CONTE, L’ABUSIVO, COL PERMESSO DELLA COSTITUZIONE “DEMOCRATICA E ANTIFASCISTA”.

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di ROMANO BRACALINI

L’attribuzione di “sacralità”, propria delle tirannie, ha sempre impedito la revisione critica della Carta Costituzionale, varata nel ’48, imperfetta e invecchiata, come tutte le cose, retorica e irreale nell’impianto, paternalistica e ideologica nello spirito.

Un argomento ricorrente in questo periodo è se Giuseppe Conte, portato a palazzo Chigi dai Cinque stelle, ricopra a buon diritto il ruolo di capo del governo, o sia invece un abusivo non essendo stato eletto da nessuno. “L’uomo più popolare d’Italia”, lo ha chiamato il redivivo D’Alema e se lo ha detto lui ci possiamo non credere.

In Italia, parodia di una democrazia moderna, il quesito va avanti da tempo senza che se ne venga a capo. Si sa che tra le prerogative del capo dello Stato ve ne sono parecchie che sarebbero più in linea con uno stato monarchico assoluto quando il Senato era di nomina regia (ma proprio per questo i senatori non potevano votare). Prerogativa che il presidente della Repubblica ha ereditato e mantenuto potendo nominare cinque senatori a vita, che a differenza di quelli regi, votano. Qualcosa che non esiste in nessuna costituzione moderna.

L’articolo 64, tra le altre cose dice che “i membri del governo, anche se non fanno parte delle camere, hanno diritto di assistere alle sedute e devono essere sentiti ogni qual volta lo richiedono”.

In sostanza l’articolo 64 dice che i membri del governo, ossia i ministri, proposti dal presidente del consiglio e nominati dal presidente della repubblica, possono non far parte del Parlamento, ovvero non essere eletti dal popolo, quando si tratti, per lo più, di ministri tecnici scelti per le loro competenze e capacità; ma non dice che il presidente del Consiglio può assurgere alla sua alta carica senza aver ricevuto la sanzione del voto popolare. Invece è successo, e non è la prima volta, che il Quirinale abbia nominato Conte, un oscuro avvocato pugliese, in barba alla volontà popolare, millantata dalla Costituzione “più bella del mondo”. Era già accaduto con Monti, ma prima della nomina a presidente del consiglio, era stato fatto senatore a vita, in base a non si sa quali illustri meriti.

Il fatto è che la Costituzione italiana, secondo il prevalente asse cattocomunista che la informa, è un insieme macchinoso e prolisso di norme altisonanti e contraddittorie che promettono tutto e il contrario di tutto. La salute dev’essere tutelata, il lavoro dev’essere garantito, tutti hanno pari dignità.

L’importante era farlo credere. Nel paese di Bengodi e della perfetta felicità, i capaci e i meritevoli che non avevano i mezzi potevano raggiungere i più alti gradi negli studi con assegni alle famiglie e borse di studio. Vi sono altre amenità. L’articolo primo dice che “L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”. Non basta dichiarare d’essere democratici per esserlo davvero. Anche il Congo dice d’essere una “repubblica democratica”. La seconda parte recita: “La sovranità appartiene al popolo che la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione”. Altra bella frase destituita d’ogni fondamento. La sovranità apparterrebbe a quello stesso popolo che è stato privato del diritto costituzionale di eleggere democraticamente il presidente del consiglio. La costituzione che smentisce se stessa.

Affermare l’intoccabilità della costituzione è un’altra assurdità, un dogma antidemocratico. Le leggi non sono eterne, cambiano con i costumi e i tempi. Si dice comunemente che i costumi fanno le leggi. Così le costituzioni, che cambiano con le generazioni. Un altro dogma antidemocratico dice che “la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Se lo Statuto albertino, in vigore sotto la monarchia sabauda dal 1848 al 1946, avesse sostenuto lo stesso principio, il referendum istituzionale del 2 giugno 1946 non si sarebbe potuto fare.

In Italia un regime eredita l’altro; la repubblica ha ereditato il peggio. L’Italia del dopoguerra, che avrebbe dovuto voltare pagina, e non lo fece, era l’eterna Italia della Controriforma che tra dire e il fare preferisce l’immobilismo e la narcosi, ammantando di sacro timore una Costituzione vecchia, come i suoi esegeti, e niente affatto bella.

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