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Servizi pubblici comunali: dove si spende meno e dove si spreca di piu’

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di REDAZIONE

confronto spesaChe nella sgangherata Italia gli stessi servizi pubblici costi cifre profondamente diverse da regione a regione, anzi da comune a comune, è un fatto genericamente risaputo. Ora il sito www.opencivitas.it pubblica il confronto fra spesa storica e fabbisogni standard nei 6.702 Comuni delle Regioni a statuto ordinario e le sorprese non mancano di certo. Allora, per intenderci, come “spesa storica” si intende il costo di un servizio così come è andato consolidandosi nel tempo, costo che viene finanziato con i trasferimenti statali e con le tasse locali. Come “fabbisogno standard” si intende invece il costo dello stesso servizio calcolato sulla base della media dei costi degli enti pubblici più virtuosi: in pratica è la cifra che ciascun ente pubblico dovrebbe pagare per offrire un servizio che eviti sprechi e altre questioni che vi facciamo immaginare. Gli esempi classici, tanto per capirci, sono quelli della siringa che viene pagata 10 centesima in un posto e 60 centesimi in un altro: è fuor di dubbio che c’è qualcosa che non va dove la si paga il massimo. La differenza (in positivo o in negativo) fra spesa storica e fabbisogni standard in linea di massima definisce quanto un ente pubblico è efficiente e virtuoso e quanto invece sia sprecone di denaro pubblico. Se infatti la spesa storica di un determinato servizio supera il fabbisogno standard, vuol dire che per realizzarlo un ente territoriale paga troppo. Mentre se la spesa storica è inferiore al fabbisogno standard, vuol dire che un tal ente spende per garantire un servizio meno della media ritenuta statisticamente ideale, il che non sempre è da considerarsi un fatto positivo, perché potrebbe anche voler dire che quel servizio viene fornito in maniera non adeguata.

Prendendo comunque  in considerazione i servizi pubblici garantiti dai comuni – vale a dire anagrafe, asili nido, istruzione, polizia locale, rifiuti, sociale, territorio, trasporti, tributi, ufficio tecnico, viabilità – e raggruppandoli regione per regione (ad eccezione delle regioni a statuto speciale), si scopre che, in media, è la Calabria ad avere una spesa storica inferiore del 9,80% rispetto ai fabbisogni standard. Poi si salta direttamente a Piemonte e Veneto che, rispetto ai fabbisogni standard, hanno una spesa storica inferiore rispettivamente del 7,48 e del 7,29%. Fra le regioni dove complessivamente i comuni spendono meno della media ideale per garantire i servizi vi sono poi il Molise (5,85%), le Marche (4,49%), la Lombardia (3,42%) e l’Emilia Romagna (0,74%).  Qui finisce la classifica di coloro che storicamente spendono meno del fabbisogno standard, e si entra nella “black list”, cioè di chi spende invece di più di quanto dovrebbe spendere (ribadiamolo, stiamo parlando dei servizi pubblici comunali): la regione peggiore di tutte è l’Abruzzo che spende il 12,23% in più di quanto sarebbe lecito attendersi, seguita da Basilicata (7,56%), Lazio (6,42%), Toscana (5,16%), Umbria (3,68%), Liguria (3,57%), Campania (2,85%), Puglia (1,95%).

Nella cartina che pubblichiamo il colore verde (con intensità varie) indica le regioni che hanno una spesa storica inferiore ai costi standard, mentre il colore rosso indica la situazione inversa.

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