalismo puro – e sperava di rimanere incontaminato da quell’atmosfera mortale.

Frank, a quei tempi, era molto più distaccato e radicale nei confronti della politica di me. Io ero un ardente “repubblicano di estrema destra”, nei giorni naturalmente in cui questo termine significava isolazionismo e almeno parziale devozione alla libertà dell’individuo, e non razzismo o desiderio di distruggere qualsiasi sempliciotto la cui ideologia potesse differire dalla nostra. Ma Frank, anche in quel caso, mi guardava con aria interrogativa e voleva sapere perché mi occupassi del chiacchiericcio politico; non aveva votato per decenni e non aveva intenzione di votare di nuovo, indipendentemente dal grado di statalismo di un particolare candidato. Gli risposi che i repubblicani di estrema destra, anche se avevano poche speranze nel respingere l’ondata statalista, avrebbero almeno impedito che le cose peggiorassero. «Cosa c’è che non va», ribatté Frank, «nel permettere che le cose peggiorino?».

Frank rimase alcuni anni in esilio a Washington, per poi tornare a New York per un breve periodo di lavoro come redattore di Freeman nel 1955. Le nostre strade si incrociarono quando ebbi l’onore di succedere a Frank come editorialista da Washington per la “piccola” rivista della West Coast, Faith and Freedom. Dopo il 1955, tuttavia, la grande voce di Frank si placò. In parte per mancanza di uno sbocco adatto, ma in gran parte per la tragica malattia che lo colpì in seguito alla morte della sua amata moglie poco dopo la ricorrenza delle nozze d’oro. L’ultimo capolavoro di Frank fu il suo testamento ideologico, il brillante The Rise and Fall of Society (L’ascesa e la caduta della società), pubblicato nel 1959, all’età di 72 anni. Per il resto dobbiamo posare un velo su quegli anni, non solo a causa della sua lunga malattia ma anche del tradimento del suo nome e delle sue idee da parte di coloro che Frank, nella sua nobiltà di cuore e semplicità d’animo, aveva abbracciato e dei quali si era fidato.

Oggi l’impronta lasciata dalla vita di Frank va oltre tutto questo, come un gigante che oscura i nani che lo circondano. Eppure ci vorrà molto tempo prima che possano essere perdonati. Una delle ultime volte che vidi Frank, gli ricordai quanto avevo amato Analysis e quanto aveva significato per me, sia intellettualmente sia personalmente. Un barlume, un forte accenno del vecchio allegro scintillio, tornò a brillare nei suoi occhi stanchi e, con malinconia, disse: «Ah sì, Analysis: è stata l’unica volta della mia vita in cui ho potuto scrivere quello che credevo veramente».

Quando ci riunimmo qualche settimana fa ai funerali di Frank per offrirgli l’ultimo tributo, noi vecchi conoscenti, amici e nemici, percepimmo realmente di aver conosciuto una vita dal significato speciale, che trascendeva il dolore per la sua perdita. Sicuramente una parte di questo significato è che tutti dobbiamo impegnarci a combattere per creare un mondo in cui Frank Chodorov riceverà tutti gli onori, tutti i plausi e anche tutta la semplice onestà di trattamento che gli è dovuta.

E soprattutto dobbiamo fare ciò che voleva da noi: tenere alta la fiaccola della libertà e trasmetterla alle prossime generazioni. Noi piangiamo e soffriamo per la sua perdita ma siamo orgogliosi che Frank si sia unito agli Immortali. Soprattutto ci sentiamo orgogliosi e privilegiati per averlo conosciuto e amato come amico.

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Informazioni sul libro

L’imposta sul reddito, radice di tutti i mali, è un classico della letteratura politica americana. Secondo l’autore l’introduzione dell’imposta sul reddito nel 1913 ha minato, più di ogni altro cambiamento legislativo, le fondamenta dell’americanismo: i diritti individuali. A seguito dell’approvazione di questo emendamento, scrive Frank Chodorov, «Gli Stati Uniti d’America non sono più la terra della Dichiarazione d’Indipendenza». L’imposta sul reddito, infatti, è diversa dalle altre forme di imposizione fiscale in quanto nega, in radice, il diritto di proprietà privata e presuppone un pervasivo controllo del governo su tutte le attività umane. Oltre al saggio di Chodorov, il testo comprende l’introduzione dell’ex commissario dell’Internal Revenue Service J. Bracken Lee, un ricordo di Chodorov scritto da Murray Rothbard, e una biografia scritta da Aaron Steelman.

Frank Chodorov (1887-1966) è stato un importante intellettuale e scrittore statunitense, membro della Old Right, la vecchia destra libertaria americana, favorevole a un governo limitato, avversa a ogni politica estera interventista e duramente critica verso il New Deal di Roosevelt. È stato direttore della rivista Freeman, oltre che fondatore del mensile Analysis, che confluì in Human Events.

Il libro può essere ordinato presso la Libreria del Ponte oppure, anche in formato digitale, su qualsiasi libreria online.

 

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