Piketty, l’econo-pirla che vuole far sparire i ricchi e portare le tasse al 90%!

Da leggere

di LEONARDO FACCO

Piketty è uno dei 108 ciarlatani che avevano previsto che Milei avrebbe causato il disastro economico argentino. Non solo lui e i suoi sodali han chiesto scusa per le previsioni totalmente sbagliate, ma insistono nel raccontarci che il futuro del mondo deve passare da “una grande redistribuzione, con un piano globale che smantelli la plutocrazia e fermi il collasso climatico. Lavorando molto meno e tassando ovviamente i ricchi”.

Ogni epoca, si sa, ha i suoi profeti. Il Medioevo aveva gli alchimisti che promettevano di trasformare il piombo in oro, il Novecento ci ha “regalato” i pianificatori socialisti, che ancora oggi – nonostante un fallimento via l’altro e milioni di morti innocenti – promettono di trasformare la povertà in prosperità attraverso il controllo statale dell’economia. Il cassonetto della storia del XXI secolo, ci ha rovesciato addosso il francese (non a caso) Thomas Piketty, uno dei peggiori materiali di risulta del marxismo, che promette di eliminare contemporaneamente disuguaglianze, povertà, crisi climatica e quegli sporchi miliardari che ancora esistono attraverso una gigantesca redistribuzione globale della ricchezza.

La novità non è la proposta. La novità – ribadisco – è che, nonostante un secolo di fallimenti del socialismo, queste idee continuino a essere presentate come se fossero una scoperta rivoluzionaria. Secondo il nuovo piano elaborato dal World Inequality Lab di Piketty, il mondo dovrebbe introdurre una tassa patrimoniale globale fino al 20% annuo sui miliardari, aliquote marginali sul reddito fino al 90% (come era in Inghilterra prima della Thatcher, ad esempio), settimane lavorative drasticamente ridotte, un gigantesco fondo mondiale di redistribuzione pari a oltre il 10% del PIL globale e una sostanziale eliminazione della figura stessa del ricco. Tutto questo mentre si finanzia la transizione climatica, si riducono le emissioni e si porta il reddito medio mondiale a 5.000 euro mensili entro il 2100.

Detta così sembra una barzelletta, dove ci sono un italiano… un americano e un francese… In realtà è una proposta economica presentata seriamente da decine di accademici, la stessa risma che compone i 108 di cui sopra.

Il problema fondamentale del pensiero di Piketty è sempre lo stesso. E non riguarda la matematica, ma la teoria economica. L’intera costruzione intellettuale di questo “chierico sovietico” parte da una premessa che Ludwig von Mises avrebbe definito radicalmente errata: l’idea che la ricchezza esista indipendentemente dal processo che la genera. Per il re-distributore neomarxista la ricchezza appare come una gigantesca torta già pronta, basterebbe saperla dividere in parti uguali. Per chi ha studiato la buona economia la questione è esattamente opposta. La domanda decisiva non è come distribuire la ricchezza, ma come produrla. Un miliardo di euro non nasce perché qualcuno lo redistribuisce, ma perché qualcuno investe, rischia, coordina risorse, anticipa i desideri futuri dei consumatori e riesce a soddisfarli meglio della concorrenza.

Quando Piketty guarda una grande fortuna vede un patrimonio da invidiare. Mises ci vede un processo che lo ha creato; Hayek ci scorge un sistema di informazioni complesse e distribuite; Schumpeter ci vede la forza dell’innovazione. Piketty? Niente da fare, lui come il suo gran padrino intellettuale di Treviri ci vede soltanto qualcosa da tassare.

Tra le varie puttanate proposte dal World Inequality Lab, particolarmente ridicola appare la patrimoniale globale fino al 20% annuo sui miliardari. Attenzione: mica si tratta di una tassa una tantum, macché! Si parla del 20% ogni anno! In questo modo, nell’arco di un quinquennio lo sporco risparmio del riccone verrebbe sostanzialmente demolito e in dieci anni sarebbe quasi azzerato.

Questa boiata passa con tanto di plausi della feccia immorale socialista! Perché? Beh… quando si pronuncia la parola “ricchi”, improvvisamente l’esproprio diventa “giustizia sociale”, anziché essere considerato un furto! La domanda che qualsiasi persona di buon senso si porrebbe è semplice: perché mai qualcuno dovrebbe, allora, continuare a investire, innovare e accumulare capitale sapendo che una quota crescente dei risultati verrà sistematicamente confiscata? Echissenefrega, risponde Piketty: va fatto comunque… per il “bene comune”!

Altrettanto balzana e indecente è l’idea di aliquote marginali fino al 90%. Pare il ripetersi di quel che fece il Fuhrer durante la Seconda Guerra Mondiale, come bene ha spiegato da Götz Aly nel libro “Lo stato sociale di Hitler”.

Ogni generazione socialista (nazi o meno) sembra convinta di aver scoperto una nuova forma di tassazione punitiva che questa volta funzionerà. Il problema è che queste bestie di satana manco conoscono la storia economica e questa ci  racconta una storia piuttosto diversa.

Le economie che hanno generato i maggiori livelli di innovazione e prosperità non sono quelle che hanno perseguitato il capitale. Sono quelle che hanno garantito proprietà privata, certezza del diritto e incentivi all’investimento. Persino i paesi nordici tanto amati dalla sinistra contemporanea hanno progressivamente ridotto molte delle imposte più aggressive sul capitale e sulla ricchezza. Ma Piketty continua a proporre la stessa ricetta redistributiva che ha accompagnato il pensiero socialista per oltre un secolo. Perché? Lasciamo la risposta ad Henry Hazlitt che in un articolo ha spiegato “Il marxismo in un minuto”:

  • «L’intero vangelo di Karl Marx può essere riassunto in una sola frase: Odia l’uomo che sta meglio di te. Non ammettere mai in nessun caso che il suo successo possa essere dovuto ai suoi sforzi, al contributo produttivo che ha dato a tutta la comunità. Attribuire sempre il suo successo allo sfruttamento, all’imbroglio, alla rapina più o meno aperta degli altri. Non ammettere mai, in nessuna circostanza, che il proprio fallimento possa essere dovuto alla propria debolezza, o che il fallimento di qualcun altro possa essere dovuto ai propri difetti: pigrizia, incompetenza, imprevidenza o stupidità. Non credere mai nell’onestà o nel disinteresse di chi non è d’accordo con te. Questo odio fondamentale è il cuore del marxismo. Questa è la sua forza animatrice. Puoi buttare via il materialismo dialettico, la struttura hegeliana, il gergo tecnico, l’analisi “scientifica” e milioni di parole pretenziose, e hai ancora il nocciolo: L’odio e l’invidia implacabili che sono la ragion d’essere di tutto il resto».

Forse il punto più rivelatore dell’intero progetto dell’econopirla d’oltralpe è la proposta di creare un gigantesco fondo globale che redistribuisca oltre il 10% del PIL mondiale ogni anno. Qui la fantasia tecnocratica, e l’arroganza, raggiunge livelli patetici. Chi controllerà questo fondo? Chi stabilirà i criteri di distribuzione? Quale autorità avrà il potere di raccogliere e trasferire risorse su scala planetaria? Beh, la risposta è sempre la stessa, per chi sa quale infame porcheria sia stata l’URSS, grande ispiratrice di “Pirletty”: “Il Comintern che redigerà piani quinquennali”. Una specie di Unione Euopea, ma mondiale, direbbero i democratici per far passare questo abominio!

Insomma: il progetto Piketty non rappresenta affatto una novità. È semplicemente il vecchio socialismo reale aggiornato per la seconda metà del XXI secolo, che dopo il fallimento di quello ideato a San Paolo da Castro, Lula e Chavez ha ora in questo parassita parigino la stella nascente.

Fateci caso: Nel Novecento il nemico era il capitalista? Oggi è il miliardario! Nel Novecento la giustificazione era l’uguaglianza? Oggi è “la giustizia sociale”! Nel Novecento si prometteva la liberazione del proletariato? Oggi si promette la salvezza del pianeta! E potremmo continuare, la struttura logica, però, è la stessa: concentrare il potere fiscale, espandere il potere politico, ridurre le libertà individuali, derubare risorse private verso apparati centrali pubblici sempre più grandi.

Il paradosso finale è che Piketty continua a interpretare la disuguaglianza come il problema centrale dell’umanità. Per la tradizione Austriaca il problema centrale non è la disuguaglianza, ma la povertà. Se domani tutti diventassero ugualmente poveri, Piketty potrebbe festeggiare una riduzione delle disuguaglianze. Quelli come noi, invece parlerebbero di catastrofe (URSS, Cuba, Cambogia, Cina maoista, Venezuela… vi dicono qualcosa?)

Ciò che conta non è la distanza tra il reddito del ricco e quello del povero, ma la capacità del povero di migliorare la propria condizione. Ed è precisamente, e solo(!) il capitalismo — non il socialismo, non la pianificazione, non la redistribuzione globale — ad aver prodotto la più grande riduzione della povertà nella storia dell’umanità. Si studi Maddison! Il vero miracolo economico degli ultimi due secoli non è che alcuni siano diventati ricchi. È che miliardi di persone non sono più povere. Ma questo miracolo non è stato prodotto dalle patrimoniali globali. È stato prodotto dal capitale, dal lavoro, dal risparmio che Piketty continua ostinatamente a considerare il problema anziché la soluzione. Demente!

Correlati

LEAVE A REPLY

Please enter your comment!
Please enter your name here

Articoli recenti