di RICCARDO POZZI Chi, dall’alto dei propri lauti compensi, ama disquisire di lavoro e dei suoi problemi, spesso diffonde una storiella che sembra aver attecchito con facilità soprattutto tra politici e giornalisti. Al cospetto dell’evidente impatto della concorrenza di prodotti cinesi o di altri paesi a basso costo del lavoro, si dice che la soluzione sia cambiare il livello della competizione. Ovvero, con ricerca ed innovazione, alzare la qualità dei prodotti portando la gara a livelli con maggiore valore aggiunto. Naturalmente questa tesi è sostenuta da chi ricava il proprio reddito in settori molto lontani dalla produzione di beni oppure da chi, proprio dall’importazione selvaggia e dalle sue dinamiche speculative, ricava privilegi economici che vorrebbe non si interrompessero. Malauguratamente la realtà non è esattamente in questi termini. Dalla Cina , infatti, non arrivano solo ciabatte, abiti taroccati, e le migliaia di articoli che popolano i colorati bazar dall’inconfondibile aroma di naftalina. Dalla Cina arrivano gli I-PAD, i ricambi dei satelliti, i microprocessori, I-PHONE, treni a…















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