CARO GILBERTO, IL MIGLIOVERDE TI RICORDERÀ SEMPRE

Il 20 novembre di 3 anni fa, ci lasciava Gilberto Oneto, amico, indipendentista, persona per bene e fondatore di questa rivista. Lo ricordiamo con le parole di alcuni di noi.

GIANLUCA MARCHI

“Ci manca, e tanto. Ci manca umanamente, per chi l’ha conosciuto di persona e per chi ha avuto la fortuna di averlo come amico. Ma ci manca soprattutto moralmente e ci manca nella testa. Ci mancano la sua intelligenza, la sua ironia, la sua guida incessante a impegnarsi sempre e comunque per gli ideali che condividevamo con lui: quelli dell’autonomia e dell’indipendenza dei popoli… Ci manca la sua capacità di svelare i bluff di tutti quei furbacchioni, e sono stato molti, che hanno utilizzato e utilizzano le idee autonomiste e indipendentiste solo per fare gli affari propri. Ci manca la sua inarrivabile capacità di sintetizzare i mali di questa sgangherata Italia. Ci manca l’alfiere e il vero portabandiera della Padania, intesa nel senso più vero del termine: un insieme di comunità territoriali legate da un filo comune, cioè quello di essere sostanzialmente schiave dello stato italiano, ma le uniche con la massa critica necessaria per porre fine alle istituzioni italiche affamatrici. E non con il fine di creare una nuova Italia in Padania, ma con la volontà di dare a ciascuna comunità territoriale la possibilità di scrivere il proprio futuro (istituzionale ed economico) così come vorrà.

Ci manca la dirittura morale di Gilberto, quella che gli permetteva di andare avanti a schiena dritta per la propria strada, qualsiasi fosse il prezzo da pagare per quella scelta. E ne ha pagati di prezzi, soprattutto politici, uno come lui che era osannato dalla gente e dentro la Lega avrebbe potuto fare tutto ciò che voleva, se solo avesse accettato di non disturbare i manovratori…”.

LEONARDO FACCO

Io non so scrivere coccodrilli, tantomeno se le lacrime mi annebbiano la vista. Gilberto era malato da tempo, lo sapevo, ma non ha mai smesso di essere la stessa persona che conobbi 25 anni fa: costruttivo, collaborativo, gran divulgatore, intellettualmente onesto. Anche un po’ maestro per tantissimi secessionisti. Non era un libertario, ma molto ha fatto per il libertarismo in due decenni. Compreso il MiglioVerde, che se esiste è anche merito suo, visto che lui gli ha dato il nome!.

Grazie di tutto Gilberto, non ti dimenticherò mai. Non ti dimenticheremo mai!

ALESSANDRO VITALE

La sua instancabile voglia di conoscere, approfondire, studiare, lo portava a muoversi in campi lontani dalla sua specializzazione o solo parzialmente adiacenti, ma i suoi scritti lasciavano sempre un segno perché, venendo al dunque, contenevano tesi forti e dirompenti, appoggiate da una quantità di dati e di prove minuziosamente raccolte. Negli ultimi anni, nonostante la malattia, aveva intensificato il suo lavoro intellettuale e la sua opera di scrittore, quasi che sentisse di dover “fare in fretta”, di arrivare prima dell’ombra che lo inseguiva, di quella “chiamata del reggimento all’alba”, come diceva Dino Buzzati. Al suo lavoro continuo, serio e intenso, mescolava tuttavia una costante ironia, che esplodeva nelle conferenze pubbliche, con gran diletto degli uditori. Un umorismo che gli derivava dalla sua vivacità intellettuale, dalla sua bontà d’animo e dalla capacità di saper cogliere il farsesco nei paludati miti dello statalismo unitario italiano, dalla sua indipendenza e dalla sua dignità di uomo che ragiona con la sua testa, dalla sua coscienza di rappresentare e difendere identità calpestate dalla centralizzazione statale con pluridecennali soprusi. Istanze che con anticipo aveva saputo cogliere nella loro rinascita storica, da pochi prevista, in quegli anni Novanta fatti di grandi speranze e di profonde disillusioni.

In questo assomigliava a Gianfranco Miglio, al quale era molto legato da affetto filiale, vicinanza e ammirazione e dal quale otteneva in cambio amicizia sincera, considerazione e rispetto. Di Miglio aveva colto la profondità di pensiero, il suo legame con le terre padano-alpine, l’insofferenza per l’artificiale e ottocentesca farsa delle regioni, per un sistema politico tirannico, corrotto, distruttivo e corruttore della dignità dei popoli della penisola. Oneto faticosamente ne raccolse, dopo la scomparsa, i suoi scritti frammentari degli ultimi dieci anni (quelli del tentativo di una radicale riforma federale e del corrispondente, duro ostracismo accademico, al quale non erano estranei anche suoi pseudoallievi), che ancora oggi sono un documento per gli studi in materia.

STEFANO BRUNO GALLI

Spesso abbiamo duettato sui giornali on line, che – con la sua intelligenza e la sua tenacia – ha animato negli ultimi anni. A tenerci uniti eppure schietti e molto diretti nel dialogo era l’antica e consolidata amicizia; un’amicizia che ci portava anche a parlare delle nostre giacche di artigianato sudtirolese. Eppoi c’era un tema sopra tutti: la questione settentrionale. Mi prendeva in giro quando parlavo, semplicemente, di Nord, come se alludessi ai paesi scandinavi. Entrambi abbiamo dedicato a questo argomento – cioè alla questione settentrionale – molte fatiche. Era un tema che ci appassionava molto e sul quale discutevamo spesso. Lui aveva un approccio più culturale-identitario rispetto al mio, eminentemente storico-politico ed economico-produttivo, quindi anche fiscale, per effetto della mia formazione e del mio mestiere. Due approcci che ben s’integravano: alla fine non potevamo che registrare una significativa convergenza, che ci portava a commentare molto criticamente le vicende del nostro presente.

 

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Rubriche Indipendenze