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I successi della scuola austriaca e i fallimenti keynesiani (2ª parte)

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keynes-hayekdi GUGLIELMO PIOMBINI

Il New Deal di Roosevelt: un disastro keynesiano

Keynes prevalse sugli austriaci sul piano della retorica, ma la sua vittoria ebbe conseguenze tragiche per l’economia dell’America e del mondo intero. Nel 1933 venne convocata a Londra una conferenza economica internazionale per ristabilire la libertà degli scambi e stabilizzare il sistema monetario mondiale mediante la riduzione delle tariffe doganali e il rafforzamento del gold standard. Franklin Delano Roosevelt, da poco eletto presidente, silurò la conferenza annunciando che gli Stati Uniti non avrebbero partecipato ai negoziati. Keynes applaudì: «Il presidente Roosevelt ha magnificamente ragione a scegliere la via della gestione nazionale della valuta» [20]. In realtà il mondo perse una grande occasione per riportare l’economia sulla giusta strada.

Mentre la crisi del 1920 si era rapidamente risolta grazie ai drastici tagli delle tasse e della spesa pubblica, quella del 1930 venne affrontata da Roosevelt con un forte intervento pubblico di tipo keynesiano: lavori pubblici, aumento della spesa pubblica e della tassazione, regolamentazione dei prezzi e delle attività economiche. Queste misure, come avevano previsto Hayek e Mises, impedirono il naturale riaggiustamento dell’economia, che imboccò un tunnel depressivo senza uscita. Se nel 1931 la disoccupazione negli Stati Uniti aveva raggiunto il 16,3 per cento, con otto milioni di disoccupati, nel 1940, dopo due mandati di Roosevelt, era salita al 17,2 per cento, e il numero degli americani senza lavoro era salito a nove milioni e mezzo [21]. Il New Deal di Roosevelt, dunque, aggravò e prolungò di una dozzina d’anni una recessione che avrebbe potuto essere di breve durata, come quella del 1920.

Il completo fallimento del New Deal venne riconosciuto perfino dal Segretario del Tesoro Henry Morgenthau, che il 6 maggio 1939 confessò nel suo diario: «Ci abbiamo provato spendendo denaro. Abbiamo speso più di quanto avessimo mai speso prima e non funziona … Dopo otto anni di questa Amministrazione abbiamo la stessa disoccupazione che avevamo all’inizio … con in più un debito enorme» [22]. Robert Skidelsky, il devoto biografo di Keynes, ha ammesso: «Oggi viene sempre più riconosciuto il fatto che l’unico New Deal che ebbe realmente successo nell’eliminare la disoccupazione fu quello di Hitler. Roosevelt certamente non vi riuscì. C’erano 15 milioni di americani senza lavoro nel marzo 1933, e ce n’erano ancora 11 milioni quattro anni dopo. L’economia si riprese solo con il riarmo e la guerra» [23]. L’idea che le spese militari abbiano rilanciato l’economia tedesca o americana rappresenta tuttavia un grosso abbaglio.

La smobilitazione, non la guerra, rilanciò l’economia

Anche l’estremista keynesiano Paul Krugman ha scritto di recente che «Ciò che salvò l’economia, e il New Deal, fu l’enorme progetto di lavori pubblici conosciuto come Seconda Guerra Mondiale, che finalmente fornì uno stimolo fiscale adeguato ai bisogni dell’economia» [24]. Non c’è dubbio che con la guerra la disoccupazione calò notevolmente, dato che il 29 per cento dell’intera forza lavoro venne arruolata direttamente o indirettamente nelle forze armate. È assurdo però sostenere che questo abbia riportato l’America alla prosperità. 

Krugman-prayingNegli anni di guerra, in realtà, l’America era diventata un gigantesco arsenale che produceva armi, munizioni, cannoni, aerei e navi da guerra, ma i consumatori soffrivano il razionamento dei beni di consumo, il drastico declino della qualità dei prodotti, e la totale impossibilità di acquistare case, auto, elettrodomestici, o anche solo tempo libero [25]. Le statistiche sul PIL di quel periodo sono fuorvianti perché non tengono conto del fatto che l’economia non produceva beni destinati a soddisfare i bisogni dei consumatori, ma beni destinati alle esigenze militari del governo. Si tratta dello stesso errore di valutazione delle statistiche sulla produzione industriale dell’Urss.

Se veramente, come dicono Keynes e Krugman, le spese di guerra potessero rendere ricche le nazioni, allora esisterebbe una via semplice per la prosperità: due paesi potrebbero simulare in via permanente un conflitto tra loro, dichiarandosi guerra per finta; dopo aver costruito una grande quantità di aerei e navi da guerra, li farebbero abbattere o affondare nell’oceano dal proprio nemico prescelto secondo gli accordi presi. E poi via a costruirne di nuovi!

In realtà la vera ripresa dell’economia americana si ebbe solo nel 1946, quando milioni di uomini impiegati nell’esercito tornarono a lavorare nel settore privato per produrre i beni richiesti dal mercato. La smobilitazione dell’esercito americano dopo la seconda guerra mondiale fu il più grande licenziamento in massa di dipendenti pubblici avvenuto in un paese occidentale, e costituì la causa precisa del boom postbellico dell’economia americana.

Gli economisti keynesiani, capeggiati da Alvin Hansen, sostenevano invece che con la chiusura delle fabbriche di armamenti e la cancellazione dei contratti di guerra l’America sarebbe entrata in una terribile depressione. Accadde proprio il contrario. Le spese militari del governo scesero da 84 miliardi di dollari del 1945 a meno di 30 miliardi di dollari nel 1946, ma coloro che erano stati licenziati dalle industrie belliche sostenute dalla spesa governativa trovarono rapidamente lavoro nel settore privato, i cui occupati aumentarono di oltre 4 milioni dal 1945 al 1947. I consumi delle famiglie, gli investimenti delle imprese e le esportazioni ebbero un vero boom in coincidenza con la riduzione della spesa statale. La “depressione del 1946” fu l’evento più annunciato e atteso, ma non avvenuto, della storia americana [26].

Come la Scuola Austriaca contribuì al miracolo economico europeo

Avvenimenti analoghi si ripeterono in Germania e nei maggiori paesi dell’Europa devastati dalla guerra. Nella Germania sconfitta l’amministrazione alleata ereditò i controlli sui prezzi e sulla produzione istituiti dal nazismo nel 1936. Tutti i beni di consumo erano razionati e tutte le risorse produttive erano allocate con decreti e ordinanze governative. L’economista keynesiano John Kenneth Galbraith, a quel tempo consigliere del governo americano per le zone occupate, scrisse nel 1948 che «non vi è la minima possibilità che si possa favorire la ripresa tedesca abolendo questi controlli sull’economia» [27].

Ludwig Erhard, futuro ministro tedesco dell’economia, non ascoltò i consigli delle forze alleate ma seguì le indicazioni dell’economista Wilhelm Roepke, il quale era stato fortemente influenzato da Mises, la cui lettura, disse, l’aveva immunizzato dal virus del socialismo. Roepke aveva anche offerto un valido contributo alla teoria austriaca del ciclo economico con il suo libro Crisi e cicli del 1936. Erhard abolì tutti i controlli sui prezzi e i salari, collegò il marco all’oro nel sistema di Bretton Woods e privatizzò le industrie statali. La ripresa economica tedesca fu potente e immediata. Tra il giugno e il dicembre 1948 la produzione aumentò del 50 per cento. Nel 1958 il prodotto pro-capite tedesco era triplicato. Erhard rimase in carica, prima come ministro dell’economia poi come cancelliere, fino alla metà degli anni Sessanta, quando la Germania Ovest era diventata la terza potenza economica mondiale [28].

Anche nella ripresa economica della Francia giocò un ruolo fondamentale un economista influenzato dalla Scuola Austriaca: Jacques Rueff, sostenitore del gold standard e amico di Erhard e Roepke. Come consigliere di De Gaulle, nel 1958 Rueff predispose un piano basato sulla liberalizzazione del mercato e la stabilizzazione del franco. I risultati, ricorda lo storico Paul Johnson, non tardarono ad arrivare. Il prodotto nazionale lordo salì del 3 per cento nella seconda metà del 1959, del 7,9 per cento nel 1960, del 4,6 per cento nel 1961, del 6,8 nel 1962; il tenore di vita incominciò a salire del 4 per cento all’anno. Per la prima volta dall’avvento della rivoluzione industriale la Francia occupò una posizione di primo piano in campo economico [29]. Pure l’Italia sperimentò un boom economico negli anni ’50 e ’60 grazie alle misure favorevoli al libero mercato e alla stabilità monetaria volute da Luigi Einaudi, le cui idee coincidevano con quelle di Roepke e Rueff.

rothbard-on-ignorance-in-economicsLa stagflazione degli anni ‘70: il secondo fallimento delle idee keynesiane

Dal secondo dopoguerra ad oggi i keynesiani hanno continuato ad accumulare fallimenti, mentre gli austriaci non hanno smesso di azzeccare previsioni su previsioni. Il collasso nel 1971 del sistema di Bretton Woods, con la conseguente stagnazione, inflazione e salita del prezzo dell’oro, era stato previsto da Henry Hazlitt fin dal 1946 nei suoi editoriali sul New York Times [30], e da Murray N. Rothbard [31]. La stagflazione degli anni ’70, invece, colse completamente impreparati gli economisti keynesiani, perché non era contemplata nei loro modelli. Questa grave défaillance gettò per alcuni decenni nel discredito la macroeconomia keynesiana, che solo in tempi relativamente recenti è stata rispolverata come risposta alle crisi finanziarie.

Per di più, con il crollo improvviso dei regimi comunisti e dell’Urss nel 1989-91, Hayek ebbe la soddisfazione di assistere, contro i pronostici di quasi tutto il mondo politico e accademico, alla vittoria delle tesi austriache nel dibattito con i socialisti cominciato settant’anni prima. La critica di Mises e Hayek al socialismo, destinato a fallire a causa dell’impossibilità di centralizzare le conoscenze disperse e di effettuare calcoli economici, trovò la sua consacrazione empirica. Sulle pagine del New Yorker il famoso economista di sinistra Robert Heilbroner ammise: Mises aveva ragione [32].

Negli anni seguenti diversi economisti, utilizzando gli strumenti teorici della teoria austriaca del ciclo economico, hanno previsto lo scoppio della bolla tecnologica a cavallo del nuovo millennio [33], e della bolla immobiliare degli anni 2000, culminata con la crisi del 2008 [34]. Oggi molti economisti di scuola austriaca sostengono che le misure eccezionali di espansione monetaria messe in atto negli ultimi anni dalle banche centrali determineranno una crisi finanziaria molto peggiore delle precedenti [35]. Questo ennesimo disastro potrebbe suonare come la definitiva campana a morto per le teorie keynesiane, e riportare finalmente la teoria austriaca al centro della scena intellettuale.

QUI LA PRIMA PARTE

NOTE

[20] Robert Skidelsky, John Maynard Keynes, New York, 1992, p. 481.

[21] Jim Powell, FDR’s Folly: How Roosevelt and His New Deal prolonged the Great Depression, New York, 2003, p. VII.

[22] http://www.burtfolsom.com/wp-content/uploads/2011/Morgenthau.pdf

[23] Robert Skidelsky, John Maynard Keynes, p. 38.

[24] Paul Krugman, “Franklin Delano Obama?”, New York Times, 10 novembre 2008.

[25] Robert Higgs, Depression, War, and Cold War, New York, 2006.

[26] Jason E. Taylor, Richard K. Vedder, “Stimulus by Spending Cuts: Lessons from 1946”, Cato Policy Report, May/June 2010, Vol. XXXII No.3.

[27] John Kenneth Galbraith, “The German Economy”, in: Foreign Economic Policy for the United States, Cambridge, 1948, p. 94.

[28] Lawrence H. White, The Clash of Economic Ideas, Cambridge, 2002, p. 242 ss.

[29] Paul Johnson, Storia del mondo moderno (1917-1980), Milano, 1989 (1983), p. 660.

[30] Henry Hazlitt, From Bretton Woods to World Inflation: A Study of Causes and Consequences, Chicago, 1984.

[31] Murray N. Rothbard, The Case for a 100 Percent Gold Dollar, Auburn, 2001 (1962).

[32] Robert L. Heilbroner, “Reflections After Communism”, New Yorker, 10 settembre 1990, p. 91-92.

[33] Mark Thornton, “Who Predicted the Bubble? Who Predicted the Crash?”, The Independent Review, v. IX, n. 1, estate 2004.

[34] Oltre agli articoli reperibili in rete di Robert Blumen, Sean Corrigan, Mark Thornton, Doug French, Gary North o Peter Schiff, esempi eloquenti in lingua italiana sono gli articoli di Francesco Carbone pubblicati sul sito www.usemlab.com dal 2002 al 2007, e raccolti nel libro Prevedibile e inevitabile. La crisi dell’interventismo. Le cause del Disastro e i Rimedi Proposti, Massa, 2008.

[35] Al riguardo si possono leggere gli articoli di Gerardo Coco pubblicati sul Miglioverde.

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