L’animalismo come nuova frontiera dell’ingegneria sociale

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di LEONARDO FACCO

Antonini de Jimenez è politicamente scorretto, graffiante e provocatore quanto basta. Il suo pensiero controcorrente mette a nudo ogni fallacia socialista, toccando anche quegli aspetti che meno ti aspetteresti.

C’è stato un tempo – racconta – in cui il socialismo cercava di entrare nelle nostre case attraverso la scuola, i sindacati, la televisione o la propaganda politica. Oggi, sostiene provocatoriamente l’economista spagnolo, ha trovato una via molto più efficace: gli animali domestici. Può sembrare una provocazione e in effetti lo è, ma non troppo, almeno per me che qualche anno fa scrissi che il liberalismo è talmente in agonia da partorire il Partito Animalista. Ma ogni provocazione efficace contiene un nocciolo di verità che merita di essere discusso e approfondito.

Secondo Antonini, il fenomeno dell’animalismo non consiste semplicemente nell’amare gli animali o nel punire chi li maltratta. Questo è un principio di civiltà che pochi metterebbero in discussione. Il problema nasce quando la tutela degli animali si trasforma in una vera e propria ideologia, nella quale gli interessi degli esseri umani vengono progressivamente subordinati a quelli degli animali. Il meccanismo, afferma, è tanto semplice quanto efficace. Poiché è impossibile elevare gli animali al rango delle persone, si abbassa gradualmente la posizione dell’uomo fino a renderla equivalente a quella dell’animale! È un ribaltamento culturale che modifica il linguaggio, le leggi e perfino il modo di concepire lo spazio pubblico.

Il risultato sarebbe una proliferazione di nuovi “diritti” attribuiti agli animali, mentre i costi economici e sociali ricadono inevitabilmente su tutti. Non è più la persona a occupare il centro della città, bensì l’animale. Così il cane può circolare liberamente, sporcare gli spazi comuni, abbaiare durante la notte o limitare la fruizione di aree pubbliche, mentre gli altri cittadini devono semplicemente adattarsi. Nel linguaggio volutamente esasperato dell’autore, le città finiscono per assomigliare più a uno zoo che a uno spazio progettato per la convivenza civile, dove la responsabilità individuale guida il comportamento.

Una rappresentazione polemica, certo, ma realista! Il punto che Antonini vuole sollevare è un altro: chi decide la gerarchia dei diritti? Ogni nuovo diritto riconosciuto implica quasi sempre un nuovo obbligo imposto a qualcun altro. Se un animale acquisisce una tutela sempre più estesa, inevitabilmente qualcuno dovrà sostenerne i costi economici, amministrativi o comportamentali. È il principio economico, spesso dimenticato, secondo cui non esistono benefici senza costi e ogni scelta pubblica comporta inevitabili trade-off.

Dal punto di vista libertario, il problema non è la protezione degli animali, ma l’espansione continua dell’intervento politico nella vita quotidiana. Quando lo Stato disciplina sempre più aspetti del rapporto tra uomo e animale, aumenta anche il proprio potere regolatorio sulla società. L’animalismo diventa così, dice Antonini, uno strumento attraverso il quale la politica estende progressivamente il proprio controllo sulle relazioni private.

Per questo motivo il suo discorso assume toni volutamente provocatori, rispetto al pensiero mainstream. Arriva perfino a invitare il pubblico a guardare il proprio animale domestico come il simbolo di un processo culturale più ampio, accostandolo ironicamente ad alcuni dei più noti leader autoritari del Novecento e dell’attualità. E non si tratta di un’iperbole teorica, considerando che la prima legge al mondo per la protezione degli animali la fece scrivere Hitler negli Anni Trenta!

Antonini, come sempre, spinge il pubblico che lo ascolta a interrogarsi sul rapporto tra diritti, libertà individuale e crescente regolamentazione statale. Che si condivida o meno questa lettura, la riflessione pone una domanda di fondo difficilmente eludibile: fino a che punto l’uomo è disposto a cedere la propria centralità sociale? Ed è su questo terreno, più che sul destino di cani e gatti, che si gioca il futuro della libertà.

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