di LEONARDO FACCO*
Il socialismo del XXI secolo ha compiuto una silenziosa transizione evolutiva. Abbandonata l’ormai indifendibile velleità di nazionalizzare e collettivizzare i mezzi di produzione — un’idea ampiamente sconfitta dalla storia e dai fallimenti strutturali dei blocchi sovietici, cubani e venezuelani — l’ideologia collettivista ha cambiato pelle (lo ha fatto a San Paolo meno di un anno dopo la caduta del Muro di Berlino), trovando nella democrazia assistenziale il suo habitat ideale. Non si parla più di espropri proletari o di pianificazione centralizzata, compiti storicamente gravosi e gestionalmente impraticabili. Oggi le parole d’ordine sono più seducenti: “redistribuzione del reddito”, “bene comune”, “diritti delle minoranze”, “salviamo il pianeta”.
Si tratta di un affinamento tecnico non indifferente. Lo Stato non si assume più l’onere e il rischio della produzione della ricchezza; lascia che siano il mercato, le imprese, i professionisti e i risparmiatori a farsi carico del rischio imprenditoriale e della fatica generativa. Il leviatano fiscale (la versione moderna dell’esproprio proletario) interviene solo in un secondo momento, ex-post, per socializzare gli utili attraverso una fitta rete che passa dall’imposizione progressiva, ai bonus, ai sussidi, alla spesa pubblica in generale.
Come osservava lucidamente l’economista premio Nobel Friedrich von Hayek: «La tendenza moderna non è tanto quella di negare ai privati la proprietà dei mezzi di produzione, quanto quella di dirigere l’uso di questi mezzi (come fece il fascismo, nda) in modo tale che, sebbene formalmente rimangano di proprietà privata, lo Stato decida cosa si debba produrre e come».
Questo è il “neocomunismo democratico” (quello denunciato da in un mio libro del 2019), che si rivela nei fatti molto più efficiente dei vecchi regimi totalitari nel drenare e gestire risorse, ma ancor di più nell’imporre l’egemonia culturale. Lasciando ufficialmente intatto il motore del capitalismo (la proprietà privata formale), lo Stato permette alla “gallina dalle uova d’oro” (i produttori di ricchezza) di continuare a creare valore, salvo poi prelevare quote di ricchezza sempre più invasive (a favore dei consumatori di ricchezza). Una dinamica che assume contorni assolutamente parassitari: l’autorità pubblica si comporta come un socio di maggioranza occulto che non partecipa alle perdite, ma esige la spartizione dei profitti.
Il vero capolavoro politico di questo sistema risiede tuttavia nella manipolazione del consenso. La proliferazione di sussidi a pioggia e “benefit” statali crea un elettorato strutturalmente dipendente dal governo. Si attiva così “un gioco a somma zero psicologico” in cui ogni cittadino si illude di vivere a spese della collettività, senza rendersi conto di essere, al contempo, il tosatore e il tosato. E quando i soldi degli altri finiscono…
È la perfetta descrizione della democrazia degenerata in “schiavitù volontaria”, per dirla con Etienne de la Boetie, un concetto che Ludwig von Mises riassumeva con precisione chirurgica nel suo capolavoro, del 1949, L’Azione Umana: «Non esiste una via di mezzo tra il mercato libero e il controllo totale. L’interventismo non può essere un sistema economico permanente. Ogni intervento statale crea ulteriori distorsioni che richiedono, agli occhi dei pianificatori, nuovi interventi, fino a quando l’intera economia non viene diretta dall’autorità centrale».
La transizione dal socialismo d’azione alla socialdemocrazia fiscale ha raggiunto il suo obiettivo principale: rendere politicamente e moralmente accettabile ciò che un tempo la rivoluzione armata rendeva intollerabile. Termini un tempo associati alla confisca o al prelievo forzoso sono stati sostituiti da eufemismi rassicuranti come “giustizia sociale” ed “equità fiscale”. Se la vecchia collettivizzazione si impossessava brutalmente delle fabbriche e dei macchinari (Chavez lo ha fatto alla grande mentre era in vita), la nuova variante agisce sulla psiche e sul portafogli: cattura prima il consenso attraverso
la promessa assistenziale, poi drena il reddito e, infine, erode gradualmente la libertà individuale, riducendo l’individuo a ingranaggio di una burocrazia redistributiva che si è consolidata in “Casta”!
Per dirla con le parole definitive di Murray Rothbard, il teorico più radicale della Scuola Austriaca: «La tassazione è, puramente e semplicemente, un furto su vasta scala. Il fatto che questo furto venga compiuto in nome dello Stato, e con il consenso della maggioranza, non ne cambia minimamente la natura filosofica ed economica». L’esproprio è un furto? Le tasse altrettanto!
Il neocomunismo democratico è una piaga da medicare, da estirpare! Javier Milei lo ha capito! I nazicom non hanno salvato l’umanità quando imponevano la loro ideologia con la rivoluzione armata. Non la salvano ora che fanno uso della coercizione ammantata di legalità. La feccia collettivista rossa ha semplicemente capito che è molto più redditizio, e duraturo, tassare la ricchezza privata piuttosto che tentare goffamente di produrla. Perchè di produrre qualcosa sono totalmente incapaci.
*Questo articolo prende spunto da una eccellente riflessione dell’amico Mario Fagioli.

