Nicolás Márquez: “L’omofobia non esiste, è un’invenzione politica”!

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di LEONARDO FACCO

Come articolo d’apertura del Miglioverde, oggi ho scritto un lungo pezzo sull’importanza del linguaggio, sul suo utilizzo politico e su come, purtroppo, viene imposto a forza di legge. Per corroborare la mia tesi, sul fatto che il wokeismo fa uso e abuso del “potere amico” per imporre strampalati diktat lessicali, propongo – a seguire – il pensiero di Nicolas Marquez contro la neolingua, l’ideologia di genere e la criminalizzazione del dissenso.

Per l’intellettuale argentino, ad esempio, l’uso del termine «omofobia» rappresenta uno degli strumenti attraverso cui l’ideologia di genere delegittima il pensiero dissidente. In una netta presa di posizione, che potete ascoltare anche voi, il saggista di Mar del Plata sostiene che la parola sia un’invenzione politica di carattere peggiorativo, concepita per screditare chi esprime opinioni contrarie al discorso dominante sull’omosessualità e sull’identità di genere.

Il suo ragionamento si sviluppa attorno a due concetti fondamentali: la presunta natura politica del termine «omofobia» e la trasformazione del significato della parola “discriminazione”.

Secondo Márquez, l’omofobia non esisterebbe come categoria psichiatrica riconosciuta nei termini in cui viene utilizzata nel dibattito politico. A suo giudizio, il termine è stato introdotto come etichetta peggiorativa per screditare le manifestazioni di pensiero dissidente. La sua critica non si limita alla parola in sé, ma riguarda il processo attraverso cui questo vocabolario, associato all’ideologia di genere, sarebbe penetrato nelle istituzioni statali e nei mezzi di comunicazione. Márquez descrive questo fenomeno come una forma di “dittatura invisibile”: un sistema di pressione che non si manifesta necessariamente attraverso un divieto esplicito, ma attraverso la stigmatizzazione di chi non accetta le definizioni e i principi promossi dal discorso dominante. Anche se oggi, in Europa, la questione è entrata a far parte del codice penale.

Il punto centrale della sua denuncia è che, dietro il linguaggio dell’inclusione, si realizzerebbe un’esclusione di chi è in disaccordo. Chi contesta determinate impostazioni non verrebbe affrontato sul terreno degli argomenti, ma classificato come intollerante, discriminatorio o patologico. Una delle affermazioni più incisive del pensiero di Márquez riguarda la contraddizione che egli individua tra la retorica dell’inclusione e il trattamento riservato alle opinioni non conformi. Secondo la sua lettura, che condivido appieno, il discorso dell’inclusione può essere utilizzato per escludere, criminalizzare e patologizzare il pensiero non conforme. Il problema, dunque, non sarebbe il riconoscimento della dignità delle persone, ma l’utilizzo di tale riconoscimento come strumento per imporre “un’unica interpretazione legittima” delle questioni riguardanti l’omosessualità e il genere.

In questa prospettiva, la persona che non aderisce al linguaggio prescritto rischia di essere sottoposta a un processo di delegittimazione sociale. Non viene più considerata semplicemente come qualcuno che esprime un’opinione controversa, ma come un soggetto da marginalizzare. E spesso – proprio come conseguenza di tutto ciò – moltissimo sono coloro che si autocensurano, per evitare di vedersi puntati contro il dito dei chierici del politicamente corretto. La critica di Márquez si rivolge quindi al meccanismo attraverso cui una determinata posizione ideologica può presentarsi come l’unica compatibile con la dignità umana, trasformando le posizioni alternative in manifestazioni da condannare.

A certa gente non entra proprio in testa che “discriminare è scegliere”! Il secondo pilastro dell’intervento di Márquez, giustappunto, riguarda la parola “discriminazione”. L’autore sostiene che il termine sia stato snaturato, perché ridotto a un concetto esclusivamente negativo. L’argentino, invece, rilancia il significato originario associato a verbi come distinguere, differenziare e discernere. La sua formula è netta:

«Discriminare è scegliere. Discriminare è differenziare. Discriminare è discernere».

Da questo punto di vista, Márquez contesta l’idea che ogni forma di discriminazione debba essere considerata automaticamente un male. Secondo il suo ragionamento, scegliere significa necessariamente distinguere tra possibilità differenti, e la capacità di discernere costituisce una funzione ordinaria del giudizio umano.

La sua critica si focalizza, dunque, sull’estensione indiscriminata del significato morale della parola. Se ogni distinzione viene qualificata come discriminazione negativa, il concetto stesso perderebbe la capacità di distinguere tra comportamenti differenti e situazioni che richiedono valutazioni diverse.

Márquez descrive un processo che, nella sua interpretazione, si sviluppa secondo una precisa sequenza. In primo luogo, viene imposto un significato negativo alla parola “discriminazione”. Successivamente, chi non accetta le prescrizioni del discorso dominante viene definito “discriminatore”. Infine, poiché il termine è stato trasformato in un’etichetta moralmente condannabile, la persona viene marginalizzata, stigmatizzata e insultata.

Il ragionamento è riassunto nella seguente dinamica:

Non accettare ciò che viene imposto → essere definito discriminatore → essere stigmatizzato socialmente.

È questo il meccanismo che Márquez denuncia come strumento di conformità ideologica. La questione, secondo la sua prospettiva, non è più la discussione libera delle idee, ma la pressione esercitata su chi rifiuta di adottare il vocabolario richiesto.

La domanda, a questo punto, sorge spontanea: dove finisce la libertà di dissentire? Márquez difende, abbiam detto, il pensiero dissidente. Egli ritiene che l’uso di etichette come “omofobo” o “discriminatore” possa essere finalizzato a delegittimare le opinioni che non si conformano all’ideologia di genere. Ed è così!!! La sua denuncia è rivolta a un sistema nel quale il linguaggio non servirebbe più soltanto a descrivere la realtà, ma a stabilire quali posizioni possano essere espresse senza subire una condanna morale.

Il pensiero di Nicolás Márquez, uno dei protagonisti della “battaglia culturale” contro l’egemonia del pensiero unico – insieme al suo connazionale Agustìn Laje, al cileno Axel Kaiser ed al presidente Javier Milei – si fonda su una denuncia precisa: l’uso politico del linguaggio relativo all’omofobia, alla discriminazione e all’inclusione si è trasformato in uno strumento per isolare e screditare i bastian contrari. Il punto centrale della sua posizione è la difesa della libertà di non aderire a un vocabolario imposto, perchè per Márquez è proprio su questo terreno che si gioca la battaglia per la libertà di pensiero e della libertà tout court.

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