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I paesi baschi vogliono l’indipendenza calcistica

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di REDAZIONE*

È da quando esiste la nazionale spagnola che la presenza dei calciatori baschi nelle “Furie Rosse” è un tema rilevante. Lo stesso soprannome di “Furie Rosse” viene da un calciatore basco e da una storia coperta di leggenda come ogni cosa vecchia un secolo. Alle Olimpiadi di Anversa del 1920, nella partita contro la Svezia, il colossale mediano José Maria Belauste (alto 1.93) a un certo punto, con il risultato di 1-0 per gli scandinavi, esplode di rabbia: “A mì el peloton, Sabino, que los arrollo!”, “A me la palla, Sabino, che li travolgo”. Un’espressione di pura rabbia, per l’appunto, e che per via del ribaltamento che provocherà (la Spagna vincerà quella partita per 2-1) è diventata celebre. Quelle che di lì a poco diventeranno “Furie Rosse” batteranno anche l’Italia e conquisteranno la medaglia d’argento nel torneo. Belauste e Sabino, cioè Sabino Bilbao, sono due degli otto baschi che compongono la rosa di quella Spagna. Assieme a loro, nell’undici titolare, ci sono altri tre “estranei”, e cioè il portiere Zamora e il fantasista Samitier, catalani, e lo stopper Otero, galiziano.

Anche il primo gol nella storia della selezione iberica è di un basco. Precisamente di Patricio Arabolaza, all’esordio in quelle Olimpiadi, contro la Danimarca. Viene da un basco, Rafael Moreno “Pichichi”, che era in quella spedizione di Anversa, il termine che si dà nella Liga al capocannoniere; e a un altro basco, Telmo Zarra, è intitolato il premio che il quotidiano Marca (fondato a San Sebastiàn, peraltro, anche se oggi lo identifichiamo come molto vicino al Real Madrid) assegna ogni anno al miglior marcatore spagnolo. Non c’è nulla di strano, insomma, nell’affermare che Euskadi, la Comunità Autonoma basca, è ovunque si parli di calcio in Spagna. Dietro questa posizione predominante nel panorama calcistico spagnolo ci sono innanzitutto ragioni geografiche. Bilbao e la costa britannica erano e sono legati da rapporti stretti, e poco cambiava se la merce che passava sui cargo o sui traghetti fosse stata cibo, ferro o palloni da calcio.

I Paesi Baschi non sono solo la culla del calcio spagnolo, però. Sono anche una regione con una naturale tendenza all’indipendenza, fino al separatismo, per motivi linguistici, economici e politici che non staremo qui ad approfondire. Questo, però, spiega la richiesta di qualche settimana fa da parte della federcalcio basca alla UEFA e alla FIFA di avere una propria Nazionale. Le speranze di ottenere successo al momento sembrano poche, ma le autorità basche sembrano molto serie a riguardo. Anche perché se da un lato la Federcalcio spagnola non vuole nemmeno sentirne parlare, dall’altro il governo centrale sembra poter aprire una porta a questa possibilità. Ma andiamo con ordine.

Movimenti autonomisti
Già oggi diverse comunità autonome (tecnicamente così si chiamano le regioni in Spagna) hanno le loro rappresentative “nazionali”. Alcune hanno valenza poco più che ludica, una sorta di divertissement in cui si coinvolgono calciatori locali per quelle che sono delle esibizioni: è il caso delle Asturie, della Galizia, dell’Aragona, dell’Andalusia o dell’Extremadura. Tutte queste rappresentative hanno giocato delle amichevoli contro delle nazionali vere con risultati alterni. Un filo più in alto come peso specifico, più che altro per i nomi dei giocatori che vi hanno partecipato, ci sono le selezioni della Catalogna e dei Paesi Baschi. Con i catalani in testa alla classifica delle partite giocate (104). Altre comunità autonome, invece, non hanno mai pensato a nulla del genere, forse per una tradizione unionista più forte (Madrid e le due Castilla, Castilla y Leon e Castilla-La Mancha). Nella Catalogna, per esempio,
 ha fatto scalpore nella Nazionale catalana la presenza in diverse partite di Gerard Piqué, noto per le sue posizioni politiche apertamente filo-indipendenza. Per non parlare di quando, dal 2009 al 2013, la squadra è stata allenata da Johann Cruijff, uno che sfidò il regime franchista nel 1974 chiamando suo figlio Jordi. Utilizzando quindi un nome catalano in un’epoca dove l’unica lingua ammessa era lo spagnolo. Allora, uno degli slogan del regime era: “Hay que hablar cristiano”, cioè “Bisogna parlare cristiano”, e non idiomi filo-demoniaci tipo il catalano, l’euskera o il gallego.

Politicamente è stata Barcellona a compiere il passo più grande, e ardito, negli ultimi tre anni, celebrando il 2 ottobre del 2017 il referendum per l’indipendenza dalla Spagna. Fu un giorno storico, in cui tutto il mondo guardava alla Catalunya, e non sorprese nessuno vedere per esempio proprio Gerard Piqué andare a votare o Pep Guardiola, forse l’uomo di calcio più impegnato sui temi politici della sua regione, affermare che lui aveva già partecipato per posta. Finì male, con diversi votanti e manifestanti manganellati dalla polizia, sedi elettorali sfasciate, diversi elementi del Governo Catalano arrestati, incarcerati o costretti alla fuga (come il governatore Carles Puigdemont), e il grande pubblico che prese confidenza con termini come “Articolo 155”, una sorta di “fatality costituzionale” con cui il governo centrale spagnolo può in casi eccezionali prendere il potere in una regione, cancellandone di fatto le autonomie.

Nei Paesi Baschi la lotta per l’indipendenza è, se possibile, ancora più antica e accesa. In primo luogo per l’Eta (“Euskadi ta Askatasuna”, “Paese Basco e Libertà” in euskera), l’ organizzazione terroristica che dal 1958 al 2017, anno della definitiva consegna di tutte le armi, ha compiuto in nome del separatismo locale centinaia di azioni dimostrative e attentati costati nel complesso la vita a oltre 800 persone.

Calcisticamente, invece, il grande passo è avvenuto più recentemente. Lo scorso 15 dicembre, infatti, i due massimi rappresentanti della Federacion Vasca de Futbol, il presidente Luis Maria Elustondo e la sua vice Nerea Zalabarria, sono andati a Nyon e a Zurigo, in Svizzera, i due quartieri generali della FIFA e della UEFA, per chiedere l’ingresso ufficiale dell’Euskal Selekzioa, così viene chiamata la rappresentativa locale, alle competizioni internazionali, separandosi quindi dalla Spagna. Ad accompagnarli, Jon Redondo, in rappresentanza del governo regionale basco, e l’avvocato David Salinas-Armendariz. Basta, quindi con le amichevoli, dove i Paesi Baschi sono l’unica di queste “nazionali” a mantenere una certa continuità. Sono state quattro, infatti, le amichevoli disputate dal 2016 al 2020, per la cronaca, tre vittorie e un pareggio il ruolino di marcia: 3-1 alla Tunisia, 4-2 al Venezuela, 0-0 in trasferta a Panama e 2-1 al Costa Rica, con gol decisivo oltre il 90’ di Unai Nunez, difensore dell’Athletic Bilbao.

https://www.youtube.com/watch?v=MGUXhwUf-As

Forse, però, è stata proprio una di queste amichevoli, quella contro una squadra ostica come il Costa Rica, a spingere la federcalcio basca a provare a effettuare un passo ulteriore. I “Ticos“, infatti, il 17 novembre allo stadio Ipurua di Eibar, schieravano Keylor Navas e molti dei reduci del Mondiale del 2014. E d’accordo che da lì in poi il rendimento è andato a picco, ma nel ranking FIFA i centrocamericani occupano comunque la 51esima posizione, la quarta soffermandosi solo sulla loro confederazione. E quindi, devono aver pensato le autorità basche, una Nazionale competitiva potrebbe essere un’arma politica di non poco conto, come ad esempio ha già sperimentato con successo il Kosovo.

Euzkadi
D’altra parte, il calcio nei Paesi Baschi non è mai stato solo uno sport ed è sempre andato a braccetto con la politica. Gli esempi sono innumerevoli e risalgono alla Guerra Civile Spagnola. È in quel periodo che germoglia l’idea di una “Euskal Selekzioa”, una squadra composta da soli baschi; merito di José Antonio Agirre, ex calciatore dell’Athletic Bilbao, erede mancato di una grande industria cioccolatiera, avvocato, ma soprattutto primo lehendakari di Euskadi, cioè primo governatore della regione, eletto il 7 ottobre del 1936. 
È il momento della storia recente in cui i Paesi Baschi nella loro interezza (quindi includendo anche la regione della Navarra, che ha Pamplona come capoluogo e che storicamente viene considerata parte dei Paesi Baschi) arrivano più vicino all’indipendenza, che viene addirittura sancita ufficialmente dallo “Statuto di Lizarra”, redatto nel 1931 in una cittadina vicino a Pamplona.

Agirre, tuttavia, dura poco come lehendakari: la Guerra Civile e la dittatura fascista di Francisco Franco, che si accaniscono particolarmente sui Paesi Baschi, lo costringono all’esilio, prima a Santander e in seguito a Parigi, dove morirà. Prima di morire, però, Agirre, supportato da uno dei suoi dieci fratelli, Tomas (a sua volta ex calciatore), partorirà l’idea di una sorta di “Dream Team”, una squadra di calcio composta solo da baschi, che viene chiamata Euzkadi. Come una rock band, mentre il lehendakari è in esilio e la sua terra è rastrellata dai franchisti che mandano nei campi di lavoro i dissidenti, questa selezione va in giro per l’Europa e l’America, addirittura per un anno e mezzo. D’altronde anche il campionato spagnolo è fermo, per via della Guerra Civile. La loro “ragione sociale” è di sensibilizzare i neutrali alla causa basca, cercando anche di raccogliere dei fondi.

Ci sono dentro in effetti tutti i top player dell’epoca. La stella è Guillermo Gorostiza, ala sinistra dell’Athletic Bilbao, un personaggio dalla storia personale assai toccante, morto senza un soldo e dimenticato da tutti in un ospizio per anziani nel 1966. Ma all’epoca della tournée, che toccherà anche Cuba e Messico, è ancora la bala roja, “la pallottola rossa”, per via della sua velocità. Il bomber è Isidro Langara, che rimarrà in Sudamerica dopo la tournée, onde evitare guai in patria, giocando con il San Lorenzo de Almagro in Argentina. Attaccante di razza, scelto nel miglior 11 del Mondiale del 1934, detiene tuttora un record nella Liga dopo aver segnato tre triplette consecutive all’inizio del campionato 1935-36.

La prima partita della nazionale di Euzkadi è a Parigi contro il Racing, squadra locale, il 26 aprile del 1937: una data infausta, perché a 900 chilometri di distanza pattuglie aeree franchiste, naziste e fasciste radono al suolo la cittadina di Gernika provocando una strage e lo sdegno internazionale, dando anche l’ispirazione a Pablo Picasso per comporre quello che forse è il suo quadro più famoso. Impossibile festeggiare la vittoria per 3-0 (tripletta di Langara, di nuovo) per i giocatori della squadra di Euzkadi, che scendono in campo con la maglia verde, pantaloncini bianchi con strisce rosse. Sono i colori dell’Ikurriña, la bandiera dei Paesi Baschi, anch’essa un’idea di Sabino Arana, che si era ispirato alla Union Jack del Regno Unito.

Dopo la pausa del franchismo, che per forza di cose costringerà i Paesi Baschi a mettere in soffitta l’idea, la “nazionale basca” tornerà in versione ufficiale nel 1979 con il nome di Euskal Selekzioa. Stessa divisa, stessa volontà di radunare i migliori giocatori locali. Tra gli animatori c’è José Angel Iribar, uno dei più grandi portieri nella storia spagnola, bandiera e capitano dell’Athletic Bilbao, grande amico di Dino Zoff. Giocatore e al contempo impegnato in politica, fautore dell’utilizzo dell’euskera, la lingua basca, è uno dei due protagonisti della foto più iconica nella storia del calcio spagnolo: quella in cui regge l’ikurriña entrando nel campo di Atocha a San Sebastiàn prima di un derby contro la Real Sociedad. È il 5 dicembre del 1976, quella bandiera in Spagna è ancora illegale, ma i due club baschi più importanti non hanno paura di portarla in giro in pubblico, alla faccia delle parole del Ministro dell’Interno Juan Manuel Fraga, che aveva affermato: “L’Ikurriña non è una bandiera che rappresenta la regione, come le altre. È un simbolo separatista, e per esporla dovranno passare prima sul mio cadavere”.

L’altro protagonista, l’altro capitano della foto, è Inaxio Kortabarria. Anche lui un personaggio non banale, visto che è stato uno dei pochissimi casi al mondo di calciatore che rifiuta la convocazione in Nazionale, in questo caso la Spagna, per ragioni politiche. Kortabarria non si sentiva di rappresentare uno Stato che non riconosceva come suo. Aveva già giocato tre volte con le “Furie Rosse”, era uno dei migliori difensori centrali del campionato, futuro vincitore della Liga con la Real Sociedad nel 1980 e nel 1981, ma per ragioni ideologiche aveva preferito rimanere coerente.

Iribar invece no, ha difeso la porta della Spagna dal 1964 al 1976, vincendo anche l’Europeo contro l’Unione Sovietica del suo idolo Lev Jascin, apoteosi sportiva del franchismo nonostante al “caudillo” il calcio non interessasse granché. Dopo quell’episodio dell’Ikurrina, però, in Nazionale non viene più chiamato e il suo posto è stato preso da un altro basco, Gonzalo Arconada, che a sua volta verrà rimpiazzato a metà degli anni Ottanta con Andoni Zubizarreta in una sorta di staffetta tra corregionali. Quando Iribar giocava con l’Athletic, negli stadi fuori dai Paesi Baschi, a ogni gol subito era tutto un coro “España, España!” dagli spalti.

L’Euskal Selekzioa dal 1979 in avanti ha disputato, nel frattempo, 36 amichevoli; il totale contando anche la tournée voluta da Agirre e alcuni incontri precedenti arriva a 74. C’era stata anche una partita in via sperimentale contro l’Unione Sovietica nel 1978, più una cosa estemporanea che altro, e senza coinvolgere i giocatori della Real Sociedad perché impegnati in campionato. Il debutto ufficiale della rappresentativa in chiave moderna, e soprattutto in terra basca dopo oltre 40 anni di “esilio”, va considerato il 4-1 all’Irlanda al vecchio San Mamès di Bilbao in piena “Aste nagusia”, la settimana di feste cittadine in programma ogni anno nella seconda metà di agosto. Iribar, naturalmente, era il capitano in quell’occasione.

Il testimone dell’ex portiere come leader e volto dell’Euskal Selekzioa nel corso degli anni lo hanno preso in tanti. L’ultimo è stato Aritz Aduriz, che pochi mesi fa ha dato l’addio al calcio. È lui il calciatore ad aver segnato più gol con la Nazionale basca dal 1979 in poi – ben 12. Sua anche una polemica abbastanza accesa sulla poca partecipazione del pubblico nelle partite della rappresentativa basca. Anche per questo motivo, forse, dal 2016 in avanti, dal giorno di quell’uscita di Aduriz, non si è giocato più al San Mamès di Bilbao, bensì nel meno capiente Mendizorroza di Vitoria-Gasteiz, casa dell’Alaves, così da evitare imbarazzanti vuoti sugli spalti.

Aduriz, comunque, ha continuato a rispondere presente alle convocazioni dell’Euskal Selekzioa pur essendo nel giro della Nazionale spagnola, e come lui in precedenza altri pezzi grossi come Xabi Alonso o Julen Guerrero. Certo, bisogna mantenere un certo equilibrio per non rischiare di finire come Oleguer.

Effetto domino
Le possibilità che questa storia diventi la storia di una vera Nazionale, come detto, sono in realtà poche. Poco importa che il presidente della federcalcio basca Elustondo sia andato in Svizzera forte dei risultati “bulgari” della votazione dell’Assemblea Generale dello Sport basco del dicembre 2018 quando l’Assemblea Generale aveva approvato con 43 voti favorevoli su 44 la richiesta di ottenere “l’indipendenza” dalla federcalcio spagnola. Quello che serve per arrivare all’obiettivo finale è prima l’ok del governo centrale e poi quello del Consiglio Nazionale dello Sport (il CONI spagnolo) e della Federcalcio spagnola.

Elustondo ha tentato il colpaccio forse non a caso a poche settimane dalla scadenza del suo mandato al vertice del calcio basco. Alle elezioni in programma a marzo il favorito sembra essere Koikili Lertxundi, ex giocatore dell’Athletic Bilbao, commentatore e opinionista in radio, in tv e sui giornali locali, uno di quelli che maggiormente ha contribuito all’iniziativa già nel 2018: quarantenne, convinto attivista come Iribar nell’utilizzo della lingua basca, quasi un profilo ideale. Elustondo, insomma, ha deciso di puntare in alto per cercare di recuperare il gap e sa benissimo che in questo momento al governo in Spagna c’è un blocco di centro-sinistra che si regge su equilibri sottilissimi (alla Camera su un solo voto, per dire) e che conta sull’appoggio di diversi partiti politici baschi e catalani. Un Governo che ha fatto approvare di recente la cosiddetta “Legge Celàa”, dal nome della ministra dell’istruzione, che ha decretato la fine del castigliano (quindi dello spagnolo comune) come unica lingua ufficiale dello Stato.

Uno spiraglio c’è, quindi, il tema è in agenda e il discorso proseguirà, anche nel caso dovesse vincere alle prossime elezioni di marzo Koikili Lertxundi. Anche la scelta della federcalcio basca di Javier Clemente come commissario tecnico sembra andare in questo senso. È lui che aveva diretto la Nazionale spagnola dal 1992 al 1998, infatti, come se la federcalcio basca volesse mantenere un profilo politico-istituzionale. C’è da dire che Elustondo non ha azzeccato proprio tutte le mosse, incappando nel frattempo in una gaffe diplomatica annunciando e poi smentendo un pre-accordo tra il governo basco e il premier Pedro Sanchez. Accordo che forse c’era davvero, ma che doveva rimanere sotto traccia.

Clemente, invece, salace e diretto come al solito, ha rincarato la dose: «Noi vogliamo una nostra nazionale. Se il progetto dovesse andare in porto, comunque, tranquilli che continueremo a venire in vacanza d’estate a Marbella (città in provincia di Malaga a forte tradizione turistica, ndr)». Come a rassicurare, a suo modo, che l’unità nazionale non verrebbe toccata dalla scissione a livello calcistico.

La saldatura politica con Madrid, comunque, non è facile come sembra. Il governo centrale spagnolo probabilmente vorrà restringere le regioni da cui la Nazionale Basca potrà pescare alla sola Comunità Autonoma di Euskadi, con le province di Vitoria-Gasteiz, Bilbao e San Sebastiàn. Di conseguenza niente Navarra, della cui importanza simbolica abbiamo già parlato, e niente basco-francesi alla Lizarazu, per citare un celebre nome del passato, per i quali si aprirebbe un contenzioso diplomatico anche con Parigi.

In ogni caso, anche escludendo i giocatori di origine francese, un’ipotetica Nazionale basca non sarebbe poi così male. Questa nuova selezione, infatti, avrebbe al suo interno giocatori come Kepa Arrizabalaga; Alvaro Odriozola, Javi Martinez, Iñigo Martinez, Yuri Berchiche; Mikel Merino, Ander Herrera; Alex Berenguer, Iker Muniain, Mikel Oyarzabal e Iñaki Williams. Di questi attualmente nel giro della Nazionale spagnola ci sono Kepa (o Unai Simon dell’Athletic, visto che il portiere del Chelsea è caduto in disgrazia), Iñigo Martinez, Mikel Merino e Mikel Oyarzabal. Quattro giocatori che dovrebbero decidere improvvisamente da che parte stare, rendendo nuovamente controversa la storica ossatura basca delle “Furie rosse”.

ARTICOLO DI Alessandro Ruta, milanese, 1982. Giornalista (Mediaset, Il giorno, Gazzetta dello sport) e direttore sportivo di una squadra dilettantistica (Vulcano k.e.). Ha scritto cinque libri (Confessioni di un milanista – Urbone, L’impero del basket – Italica, Giocare e vincere a Fantasfida e ai daily fantasy sport – Apogeo Feltrinelli, I bambini mi chiamano Ancelotti – Urbone, La pagina mai scritta – Augh).

TRATTO DA QUI

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