L’economista Di Tella chiede scusa a Milei: «Abbiamo sbagliato le previsioni»! E Bersani???

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di LEONARDO FACCO

Esiste una qualità sempre più rara nel dibattito pubblico: la capacità di ammettere i propri errori. L’economista argentino Rafael Di Tella, professore alla Harvard Business School, ha avuto – invece – il coraggio di farlo. Per mesi aveva sostenuto, come gran parte dell’establishment economico internazionale, che il drastico aggiustamento fiscale avviato dal governo di Javier Milei avrebbe inevitabilmente provocato una recessione devastante. Oggi riconosce pubblicamente che quella previsione era sbagliata.

Di Tella non cerca attenuanti. Ammette che lui, come molti altri economisti, riteneva che un piano di risanamento fiscale “ortodosso” avrebbe avuto costi sociali molto più elevati e una recessione assai più profonda. Invece, osserva, i fatti hanno seguito una traiettoria diversa: la contrazione è stata inferiore alle attese e l’economia argentina ha successivamente ripreso a crescere, rimbalzando.

L’ammissione di Di Tella è importante non solo per ciò che dice sull’Argentina, ma per ciò che rivela sul metodo economico. Come ha sempre affermato Javier, “Le teorie devono sempre confrontarsi con la realtà”. Quando i dati smentiscono le previsioni, uno studioso serio modifica le proprie conclusioni. È così che procede la scienza.

Purtroppo, non tutti hanno mostrato la stessa onestà intellettuale. Basti ricordare la famosa lettera firmata, alla vigilia dell’insediamento di Milei, da Thomas Piketty e da altri 108 economisti di orientamento prevalentemente keynesiano, che – riportata con grande spazio sul “The Guardian”, descrivevano il programma del nuovo presidente come una ricetta destinata a produrre disastri economici e sociali. Affermavano che con Milei sarebbe arrivata una «maggiore devastazione nel breve periodo» e «caos sociale». A distanza di tempo, mentre l’inflazione è drasticamente diminuita, il pareggio di bilancio è stato raggiunto, la spesa pubblica tagliata, il deficit azzerato e diversi indicatori macroeconomici hanno mostrato un miglioramento, nessuno dei principali firmatari ha sentito il dovere di riconoscere che almeno alcune delle loro previsioni si sono rivelate errate.

Lo stesso vale per molti commentatori politici. In Italia, ad esempio, l’ex ministro Pier Luigi Bersani, intervenendo in una trasmissione televisiva, liquidò Javier Milei con argomentazioni che descrivevano il suo programma economico come irrealistico e destinato al fallimento. Quelle affermazioni erano formulate con grande sicurezza, ma non hanno retto alla prova dei fatti. Eppure, anche in questo caso, non risulta alcuna pubblica rettifica. Del resto, che i comunisti siano mentitori seriali e non si cospargano, successivamente, il capo di cenere è noto a qualsiasi bambino normodotato!

Naturalmente, come afferma lo stesso presidente argentino, ancora molto c’è da fare per vedere l’Argentina tra i paesi più avanzati. Le riforme economiche producono effetti nel tempo e il giudizio storico arriverà solo alla fine del suo secondo mandato, qualora venisse rieletto. Tuttavia, proprio per questo, è difficile ignorare un dato: le catastrofi annunciate con assoluta certezza non si sono materializzate affatto!

La vicenda dovrebbe insegnare una lezione di metodo prima ancora che di economia. Troppo spesso il dibattito pubblico si trasforma in uno scontro ideologico nel quale le convinzioni prevalgono sull’osservazione dei fatti. Quando invece i dati smentiscono le aspettative, l’onestà impone di riconoscerlo. Rafael Di Tella ha dato un esempio di onestà intellettuale ed accademica, ammettendo di aver valutato erroneamente gli effetti dell’aggiustamento fiscale argentino. È un comportamento che rafforza la credibilità di uno studioso, non che la indebolisce.

Resta allora una domanda, inevitabile: avranno mai lo stesso coraggio Thomas Piketty, gli altri economisti che predissero il disastro e quei commentatori politici che avevano liquidato Milei con tanta sicurezza? Perché, in economia come in ogni disciplina scientifica, le opinioni contano. Ma i fatti, alla lunga, contano di più.

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