di LEONARDO FACCO
Da quando scrissi “Il muro di Berlino e i suoi calcinacci“, metto con insistenza il dito nella piaga gramsciana, che ancora oggi modella le società democratiche per trasformarle in tirannie para-comuniste. Antonio Gramsci comprese – benchè plaudisse al “rivoluzione bolscevica” – che il potere non si conquista ed esercita soltanto attraverso lo Stato dispotico, ma anche e soprattutto attraverso la cultura, l’istruzione e lo stravolgimento del senso comune. Il suo metodo, sintetizzando ciò che scrisse nei “Quaderni del carcere”, si fonda su quattro elementi:
- -egemonia culturale, per orientare la visione del mondo e il mondo (dato che il comunismo è internazionalista);
- -occupazione della società civile, attraverso istituzioni e associazioni;
- -intellettuali organici, incaricati di elaborare e diffondere una determinata ideologia;
- -trasformazione del senso comune, affinché le idee di una parte diventino patrimonio condiviso.
Il primo punto consiste nell’influenzare il modo in cui le persone interpretano la realtà, fino a rendere una determinata visione del mondo ampiamente accettata come naturale o di buon senso. Il secondo punto, prevede che scuola, università, stampa, associazioni, organizzazioni culturali e altre istituzioni diventino luoghi nei quali si forma e si diffonde il consenso sinistro (la rivoluzione culturale iniziata negli Anni Sessanta vi dice nulla?). Non si tratta, nella teoria di Gramsci, di strumenti necessariamente statali peraltro, dato che la società civile comprende anche organismi definiti “privati”, che saranno però cooptati con norme, regole, leggi, imposizioni, ecc. In pratica, tutto diventa un gigantesco indottrinatoio. Il terzo punto, vuole che ogni classe sociale deve sviluppare intellettuali capaci di elaborarne i valori (in vero disvalori), organizzarne la coscienza e collegare le sue aspirazioni a una concezione generale della società pianificata. L’ultimo punto, fa sì che le idee penetrino nella vita quotidiana, nel linguaggio e nelle convinzioni ordinarie, anziché restare confinate nei testi teorici o nei dibattiti degli specialisti.
Gramsci – non di rado più letto e contemplato all’estero che in Italia – è stato il faro mondiale della strategia di cui sopra, che ha dato risultati straordinari (per loro), in cui la cultura e il linguaggio (non a caso reinventato nel solco degli “insegnamenti” di Orwell in “1984” e nella “Fattoria degli Animali”) sono importanti perché contribuiscono a costruire la coscienza sociale. Le parole non sono considerate semplici strumenti neutri di comunicazione, ma devono contribuire a organizzare una concezione del mondo e a renderla condivisa, come ho avuto modo di spiegare qualche giorno fa.
Finalmente oggi, stiamo vivendo il risveglio delle idee liberal-libertarie. Finalmente oggi, partendo dal Sudamerica (che personalmente considero il “Nuovo Occidente”), è stata messa in campo una vera e decisa “battaglia culturale” contro l’egemonia ideologica dei social-comunisti e/o nazionalsocialisti rossi. Finalmente oggi, il liberalismo ha l’opportunità – grazie alla vittoria di movimenti politici definiti in maniera approssimativa di “destra” – di registrare l’impasse (nessun arretramento purtroppo) del “Socialismo del XXI secolo” e delle sue escrescenza, che vanno sotto il nome di wokeismo (genderismo, climatismo, razzismo, cancel culture, ecc.). Ma non basta!!! Anzi.
È arrivato il momento di trasformare la battaglia culturale in una guerra ideologica definitiva contro il pensiero mainstream, con cui l’ideologia neomarxista ha infestato ogni democrazia occidentale, col fine ultimo di distruggerle.
Urge una “contro-rivoluzione culturale”! Per questa ragione, qui di seguito, mi azzardo a delineare qualche punto fondamentale per questo progetto. Non vorrei mai che ad un’egemonia se ne sostituisca un’altra, ma è ora e tempo di metter fine alla sottrazione sistematica della cultura e dei servizi da parte del potere politico. Non serve sostituire un apparato ideologico con un altro, urge, però, eliminare le condizioni economiche che permettono allo Stato di finanziare, orientare e condizionare la società civile. A seguire, una bozza di proposta:
1. Zero finanziamenti pubblici alle associazioni
- Se il potere si conquista attraverso l’egemonia culturale, la risposta non può essere la conquista dell’egemonia opposta, ma la liberazione della società dal finanziamento pubblico. Ogni associazione, indipendentemente dal proprio orientamento politico, culturale o ideologico, dovrebbe vivere delle risorse volontariamente messe a disposizione dai suoi sostenitori. Nessun contribuente dovrebbe essere obbligato a finanziare organizzazioni con finalità che non condivide.
- Il principio è semplice: chi desidera sostenere un progetto deve poterlo fare con il proprio denaro, non con quello prelevato coercitivamente dagli altri. L’eliminazione dei contributi pubblici vale per tutti: nessuna eccezione in ragione dell’ideologia, della popolarità o della vicinanza al potere.
2. La cultura fuori dal controllo dello Stato
- Teatri, fondazioni, musei, iniziative artistiche, istituzioni culturali e attività editoriali dovrebbero essere sottratti al finanziamento pubblico e affidati a privati, associazioni volontarie, mecenati, imprese e pubblico pagante.
- La cultura non ha bisogno di un ministero che stabilisca quali progetti meritino di sopravvivere. Ha bisogno di libertà, pluralismo e responsabilità. La concorrenza tra iniziative diverse potrebbe consentire a ciascuno di sostenere le espressioni culturali che ritiene meritevoli, senza trasformare il bilancio statale in uno strumento di selezione ideologica.
- Privatizzare non significa imporre una cultura alternativa: significa lascir scegliere al mercato e impedire che una maggioranza politica possa finanziarne una a spese di tutti.
3. Scuola libera, titoli senza valore legale e nessun obbligo imposto
- La scuola rappresenta sono le madrasse dello statalismo e uno dei principali terreni di formazione delle coscienze. Per una prospettiva liberal-libertaria, la sua privatizzazione completa dovrebbe accompagnarsi all’abolizione del valore legale del titolo di studio e dell’obbligo scolastico stabilito per legge.
- Il valore di un’istruzione dovrebbe dipendere dalle competenze effettivamente acquisite e dalla valutazione di chi intende assumere o collaborare con una persona, non da un riconoscimento burocratico dello Stato. Scuole, famiglie, studenti e imprese potrebbero sperimentare modelli differenti, con programmi e metodi diversi.
- Una simile impostazione comporterebbe però una trasformazione radicale e solleverebbe questioni concrete: accesso all’istruzione, tutela dei minori, alfabetizzazione di base e disuguaglianze nelle opportunità. Sono problemi che una proposta coerentemente privatistica dovrebbe affrontare attraverso meccanismi volontari, contrattuali e filantropici, senza limitarsi a presumere che la privatizzazione risolva automaticamente ogni difficoltà.
4. Ogni servizio sottoposto alla prova del mercato
- La massima attribuita a Murray Rothbard riassume la prospettiva: «I servizi forniti dallo Stato o possono essere forniti dal mercato in modo migliore, meno costoso e più efficiente, oppure non hanno ragione di esistere».
- Il principio implica una verifica radicale dell’intero apparato pubblico: trasporti, assistenza, gestione dei servizi, infrastrutture e ogni altra attività oggi monopolizzata o finanziata dallo Stato.
- La domanda da porsi non dovrebbe essere «come possiamo espandere il servizio pubblico?», ma perché un’attività debba essere sottratta alla concorrenza e finanziata obbligatoriamente dai contribuenti. Se un servizio risponde a un bisogno reale, il mercato può offrire incentivi per soddisfarlo; se non esiste una domanda sufficiente, occorre interrogarsi sulla legittimità di mantenerlo artificialmente in vita con il denaro altrui.
- Anche qui, la transizione richiederebbe di esaminare i problemi di accessibilità, i beni comuni, i monopoli naturali e i servizi per i quali i meccanismi di mercato potrebbero non produrre automaticamente risultati condivisi. Una tesi anarcocapitalista deve confrontarsi con questi interrogativi, non eluderli.
5. Informazione senza sovvenzioni e senza media statali
- Nessun mezzo di comunicazione dovrebbe ricevere finanziamenti pubblici in ragione della propria attività editoriale. Quotidiani, televisioni, radio e piattaforme informative di qualsiasi tipo dovrebbero sostenersi attraverso abbonamenti, pubblicità, donazioni, investimenti privati o altri ricavi volontari.
- Parallelamente, i mezzi di comunicazione direttamente gestiti dallo Stato dovrebbero essere privatizzati. Il potere politico non dovrebbe disporre di canali finanziati dai contribuenti per promuovere la propria narrazione.
- Questo non garantirebbe automaticamente un’informazione imparziale o di qualità: anche i media privati sono condizionati da interessi economici, proprietari e ideologie. Ma eliminerebbe il finanziamento coercitivo come strumento di sostegno a determinate strutture editoriali e darebbe al mercato la ricerca della migliore soluzione possibile.
In conclusione
Il punto decisivo è che il liberalismo coerente non dovrebbe aspirare a conquistare le stesse istituzioni (le casematte gramsciane) per utilizzarle in senso opposto. Dovrebbe mettere in discussione la premessa che lo Stato debba
finanziare e indirizzare la cultura, la scuola, l’informazione e i servizi. Per dirla con Milei: “In Argentina non servono 50 anni di Milei, ma 50 anni di liberalismo“.
Il metodo gramsciano punta alla conquista dell’egemonia. La risposta libertaria, nella sua versione più radicale, punta invece alla frammentazione del potere e alla restituzione delle scelte agli individui. Non una cultura ufficiale di destra contro una cultura ufficiale di sinistra, ma nessuna cultura ufficiale. Non un’istruzione pubblica orientata da un’altra ideologia, ma pluralità di percorsi. Non media finanziati dal governo, ma editoria sostenuta da lettori e ascoltatori.
La sfida non consiste nel sostituire i custodi dell’egemonia: consiste nel togliere loro la chiave della cassaforte pubblica. Solo allora il consenso, per essere autentico, dovrà essere conquistato senza la coercizione fiscale dello Stato.
Si accettano consigli! L’ideale sarebbe arrivare alla scrittura di un vero e proprio manuale.

