VENEZIO GROCCHI
La libertà di parola, ci viene ricordato, non muore necessariamente con un editto, un censore alla porta o una legge che vieta di parlare. Talvolta muore in modo assai più discreto: quando gli uomini cominciano a scegliere il silenzio perché hanno imparato che dire ciò che pensano può costare caro.
È questo il paradosso del nostro tempo, ben spiegato in un suo articolo da Donald Jeffries. Possiamo ancora parlare, ma sempre più spesso ci chiediamo che cosa sia prudente dire. E quando la prudenza diventa abitudine, l’autocensura diventa una seconda natura. Il problema, allora, non è soltanto la censura esercitata dallo Stato. È qualcosa di più sottile: la costruzione di un ambiente culturale nel quale alcune idee vengono preventivamente marchiate come offensive, pericolose, disinformative o irricevibili. Non occorre proibire un’opinione: è sufficiente fare in modo che chi la sostiene abbia paura di pronunciarla.
Ma il libero pensiero viene prima della libertà di parola. E pensare liberamente significa poter dubitare, dissentire, cambiare idea, mettere in discussione ciò che tutti considerano indiscutibile. Significa anche poter sostenere una tesi sbagliata. Perché nessuno possiede una macchina capace di distinguere, prima del confronto, il vero dal falso (a meno che non ci siano di mezzo propagandisti stile covidiozia pandemica). La libertà di espressione non serve dunque a proteggere soltanto le
opinioni che condividiamo. Serve soprattutto a proteggere quelle che detestiamo. È facile difendere il diritto di parola di chi ci dà ragione; molto più difficile è farlo quando qualcuno ci provoca, ci scandalizza o mette in discussione le nostre certezze.
Eppure è proprio lì che si misura una società libera. Perché un’idea falsa può essere confutata. Un argomento mediocre può essere demolito. Una teoria sbagliata può essere sostituita da una migliore. Ma un’idea che viene messa a tacere prima ancora di essere discussa non può essere sottoposta a verifica. E la tattica dei comunisti è, da sempre, questa, mettere a tacere chi non sottoscrive le loro fandonie.
Il vero pericolo, dunque, non è soltanto che qualcuno ci impedisca di parlare. È che ci abitui a non farlo, per sudditanza, mancanza di coraggio o falso perbenismo. Quando il silenzio diventa prudenza, la prudenza diventa conformismo e il conformismo viene scambiato per consenso, la libertà può essere già gravemente malata.
Per questo il libero pensiero va difeso prima che la libertà di parola finisca davvero in terapia intensiva. Perché nel momento in cui concediamo a qualcuno il potere di stabilire quali opinioni possano essere espresse, gli abbiamo già riconosciuto il potere ben più pericoloso di stabilire quali opinioni siano ammesse a esistere.

