MMT E LA LEGGE DI GRESHAM DELLE TEORIE MONETARIE

di MATTEO CORSINI

Al tradizionale simposio che ogni fine agosto si tiene a Jackson Hole (quest’anno con interventi a distanza per via del Covid-19), Jerome Powel, presidente della Federal Reserve, ha annunciato il cambio di strategia risultante dalla revisione che ha impegnato per mesi una quantità considerevole di persone piene di titoli di studio.
In sintesi, la Fed non darà più alcuna importanza alla curva di Phillips (che prevede un trade-off tra occupazione e inflazione dei prezzi al consumo, concetto peraltro già demolito da Murray Rothnbard e altri economisti di scuola austriaca decenni orsono) e neppure si curerà di mantenere la crescita dei prezzi al consumo non oltre il 2% annuo. D’ora in avanti valuterà quest’ultimo obiettivo in un non ancora meglio precisato medio termine (5 anni?), in sostanza tollerando (o forse perseguendo) una crescita dei prezzi al consumo anche superiore al 2% purché la media di medio termine rimanga al 2%.
Tra i tanti che hanno commentato la presunta svolta della Fed, Francesco Guerrera su Repubblica ha scritto:
Proprio quando mercati, imprese e governi pensavano che, dopo anni di interventi mastodontici, la Fed non avesse più munizioni, Jay ha aggiunto un’altra, potentissima, arma al suo arsenale. Come i grandi giocatori di calcio che “trovano” spazio anche di fronte alle difese più serrate, Powell si è dato un ampissimo margine di manovra. Nei prossimi cinque anni (almeno), il prezzo del denaro rimarrà bassissimo, la Fed farà quello che vuole per stimolare l’occupazione e, se anche l’inflazione ritornasse verso il 2%, Powell (e il suo successore) non saranno costretti ad alzare i tassi.”
Trovo inappropriata la metafora calcistica, nel senso che non credo serva il talento di Ibrahimovic, Messi o CR7 per fare quello che ha fatto Powell. Ma andiamo avanti.
Funzionerà? Non è detto. Il motivo per la mossa della Fed – la constatazione che più occupazione non crea inflazione perché i salari non salgono – è la ragione per cui la strategia di Powell potrebbe fallire. Se le banche centrali di mezzo mondo non sono riuscite a “reflazionare” le proprie economie dopo più di un decennio di stimolo, è probabile che si stiano scontrando con forze invincibili. I quattro cavalieri dell’apocalisse disinflazionistica sono: l’invecchiamento cronico delle popolazioni occidentali, la montagna di
risparmi che questi vecchietti non vogliono spendere, la rivoluzione tecnologica che ha reso obsoleti milioni di posti di lavoro e l’epidemia. Per combatterli, la banca centrale Usa pagherà un prezzo alto: la distorsione dei mercati e, probabilmente, il deprezzamento del dollaro. Tenere i tassi bassi per così tanto tempo è una garanzia di bolle finanziarie nei beni più rischiosi, quali le azioni. Ed è un invito aperto ad aziende, consumatori e governi a indebitarsi fino al collo visto che il denaro è quasi gratis. La speranza è che gli scompensi finanziari non siano gravi e questo diluvio di soldi chiuda l’enorme “output gap”- la differenza tra quello che l’economia produce e quello che potrebbe produrre in condizioni ottimali.”
Effettivamente la “distorsione” è in atto da decenni, semplicemente è andata avanti per stratificazioni successive, ogni volta che le conseguenze indesiderate di tali distorsioni si materializzavano. Quindi la nuova dose aggiuntiva di doping monetario sembra sempre qualcosa di straordinario, salvo pochi mesi dopo essere considerata ordinaria, per via dell’assuefazione che produce. Come molti altri, Guerrera rivolge poi lo sguardo alla BCE
In teoria, la dottrina-Powell sarebbe utile anche al Vecchio Continente, che, come gli Usa, è lontanissimo dall’inflazione al 2%. Ma il problema è politico, anzi, teutonico. Powell può abbandonare decenni d’ortodossia con un discorso, ma la Lagarde è imprigionata dagli arcigni mastini della Bundesbank. “Dimenticarsi” dell’inflazione non è nel vocabolario di Francoforte e Berlino, per ragioni storiche ma anche molto attuali: l’idea che la Germania permetta alla Bce di allargare i cordoni della borsa per aiutare gli “spendaccioni” mediterranei è una caricatura ma non per le classi medie tedesche.”
Premesso che suona involontariamente comico scrivere che Powel ha abbandonato “decenni di ortodossia”, se i fatti e i numeri contano qualcosa, si dovrebbe tenere presente che la BCE ha un attivo di bilancio, a seguito di anni di quantitative easing, pari al 54% del Pil dell’Area euro, mentre la Fed per ora è al 33% del Pil statunitense. Al tempo stesso, la BCE ha introdotto da ormai 6 anni la politica dei tassi negativi sulla Deposit facility, mentre la Fed non ha mai usato finora i tassi negativi.
Il tutto per chiarire che, nella gara tra banche centrali a chi stampa e distorce di più, la BCE non è stata proprio con le mani in mano.
A me pare che le banche centrali stiano in realtà andando sempre più verso una applicazione della gamba monetaria della MMT, e che quella fiscale sia altrettanto in corso di attuazione. Semplicemente c’è la grande ipocrisia di negare che di quello si tratti, dato che fino a pochi mesi fa la MMT era oggetto di critiche tanto da parte di chi oggi compie “svolte” di politica monetaria, quanto da chi commentava l’operato delle banche centrali.
Anche nel campo delle teorie monetarie sembra valere la legge di Gresham: quella cattiva scaccia quella buona (in questo caso, solo un po’ meno cattiva).
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