INCHIESTA SUL VENEZUELA: TUTTE LE CAUSE DI UN DRAMMA ECONOMICO-SOCIALE

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di LEONARDO FACCO

Che il Venezuela di Chavez, solo dal 2013 di Maduro, finisse per schiantarsi contro gli scogli del socialismo reale, non era così difficile da capire, se solo si conoscessero i principi fondanti della Scuola Austriaca di economia. Ma non era impossibile da intuire nemmeno per chi mastiscasse un po’ di liberalismo classico. La crisi venezuelana (forse sarebbe meglio definirla fallimento) è figlia delle stesse scelte fatte, durante tutto il Novecento, dai paesi comunisti (dall’URSS alla Cambogia, dall’Angola a Cuba, ecc.) che – indistintamente – hanno portato al solito, ineludibile risultato: miseria, fame, scarsità, violenza, schiavitù e morte.

L’illusione chavista, durata dal 1998 ai primissimi anni dell’attuale crisi, è maturata solo ed esclusivamente per una ragione: la bolla economica che si stava gonfiando in quegli anni aveva portato i prezzi del petrolio alle stelle. Così, mentre il colonnello-presidente fulminato sulla via di Bolivar smantellava dalle fondamenta qualche pezzetto di libero mercato esistente e la proprietà privata a suon di “Misiones” ed espropri proletari (con metodi già visti ai tempi di Allende in Cile peraltro), la maggioranza degli analisti economici continuava a registrare aumenti di Pil che poco avevano a che vedere con un sistema produttivo sano e solido. La cosiddetta crescita economica di quegli anni, infatti, era esclusivamente dettata dall’esportazione del petrolio (ricordate i 147$ al barile?), che nel tempo è diventato la principale voce del bilancio dello Stato (il petrolio rappresenta il 96% delle esportazioni venezuelane), a tal punto che oggi, col prezzo del barile poco sopra i 40$, Maduro si ritrova a dover fare i conti con entrate preventivate, ma che non esistono più.

Non è un caso che Nicolas Maduro Moro, oggi, sia il politico che può vantare – nonostante un paese ricchissimo di risorse naturali e la più grande riserva di petrolio del mondo – i peggiori risultati economici del pianeta e il Pil del Venezuela sia passato da un quasi +20% a valori negativi (vedi immagine sotto).

Nonostante Maduro non abbia il carisma di Hugo Rafael Chavez Frias, quanto sta accadendo di questi tempi, sarebbe comunque toccato allo stesso fondatore del “socialismo bolivariano” o a chiunque altro oggi governasse “in nome suo”, perché i nodi di scelte economiche collettiviste fatte illo tempore vengono sempre al pettine. Sì, sono state proprio le scelte politico-economiche di Chavez (Maduro ha solo proseguito sullo stesso binario) a portare il Venezuela all’attuale collasso. Vediamole:

1- Scelte in campo petrolifero – Hugo Chavez – diventato “primer mandatario” nel 1999 – sapeva bene che PDVSA (la società petrolifera pubblica) doveva finire nelle sue mani. Nel 2002, infatti, dopo un lungo braccio di ferro con dirigenti e dipendenti di allora (che scioperarono per quasi due mesi) vinse la sua battaglia e licenziò oltre 12.000 dipendenti, per assumerne almeno altrettanti ma in camicia rossa, ovvero ai suoi ordini. Poco importava la preparazione e le capacità di chi finiva nell’azienda, finalmente nelle sue mani; ciò che interessava al presidente era poter trasformare quel mastodontico generatore di dollari nella sua riserva personale, da usarsi per implementare quelle fallaci operazioni politiche di redistribuzione (fatte di sussidi e corruzione) che sono state le varie “Misiones” (programmi pianificati di Welfare), per le quali ha persino chiesto la collaborazione di Fidel Castro. Peraltro, con Chavez, la produzione di petrolio è caduta di oltre un milione di barili al giorno (da 3,6 a 2,1 milioni). Un aspetto non secondario per ottenere questo risultato è stata la scelta, nel 2009, di nazionalizzare un segmento importante dell’intera filiera di produzione petrolifera, 60 imprese che a vario titolo partecipavano all’attivitá di esplorazione e produzione. I risultati di quelle scelte, si sono manifestati in questi ultimi tre anni, portando il paese al fallimento ufficioso, dove l’inflazione viaggia a 3 cifre, dove l’energia viene razionata (un fatto a dir poco paradossale) e dove la scarsità di beni è pressoché totale.

2- Stato imprenditore unico – Ovvio che né Chavez né Maduro abbiano mai letto “I fallimenti dello Stato interventista” di Mises, altrimenti non avrebbero scelto – come ogni demagogo socialista ha sempre fatto – di trasformare lo Stato in una specie di azienda unica pubblica, con peraltro un solo oggetto sociale: estrarre oro nero e venderlo. Il guaio, purtroppo, è stato che il chavismo ha avuto la “presunzione fatale” di diventare monopolista anche in tanti altri settori (ogni imprenditore che non fosse allineato era considerato un nemico del popolo e doveva essere cacciato), in primis l’agricoltura. Riportiamo quanto scritto sul Sole24Ore di qualche mese fa: “Nel 2005 infatti il suo governo iniziò ad espropriare e nazionalizzare l’intero settore agricolo e ad imporre massimali di prezzi alle derrate alimentari. Ciò ha naturalmente portato ad un drastico calo della produzione e, se poco più di un decennio fa il Venezuela produceva – ad esempio – quasi tutto lo zucchero di cui aveva bisogno, oggi deve importarne invece circa l’80%. Stando ai dati dell’associazione dei produttori di zucchero, nel 2016 il Venezuela ha infatti prodotto solamente 242.306 tonnellate di zucchero raffinato, esattamente il 68% in meno rispetto alle 740,000 tonnellate prodotte nel 2006”. Gli espropri si sono concretizzati in ogni settore: da quello bancario a quello metalmeccanico, da quello edile a quello minerario. Pare inutile dirlo, ma, quasi tutte le imprese divenute statali sono fallite!

3- Ogni settore sotto controllo – Facendo uso dello slogan “combattiamo la speculazione” il governo di Chavez, siamo nel 2005, ha avviato un programma di controllo dei prezzi. All’inizio, vennero colpiti i cosiddetti “prodotti basici” (perlopiù gli alimenti), ma col tempo la lista s’è allungata. Conseguenza logica di queste decisioni fu l’inizio della scarsità di quei beni e la enorme burocrazia (leggasi ancora corruzione) messa in campo per controllare e vigilare sulle scelte adottate. Al contempo, il governo decise di mettere sotto controllo anche la valuta, così da evitare la “fuga di capitali”. Risultato? Controlli da Stato di polizia (con tanto di esercito schierato) e prezzi di Stato fissati al di sotto del costo di produzione di un bene, non resero conveniente produrre quei beni. Ovviamente, il “mercato nero” ha preso piede (peggiorando la situazione dei meno abbienti) e si sono ramificate, in ogni ambito, le “mafie pubbliche” (formate dagli scherani di regime più vicini al presidente) designate a controllare che le imposizioni legali elaborate da Chavez venissero rispettate.

4- Distruzione della moneta – Con l’intenzione di frenare il deprezzamento del Bolivar (la moneta ufficiale), il governo decise di regolamentare l’acquisto di dollari, euro e di qualsiasi altra moneta considerata “forte”. In questo modo, il governo – scevro di ogni nozione di economia monetaria degna di questo nome – era certo che avrebbe arrestato l’inflazione. L’acquisto di dollari venne limitato e sottoposto a regolamentazione e approvazione dello Stato. Con Maduro, nel 2016, sono stati addirittura creati due tipi di cambio ufficiali: Dipro (Divisas Protegidas) e Dicom (Divisas Complementarias). Ovviamente, i dollari (o gli euro) sono diventati merce rara e se al cambio ufficiale occorrono 2.800 bolivar circa in cambio di 1 dollaro, al cambio reale (mercato nero, diventato mercato vero) ce ne vogliono oltre 13.000! La non reperibilità di divise ha così originato l’esatto contrario dei risultati preventivati dai vari governi venezuelani (i capitali sono fuggiti comunque e più velocemente e il Bolivar è pura cartastraccia) e il Venezuela non può nemmeno pagare quel che importa; molte aerolinee internazionali che viaggiavano su Caracas oggi si sono ritirate per queste ragioni. Infine, ancora due annotazion1: 1) secondo l’FMI, l’inflazione (che è la stampa di cartamoneta) quest’anno dovrebbe raggiungere la folle cifra del 1600%; 2) Maduro ha iniziato ad attaccare anche il denaro contante e i possessori di Bitcoin e/o altre criptovalute. Ah, per la cronaca nell’ultima settimana il Bolivar s’è deprezzato del 45,26%.

(vedi grafico sotto).

5- Protezionismo ed isolamento – Se c’è una caratteristica che appartiene a tutti i governi social-nazionalisti, questa è l’autarchia. In Venezuela, la scelta protezionista s’è palesata con la scusa di “limitare la concorrenza straniera e stimolare la produzione interna, così da evitare la scarsità di beni”. Dazi e quote d’importazione hanno ulteriormente massacrato gli imprenditori locali, che avevano necessità di importare beni dall’estero per le loro produzioni. Anche in questo caso, il governo ha messo in campo una burocrazia tentacolare per far rispettare i suoi diktat. Anche in questo caso, però, la corruzione è diventata la regola.

6- Tassazione distorsiva – Benché la pressione fiscale venezuelana sia meno gravosa di quella media europea, la recente riforma del suo sistema tributario, soprattutto in materia di lavoro e di produzione, ha aggravato la già insostenibile situazione impresariale. Due chicche della riforma chavista sono state il “Piano evasione zero”, e il “Piano contrabbando zero”, che in un paese alla fame suonano decisamente ridicoli. La sintesi di tutto questo normare è finanche rocambolesca, per non dire farsesca: lo stipendio minimo di un operaio venezuelano (deciso per legge) corrisponde, secondo il cambio ufficiale, a 25.000 dollari! Peccato per loro che il mondo reale dica diversamente e, visto che di dollari non ce ne sono, il salario minimo corrisponde a poco più di 30 euro.

7- Sovranità monetaria e Banca Centrale – Quella che segue è una lezioncina semplice, ma utile ai cosiddetti sovranisti italiani (Il Movimento 5 stelle è tra gli estimatori dell’attuale dittatura latinoamericana). Per avere sotto controllo ogni ganglo della società e dell’economia, Chavez (oltre ad aver nazionalizzato, dalla sera alla mattina, alcune banche di proprietà di suoi nemici politici) ha messo fine all’indipendenza della Banca Centrale, permettendo così di non lesinare su alcun tipo di finanziamento (soldi freschi di stampa) al Ministero del Tesoro e a tutte le aziende pubbliche del paese. Per evitare che l’inflazione fosse rigorosamente rilevata, ha anche imposto un diverso sistema statistico nazionale, al fine di occultare e manipolare i numeri reali del disastro economico in divenire. Se fino al 2009, la BCV non poteva inflazionare la moneta senza un corrispettivo di bilancio e un controvalore reale (seppur formali), da quel momento in poi la riforma presidenziale ha garantito una cascata di denaro verso le fallimentari imprese di Stato, con l’intento tutto keynesiano di incentivare la domanda sia privata che pubblica. Questa riforma, insieme a quanto accennato sopra, ha sicuramente accelerato il disastro economico di questi ultimi due anni, deprezzando il Bolivar, facendo aumentare i prezzi e aumentando la scarsità di beni, che ormai il regime può solo importare, avendo praticamente azzerato la sua capacità produttiva. Non solo, i percettori primi di questa valanga di denaro (i boiardi di Stato. di governo e parenti) hanno accumulato ricchezze enormi, mentre impoverivano la popolazione e distruggevano la classe media.

8- Spesa pubblica insostenibile – Il controllo totale della Banca Centrale Venezuelana ha permesso ai governi di Chavez prima e Maduro adesso di finanziare una spesa pubblica insostenibile, che non aveva alcuna corrispondenza con la capacità produttiva del sistema paese. Nel solo 2016, secondo l’economista Carlos Blanco dell’Università di Boston, la base monetaria è stata incrementata del 147%. Con politiche monetarie così espansive è incomprensibile meravigliarsi dell’attuale tasso di inflazione.

9- Economia militare –  Hugo Chavez era un ex-militare, che nel 1992 tentò anche un colpo di Stato, che lo costrinse a passare in galera un breve periodo (fu amnistiato da Rafael Caldera). Una volta giunto al governo, ad inizio del 1999, non poteva che ricorrere alle sue conoscenze professionali (oltreché familiari) per nominare ministri, alti funzionari, presidenti di istituti pubblici, dirigenti di aziende pubbliche, membri della casta ad ogni livello. Molti di loro – di assoluta incompetenza in materia – vennero destinati a gestire importanti settori in ambito economico. Non si tratta di un particolare di poco peso o puramente folkloristico quello di cui stiamo parlando, ma è indispensabile per comprendere le ragioni per cui un ignorante economico come Chavez fosse convinto che si potesse abbassare l’inflazione con la forza, oppure che si potesse imporre prezzi ai beni inferiori al loro costo, oppure ancora che fosse sufficiente mandare in galera qualche impresario infamandolo come speculatore per forgiare un sistema produttivo efficiente. Non solo, la militarizzazione dell’Economia s’è concretizzata sia nel tentativo di Chavez di dare sostanza alle varie “Misiones”  – per le quali s’era speso molto – sia nel far presidiare all’esercito i supermercati pubblici che distribuiscono borsette con viveri di prima necessità ai cittadini.

10- Conclusioni  – Della drammatica situazione che il Venezuela sta vivendo ne abbiamo parlato in più occasioni su queste pagine, ma vale la pena riassumere, seppur schematicamente, i numeri di questa immane tragedia. Mortalità infantile: per mancanza di medicinali, sono oltre 11mila i bambini morti prima di compiere un anno nel solo 2016. La mortalità materna è aumentata quasi del 70 per cento (dati Caritas). Prodotto Interno Lordo: da quando l’allievo migliore di Chavez, leggasi Maduro, è al governo, il Pil è crollato del 26,2 per cento. Per quest’anno si stima un ulteriore calo del 7,4 per cento. Debito pubblico: Il debito pubblico del Venezuela nel 2000 era pari al 51,69% del Pil. Dall’inizio della crisi del 2013, è arrivata a rappresentare il 97% del Prodotto interno lordo. Anche il deficit corre, era del 20 per cento nel 2015. Povertà: qui, sfatiamo uno dei tanti ridicoli miti del socialismo, ovvero la riduzione della povertà. Il potere d’acquisto delle famiglie s’è ridotto del 50% nell’ultimo semestre. Oggi, in Venezuela ben l’82 per cento della popolazione è povera, di questi il 52 per cento si trova in povertà estrema. Numeri ben peggiori dei tempi in cui in Venezuela governavano i partiti tradizionali, AD e/o Copei. Emigrazione: c’è un detto che conferma i guasti del socialismo, “dagli Usa non è mai fuggito nessuno per andare a Cuba, ma da Cuba in milioni sono scappati per cercare la libertà negli Usa”. Ebbene, la fuga dalle tirannie è un classico che ci riportano i libri di storia economica. Secondo i calcoli dell’Università Cattolica Andrés Bello, da quando è giunto al potere Hugo Chavez dal Venezuela se ne sono andati oltre 2 milioni di abitanti. Nell’ultimo anno, oltre 200.000 giovani sono scappati. Violenza: Caracas è considerata la città più violenta del mondo e, secondo le statistiche ufficiali, in Venezuela ci sono ogni anno 14.000 omicidi, anche se altre fonti parlano di 28.000 morti violente, quasi un venezuelano su 1.000. Oltre a Caracas, altre località del paese sono in classifica tra le 100 città più pericolose del mondo.

Ormai, la democrazia sta, ufficialmente, lasciando spazio alla dittatura, se nulla di clamoroso dovesse succedere. E’ crisi umanitaria conclamata. Il sogno di Chavez di trasformare il Venezuela in una specie di Cuba castrista sta riuscendo.

Del resto, come dicevamo all’inizio, il fu caudillo inventore del “socialismo del Terzo millennio” non ha mai letto nulla di Economia austriaca, se no saprebbe che Friédérich von Hayek ha ripetutamente detto che “se i socialisti conoscessero l’economia non sarebbero socialisti”. E in Venezuela non si patirebbe la fame!

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