di LEONARDO FACCO
Per decenni il liberalismo italiano ed europeo (esclusa l’esperienza tathcheriana) ha coltivato un’illusione: quella di poter convincere la sinistra con la forza degli argomenti. Bastava spiegare loro che il libero mercato produce ricchezza, che la concorrenza migliora la qualità della vita, che la proprietà privata tutela la libertà e che lo Stato, quando cresce oltre misura, finisce inevitabilmente per impoverire tutti… dicevano. Si immaginava che dati, statistiche e dimostrazioni economiche sarebbero stati sufficienti a dissipare ogni equivoco.
La realtà ha raccontato una storia diversa e lo dimostrano anche quei figuranti liberali italiani che con la sinistra, ed i loro esponenti, ci vanno a pranzo!
La sinistra non ha mai arretrato di fronte ai fatti. Ogni previsione smentita dalla realtà è stata semplicemente sostituita da una nuova narrazione. Ogni fallimento è stato attribuito a un capitalismo “non abbastanza regolato”, a un mercato “non sufficientemente corretto”, a una società “ancora troppo diseguale”. L’obiettivo non è mai stato verificare la validità delle proprie idee, ma preservarle a ogni costo. È qui che Javier Milei rappresenta una cesura storica nel modo di fare politica!
Il successo di Milei non nasce dalla moderazione
Per anni gli esponenti liberali tradizionali hanno cercato di apparire rassicuranti. In Italia ci sono addirittura “think-tank”, che hanno nominato presidenti parlamentari e scherani dell’ex partito comunista. E poi… toni misurati, linguaggio istituzionale, ricerca del compromesso, disponibilità al dialogo con chiunque. Il risultato? Marginalità politica e – al massimo – spartizione di qualche briciola di denari pubblici. In quasi tutto l’Occidente il liberalismo classico è rimasto confinato nei pensatoi, nei convegni, mentre l’apparato statale ha continuato ad espandersi indisturbato, insieme all’ideologia neo-marxista.
Milei ha fatto esattamente l’opposto. Ha smesso di considerare il socialismo un interlocutore rispettabile sul piano delle idee e ha iniziato a chiamare le cose con il loro nome. Lo ho iniziato a far conoscere dal 2019, quando ho avuto il piacere di conoscerlo, ma fino al 2013, nessun liberale s’è mai fatto vivo, mostrando interesse.
Javier ha definito il socialismo ciò che ritiene essere: un sistema che produce povertà, corruzione e dipendenza. Un fallimento sociale… “una mierda”! Milei dice quel che pensa e fa quel che dice. Ha accusato apertamente la “casta” politica di vivere sulle spalle dei contribuenti, ha sempre detto che la tasse sono un furto, ha denunciato senza esitazioni il ruolo distruttivo dello Stato quando invade ogni aspetto della vita economica. Molti osservatori liberali (soprattutto prima che arrivasse alla presidenza) hanno definito questo stile “aggressivo”, ohibò…
Per fortuna, Javier se ne è sempre fottuto ed ha rotto con il rituale dell’autocensura liberale. E gli elettori lo hanno premiato.
Se il liberalismo moderato (cialtroni assoluti) continua a credere che il confronto politico con degli assassini e criminali politici (ovvero i comunisti) sia una ricerca condivisa della verità, dimostrano tutta la loro demenzialità, altro che ingenuità. Ogni dibattito con la sinistra segue uno schema ormai consolidato: si mostrano i dati sulla crescita economica prodotta dal libero mercato ed arriva l’obiezione sulle disuguaglianze. Si dimostra che la concorrenza abbassa i prezzi e replicano parlando di esternalità. Si ricorda ai nazicom i fallimenti della pianificazione economica e loro evocano un’applicazione errata, il cambio climatico, il patriarcato, la giustizia sociale o nuovi diritti che mancano.
Il confronto si sposta continuamente su altri argomenti, perché il terreno del dibattito non è quello della verifica empirica, dei dati, dei fatti, bensì della costruzione di una narrazione, a cui la stampa dà corda. Ed è una narrazione nella quale lo Stato deve apparire sempre come la soluzione e mai come il problema.
Milei ha compreso un aspetto che i liberali hanno sempre sottovalutato… e continuano a farlo. La politica non è soltanto economia. È cultura, linguaggio, idee, esempi, scontro. Per decenni la sinistra ha imposto il proprio vocabolario a suon di argomenti populisti: “giustizia sociale”; “diritti acquisiti”; “solidarietà”, “redistribuzione”, “servizi gratuiti”, “difesa delle minoranze”, “frocismi vari”, ecc. ecc. Espressioni apparentemente neutre che nascondono una precisa visione del mondo: più tasse, più spesa pubblica, più regolamentazione, più controllo… più socialismo! Accettare quel linguaggio significa aver già perso metà della battaglia.
Milei, invece, ha ribaltato completamente il lessico a suon di “Afuera” e Motosierra”. Ha chiuso ministeri dediti al perseguimento della giustizia sociale; ha parlato di “casta” e “parassiti” invece che di classe dirigente; ha definito lo Stato un’organizzazione criminale su larga scala, citando Murray N. Rothbard. Prima ancora di cambiare le politiche, ha cambiato il quadro culturale entro cui esse vengono giudicate. La sua strategia è stata, e consiste a tutt’oggi, nel rifiutare di concedere validità a premesse che vanno considerate radicalmente errate, anziché accettarle come punto di partenza del dibattito.
Basta chiedere scusa per avere ragione
Per troppo tempo molti liberali hanno avuto quasi paura delle proprie convinzioni. Ogni difesa del mercato veniva immediatamente accompagnata da mille precisazioni ed ogni critica allo Stato da infinite cautele. Ogni proposta di riduzione della spesa pubblica andava presentata con rassicurazioni preventive, quasi fosse necessario chiedere scusa, o peggio ancora il permesso, per difendere la libertà e smontare il Leviatano.
Milei ha fatto a pezzi questo schema! Ha dimostrato che è possibile parlare con chiarezza, senza complessi di inferiorità e senza lasciare che sia l’avversario a stabilire il terreno del confronto.
L’esperienza argentina suggerisce una riflessione che va oltre i confini del Paese. Quando un’ideologia ha costruito per decenni la propria forza sia con la violenza che attraverso uno storytelling capace di giustificare un’espansione continua del potere pubblico, limitarsi a rispondere con tabelle e grafici è solo una parte della battaglia culturale. Le idee hanno bisogno di argomenti, vero, ma anche di un linguaggio capace di renderle comprensibili e di una determinazione politica capace di sostenerle.
È questa la lezione più importante offerta da Javier Milei, la ragione per cui ne ho seguito le gesta sin da sette anni fa. Chi difende la libertà non può rinunciare alla chiarezza per timore di apparire troppo netto, radicale, politicamente scorretto. Quella contro il socialismo deve diventare la battaglia finale e la capacità di nominare i problemi senza eufemismi può fare la differenza tra restare una “minoranza rispettabile” e diventare una forza politica capace di incidere sulla realtà. Anche per questo è nato l’Istituto Javier Milei.

