108 economisti avevano previsto l’apocalisse Milei. Poi è arrivata la realtà!

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di LEONARDO FACCO

C’è qualcosa di irresistibilmente comico nella figura dell’economista di regime. Lo si riconosce subito. Compare regolarmente sui giornali, pontifica dalle università più prestigiose, firma appelli collettivi pieni di parole solenni e, soprattutto, prevede disastri. Sempre gli stessi disastri. Sempre con la stessa sicurezza. Sempre sbagliando, un po’ come lo furono le previsioni di Paul Krugman in merito a Internet, che definì nulla più che un’invenzione stile fax!

Nel novembre del 2023, ben 108 economisti di “fama internazionale” – una panoplia di keynesiani – decisero di mettere nero su bianco la loro profezia contro Javier Milei. Tra i firmatari figuravano nomi altisonanti come Thomas Piketty (neo-marxista squallidissimo) e altri accademici convinti che l’Argentina stesse per consegnarsi a una specie di Attila anarco-capitalista armato di motosega. Secondo la lettera aperta, il programma economico di Milei era “potenzialmente molto dannoso” e avrebbe provocato “devastazione” economica e sociale.

Roba da neri vs bianchi! Da una parte il candidato libertario e eterodosso, accusato di voler smantellare lo Stato, ridurre la spesa pubblica, fermare la stampa incontrollata di moneta e liberalizzare l’economia. Dall’altra una processione di luminari pronti a spiegare ai comuni mortali perché tutto ciò fosse impossibile. Il problema è che, come spesso accade, prima o poi la realtà presenta il conto. E la realtà si è rivelata meno keynesiana del previsto.

Ripetiamo qualche dato. Quando Milei entrò alla Casa Rosada nel dicembre 2023, l’Argentina era un malato terminale. L’inflazione correva oltre al 211% annuo (con rischio di iper-inflazione al 15.000%), la moneta nazionale era considerata poco più di carta colorata, il deficit divorava i conti pubblici e la crescita economica era negativa. In altre parole, il modello economico dei 108 economisti di cui sopra, quello dei Kirchner che loro stessi avevano tollerato, giustificato o persino sostenuto aveva prodotto l’ennesimo collasso argentino.

Ma, curiosamente, nessuno di loro aveva firmato una lettera contro il disastro già esistente. Né tantomeno lo aveva annunciato. L’indignazione accademica esplose soltanto quando qualcuno – che aveva vinto regolarmente le elezioni – propose di interrompere il meccanismo. Ebbene, secondo i 108 economisti, gli “Afuera” e i conseguenti tagli alla spesa pubblica avrebbero dovuto produrre caos sociale, devastazione economica e un peggioramento generale delle condizioni del Paese (cosa che sarebbe accaduta seguendo la dottrina degli “Idihoppe probabilmente). Oggi quelle previsioni appaiono decisamente una scemenza.

Uno degli aspetti più imbarazzanti per i profeti della catastrofe riguarda l’inflazione. Per anni gli economisti progressisti hanno ripetuto che l’inflazione argentina fosse un fenomeno complesso, multidimensionale, quasi metafisico. Non dipendeva dalla creazione incontrollata di moneta, secondo loro. Non dipendeva dal deficit pubblico, secondo loro. Non dipendeva dalla spesa statale, secondo loro. Dipendeva sempre da qualcos’altro, probabilmente dal “neo-liberismo”, che nascondeva nelle sue pieghe speculazione, mercati selvaggi, imprenditori cattivi, magari anche i “cambiamenti climatici”.

Poi è arrivato Milei. Ha tagliato la spesa, ridotto il deficit, limitato il finanziamento monetario dello Stato. Ha fatto quello che insegnavano Mises e Hayek, mica “bau bau micio micio”. E l’inflazione ha cominciato a calare. Secondo i dati riportati da Fox Business (ma su quesya rivista ne trovate quanti ne volete), il tasso inflazionistico è passato da oltre il 200% a circa il 34%. Una circostanza decisamente scomoda per chi aveva spiegato per anni che stampare moneta non fosse il vero problema.

Anche la crescita economica sembra essersi rifiutata di seguire le istruzioni degli economisti. Secondo i dati riportati nell’articolo americano, dopo la fase iniziale di aggiustamento l’economia argentina è tornata a crescere, registrando un aumento del PIL del 4,4%. Le esportazioni sono passate da circa 5 miliardi di dollari mensili a quasi 9 miliardi. Una devastazione davvero insolita. Normalmente quando un paese viene devastato non aumenta le esportazioni, non attrae capitali e non riduce l’inflazione. Probabilmente, i manuali utilizzati dai 108 economisti contengono definizioni innovative del termine.

La vicenda rivela qualcosa di più profondo di un semplice errore di previsione. Rivela l’incapacità di una parte dell’establishment economico di concepire che la riduzione dello Stato possa produrre risultati positivi. Per decenni la cultura economica dominante ha insegnato che ogni problema può essere affrontato attraverso maggiore spesa pubblica, maggiore intervento statale, maggiore regolamentazione e maggiore debito. E quando qualcuno propone il contrario, scatta immediatamente la previsione apocalittica, è un classico.

L’aspetto più comico dell’intera vicenda è che questi economisti avevano individuato il pericolo nel candidato che voleva fermare il disastro, non nel sistema che lo aveva creato. Nel 2023 l’Argentina era già immersa nella crisi. L’inflazione era già fuori controllo. La povertà era già elevatissima. La crescita era stagnante da decenni. Lo Stato spendeva già come se non ci fosse un domani. Eppure il vero allarme venne lanciato contro chi proponeva di cambiare radicalmente direzione.

È un fenomeno frequente nelle classi intellettuali contemporanee, neo-marxiste. Gli esperti tendono a considerare normale qualsiasi fallimento prodotto dal modello che conoscono (e che non funziona), mentre giudicano estremamente pericolosa qualsiasi alternativa.

Sia chiaro, lo detto più volte: è prematuro proclamare il trionfo definitivo del modello Milei. L’Argentina continua ad affrontare problemi enormi accumulatisi in 80 anni di fascio-comunismo. Persistono tensioni sociali, fragilità strutturali e c’è il rischio politico che non venga rieletto. Si sa che una parte della popolazione ha pagato costi elevati (soprattutto la casta, però) durante la fase di aggiustamento e che rimangono interrogativi sulla sostenibilità di lungo periodo delle riforme, sul dopo-Milei eventualmente.

Ma questo non salva i 108 economisti dal problema fondamentale. Le loro previsioni più clamorose si sono rivelate sbagliate.Non avevano previsto la velocità della disinflazione. Non avevano previsto il recupero della crescita. Non avevano previsto il ritorno della fiducia dei mercati. Non avevano previsto la tenuta politica del governo. E soprattutto non avevano previsto che milioni di argentini avrebbero continuato a sostenere un presidente che aveva osato mettere in discussione i loro dogmi economici più venerati negli ambienti accademici.

La parte più divertente della storia è che, ad oggi, nessuno dei 108 firmatari ha fatto autocritica. Tranquilli: non vedremo conferenze stampa di pentimento; non leggeremo saggi intitolati “Come abbiamo sbagliato tutto”; non assisteremo a solenni ammissioni di errore. La loro arroganza è fatale, per dirla con Hayek! Molto più probabilmente assisteremo alla consueta strategia dell’establishment intellettuale: ignorare le previsioni sbagliate e passare direttamente alla prossima.

Dopotutto, l’economia contemporanea ha creato una categoria professionale quasi unica al mondo: persone che possono sbagliare sistematicamente le previsioni (i loro demenziali modelli econometrici) e continuare a essere considerate esperti. Javier, nel bene e nel male, ha fatto qualcosa di imperdonabile. Ha ricordato che la realtà possiede un brutto vizio: ogni tanto si diverte a smentire gli economisti.

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