di LEONARDO FACCO
Domani, 13 agosto, ricorre il centenario della nascita di Fidel Castro. Una data nefasta, che invita non a celebrare una figura storica del comunismo, ma a stigmatizzare gli oltre sessant’anni di tirannia che hanno ridotto in miseria un intero paese. Il “leader del popolo” viveva circondato da privilegi e ricchezze mentre i cubani rimanevano in condizioni di estrema povertà.
Forbes ha stimato che nel 2006 il patrimonio personale di Castro si aggirava intorno a circa 900 milioni di dollari, sulla base del controllo che esercitava su imprese statali cubane. La stessa ricostruzione ricorda inoltre lo yacht di 26 metri e l’isola privata Cayo Piedra, documentati anche attraverso le testimonianze e le immagini dell’ex guardia del corpo Juan Reinaldo Sánchez.
Una critica serrata, corroborata da fatti storici ineluttabili, si ritrova negli scritti di Nicolás Márquez. In un articolo dedicato a Castro, Márquez definisce il leader cubano “el gran simulador”, sostenendo che il suo primo grande successo politico consistette nel presentare la rivoluzione del 1959 come un movimento nazionalista e democratico, rassicurando inizialmente l’opinione pubblica sulla volontà di ripristinare la democrazia e indire elezioni libere. Secondo Márquez, questa rappresentazione iniziale avrebbe consentito a Castro di conquistare consenso prima di trasformare progressivamente il regime in una dittatura comunista. Castro può essere celebrato come icona rivoluzionaria soltanto se si accetta di nascondere ciò che quella rivoluzione produsse concretamente: concentrazione del potere, repressione del dissenso, limitazione della libertà d’informazione, espropriazione economica e una profonda disparità tra la retorica egualitaria del regime e i privilegi della sua classe dirigente.

Fidel disse che la storia lo avrebbe assolto. Beh, a cento anni dalla sua nascita, la questione non dovrebbe essere stabilire se il personaggio sia ancora “di moda” o meno. Dovrebbe essere molto più semplice: giudicare un sistema politico dai risultati e dalle condizioni di vita che ha prodotto, non dalle parole con cui si è presentato. La rivoluzione prometteva l’emancipazione dei poveri; il bilancio storico racconta invece di una società nella quale il potere fu concentrato nelle mani di pochi e la libertà individuale venne subordinata alle esigenze dello Stato. Ergo, la storia lo ha condannato da tempo, perchè dopo 60 anni di Castrismo, il 90% dei cubani era povero!
Come al solito, sentirete la feccia comunista – quella che solo qualche giorno fa s’è ritrovata a Cuba per commemorarlo – blaterare di ostacoli creati dai capitalisti al sommo comandante.
La prima giustificazione abitualmente invocata dai difensori del regime è l’embargo americano. Una balla! Cuba, ha continuato a commerciare con Europa, Cina, Russia, Brasile e altri Paesi. Se un sistema economico collassa principalmente perché non può commerciare con uno specifico partner, la domanda da porsi dovrebbe riguardare il funzionamento del sistema stesso. Chissà come mai, un paese simile a Cuba, ma con meno potenzialità, come la Repubblica Domenicana gode di una situazione economica decisamente migliore.
Un secondo argomento frequentemente utilizzato per rivalutare Castro riguarda l’alfabetizzazione. Sai che roba: insegnare a leggere e scrivere non equivale necessariamente a garantire libertà. Se l’informazione disponibile è sottoposta al controllo dello Stato, esiste un solo giornale, la scuola è un indottrinatoio, allora l’alfabetizzazione è inutile, vista la limitazione del pluralismo. Del resto, come dimenticare l’esodo di oltre un milione di cubani costretti a lasciare l’isola nel corso degli anni di castrismo?
Ma è soprattutto sul terreno della repressione politica – manifestatasi anche recentemente – che il mito rivoluzionario viene sottoposto alla prova della realtà, per non parlare delle esecuzioni del Paredón, i campi di lavoro dell’UMAP negli anni Sessanta e la persecuzione di dissidenti, religiosi e omosessuali. Tutta opera dell’altra icona cubana, Che Guevara, il comunista sanguinario, socio del tiranno barbudo fino a quando questo non ha deciso di toglierselo dai piedi. Il marchio Castro (il fratello non è meglio di lui) non è mai stato ideologia fine a sé stessa, ma un’opera di ingegneria sociale: un sistema di polizia totalitario che si è legittimato attraverso una sofisticata fabbrica di menzogne. Sfruttando una metodologia appresa dal KGB, il regime ha perfezionato l’arte della creazione deliberata dell’ignoranza, usando un esercito di propagandisti per inondare il mondo di disinformazione mentre negava al proprio popolo l’accesso alla realtà.
Il loro vero successo non è stato la rivoluzione, ma aver trasformato la dittatura in un brand globale, dimostrando che nella nuova era dell’ignoranza radicale, la verità accessibile è la prima vittima di chi la controlla.
L’unica cosa buona che ha fatto Fidel Castro è stata crepare! Troppo tardi, purtroppo.

