Perché è più facile essere socialisti che capitalisti

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di LEONARDO FACCO

In un suo intervento social intitolato «¿Por qué es más fácil ser socialista que capitalista?», il professor Antonini de Jimenez sviluppa una riflessione che va oltre la consueta contrapposizione tra socialismo e capitalismo. Il suo punto di partenza è infatti una considerazione di carattere culturale e, soprattutto, personale: la libertà non può essere difesa soltanto attraverso le idee; deve essere incarnata nei comportamenti di chi la proclama.

È proprio qui, secondo Antonini, che il socialismo gode di un vantaggio apparentemente paradossale. Un’idea può essere proposta, raccontata e idealizzata senza dover necessariamente dimostrare la propria validità nella realtà. L’uguaglianza, ad esempio, è un’idea che, quando viene trasferita concretamente nella realtà, finisce per fallire; la libertà, al contrario, non può rimanere una semplice costruzione teorica: deve essere vissuta. E proprio perché deve essere vissuta, richiede responsabilità, coerenza e coraggio. 

La battaglia culturale va bene, afferma Antonini, ma se la libertà viene difesa esclusivamente attraverso argomentazioni teoriche, quella battaglia rischia di essere perduta. Personalmente, condivido questo concetto da almeno tre decenni. Non basta infatti convincere qualcuno che il socialismo è economicamente inefficiente o che la pianificazione statale produce conseguenze negative. La trasformazione delle convinzioni avviene soprattutto quando una persona incontra un individuo che dimostra concretamente di essere libero. La tragica farsa pandemica, cito il caso più eclatante, ha infatti dimostrato quanti tra coloro che si professavano libertari si sono, invece, dimostrati dei nazicomunisti feroci, tutti intenti a chiedere obblighi vaccinali, green pass, multe e finanche gli arresti per chi non obbediva alle restrizioni imposte dallo Stato!

La libertà – ci dice il professor spagnolo – va intesa come esempio personale! Antonini racconta, a questo proposito, un episodio della propria esperienza in Colombia. Dopo avere criticato pubblicamente il governo di Gustavo Petro, definendolo responsabile di un grave deterioramento dell’economia, si sarebbe trovato nella situazione di rischiare l’espulsione dal Paese. È stato proprio questo episodio, racconta, a permettere ai suoi studenti di comprendere qualcosa che nessuna lezione di prasseologia avrebbe potuto trasmettere allo stesso modo: il coraggio. Gli studenti, in altre parole, non avevano bisogno soltanto di ascoltare una teoria sulla libertà. Dovevano vedere la libertà negli occhi di chi la difendeva, anche quando difenderla comportava un costo personale.

Per Antonini questo meccanismo è contagioso. Lo è il coraggio, così come lo è la libertà: vedere una persona disposta a sostenere le proprie idee anche quando sarebbe più conveniente tacere può incoraggiare altri a fare altrettanto. La sua attività sui social network nasce proprio da questa convinzione. L’autore sottolinea di non costruire artificialmente i propri contenuti attraverso una particolare elaborazione comunicativa: ciò che conta è credere realmente in ciò che si dice e mantenere credibilità in ogni affermazione.

La parte forse più significativa del ragionamento riguarda però la coerenza personale. Antonini sostiene che non esiste un argomento capace, da solo, di convincere una persona che si considera socialista ad abbandonare la sinistra. Il cambiamento può avvenire quando quella persona vede concretamente qualcuno che vive secondo i principi della libertà. È una tesi che rovescia la tradizionale strategia della propaganda politica: prima delle statistiche, prima dei grafici, prima dei trattati di economia, viene l’esempio.

E proprio qui arriva l’esempio più concreto: le tasse. Antonini mette in guardia contro una contraddizione nella quale, a suo giudizio, possono cadere gli stessi sostenitori della libertà. Non è sufficiente affermare a parole che la tassazione costituisce una forma di espropriazione o che le imposte limitano la libertà, se contemporaneamente si lavora per lo Stato e si dipende economicamente proprio dall’apparato che si critica. Quanto concordo con questa sua affermazione…

La formula dialettica utilizzata, certo, è volutamente provocatoria: non si può dire con la bocca «viva la libertà» mentre con il braccio si comunica «non mi fido della libertà». Per Antonini, la coerenza consiste nel rifiutare anche personalmente la dipendenza dall’apparato pubblico che si considera contrario alla libertà. Il suo ragionamento arriva così a una conclusione radicale: la libertà non può essere soltanto una posizione intellettuale. Deve diventare una scelta esistenziale. Se si sostiene che lo Stato è eccessivamente invasivo, bisogna ridurre per quanto possibile la propria dipendenza dallo Stato. Se si considera la fiscalità uno strumento di coercizione, non si può contemporaneamente costruire la propria vita economica abbeverandosi con le risorse pubbliche. Se si sostiene la responsabilità individuale, bisogna essere disposti ad assumersene il peso.

È questa, in fondo, la ragione per cui Antonini considera più facile essere socialista che capitalista: il socialista può limitarsi a chiedere allo Stato di correggere la società; il liberale deve dimostrare di saper vivere senza affidarsi continuamente allo Stato. La differenza non è quindi soltanto economica. È morale e personale. Ma si sa… «Predicare bene e razzolare male» è un famoso modo di dire italiano.

Il socialismo può essere proclamato come promessa di uguaglianza, protezione e redistribuzione. La libertà, invece, chiede all’individuo qualcosa di molto più impegnativo: assumersi la responsabilità delle proprie scelte, accettare il rischio, rinunciare alla protezione del potere e avere il coraggio di difendere ciò in cui crede anche quando farlo comporta un prezzo. Ed è proprio per questo, conclude implicitamente Antonini, che la vera battaglia per la libertà non si vince soltanto nei parlamenti, nelle università o sui social network. Si vince nella vita quotidiana, attraverso l’esempio di uomini che siano realmente liberi.

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