“IUS SOLI” E DISPREZZO DELL’INDIVIDUALISMO

di MATTEO CORSINI

Periodicamente un fatto di cronaca riporta in auge il dibattito sullo ius soli. Il PD del neo segretario Zingaretti si è riproposto di introdurre lo ius soli per legge, cosa che non ha fatto la scorsa legislatura per evitare di perdere la maggioranza di governo. Come sempre, ci sono priorità formali e priorità sostanziali. Generalmente all’atto pratico sono le seconde a guidare le azioni delle persone. E ciò vale in modo direttamente proporzionale al grado di idealismo che si professa a parole.

Come sempre in questi casi, le interviste e le opinioni si moltiplicano. E ovviamente c’è chi, a prescindere da come la si pensi in materia, si lascia andare a considerazioni che a me paiono basate su null’altro che sul disprezzo dell’individuo. Per esempio Monsignor Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita e Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Giovanni Paolo II per le scienze del Matrimonio e della Famiglia (tanta roba!), arriva a fare dichiarazioni come queste:

Si parla di ius soli e ius sanguinis, anche se per me la parola più giusta sarebbe ius migrandi, il diritto di tutti di abitare la Terra pensata come casa comune di tutti e non esclusivo diritto di qualcuno. Così, del resto, parlavano i padri della Chiesa”.

Un conto è invitare le persone a essere accoglienti nei confronti del prossimo. Altra cosa è imporre loro di esserlo, istituendo uno ius migrandi che, data la realtà dei fatti del mondo di oggi, finirebbe per comportare inevitabilmente la violazione del principio di non aggressione. Senza una chiara definizione e protezione del diritto di proprietà privata, per di più in un’epoca in cui lo stato sociale nei Paesi di destinazione ha raggiunto un’estensione senza precedenti nella storia, parlare di ius migrandi avrebbe inevitabilmente come risvolto pratico un gigantesco free riding sui servizi di welfare.

Ma per Monsignor Paglia non è questo, tra le altre cose, a preoccupare chi è contrario, bensìun grande individualismo. Le paure ci sono eccome, ma vanno interpretate sul serio. Guai a scaricarle tutti sugli immigrati. L’uomo non è fatto per la solitudine: così, del resto, inizia anche il racconto delle Genesi. Egli è un essere sociale, un essere di linguaggio, d’incontro. Ma oggi viviamo nell’era di un nuovo individualismo che si avvita su sé stesso, slegato da vincoli e doveri che non siamo quelli attinenti all’io. Narciso è il primo santo del calendario. Ma tanti io non producono un noi, anzi si trovano davanti l’immensità del vuoto.”

Premesso che utilizzare l’individualismo con accezione negativa rischia a mio parere di finire in contraddizione con l’affermazione, tra l’altro inconfutabile, che ogni individuo è unico, il fatto che l’uomo sia “un essere sociale, un essere di linguaggio, d’incontro” non significa che debba esserlo con chi pare agli altri e come pare agli altri.

Ogni uomo deve avere il diritto di intrattenere relazioni volontarie con gli altri, ma non il dovere. Ognuno può sollecitare gli altri a fare questa o quella cosa, ma se ciò si traduce in un’imposizione si finisce per ledere il principio di non aggressione in nome di un diritto inventato. Non occorre essere narcisisti per rendersi conto che nessun diritto può essere tale se il suo esercizio da parte di qualcuno comporta un onere involontario per altri.

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