ANCHE LIMES S’È RESA CONTO CHE IL VENETO NON È ITALIA

di REDAZIONE

Partiamo dalle ragioni storiche. I territori veneti che furono sottoposti alla Repubblica Serenissima a partire dal XV secolo hanno beneficiato di un sistema sociale sui generis: la Serenissima lasciava ampi spazi di autonomia ai singoli territori nello Stato da tera, preferendo gettare il proprio occhio strategico sullo Stato da mar.


Creando però i presupposti affinché le élite dell’entroterra non si sentissero mai integrate nel sistema politico. A questo si sovrappone un sistema agricolo per secoli basato sulla mezzadria, dove il fatto che a ogni contadino fosse assegnato un podere in uso esclusivo da cui poteva trarre il 50% dei guadagni totali ha dato impulso, secondo la vulgata, allo sviluppo di una mentalità imprenditoriale nelle famiglie di mezzadri.


Con il crollo della Serenissima, la gestione dell’ordine locale è passata sempre di più a un sistema di potere basato su notabilato locale, Chiesa e famiglia: un sistema che tenta di autoregolarsi, lasciando la politica in secondo piano, in un continuo sentimento di ostilità e negoziazione con il centro.


Nelle campagne venete comincia così a germinare un capitale sociale fieramente antistatale e localista, dove il rispetto per l’ordine costituito e per la religione si accompagna a una diffidenza per tutto ciò che viene dal potere centrale. Si tratti di Roma o di Venezia.


Su questo sistema sociale si innesta, a partire dal dopoguerra, il miracolo economico. Tra gli anni Cinquanta e Settanta il Veneto si trova a passare rapidamente da regione sottosviluppata a una delle locomotive d’Italia, con una crescita media annua del pil del 5,5%. Improvvisamente, paesaggi contadini basati su tradizioni consolidate e in cui il tempo sembrava fermo da secoli si ricoprono di capannoni. I contadini tutti chiesa e famiglia, lavoro e indipendenza fiutano l’aria, smettono i panni agricoli per aprire le loro aziende: nasce la nuova figura del metalmezzadro.


Il Veneto fa la rivoluzione. Si tratta però di una rivoluzione solamente economica, che rende il Veneto centro della Terza Italia, nuova alternativa al triangolo industriale e al Meridione che fino ad allora avevano dominato l’immaginario nazionale. Per il resto, il nuovo benessere si adagia sulla stessa società di prima. Ne trae tutta la sua forza: la struttura sociale della rete, della famiglia e del culto per il lavoro è ciò che dà vita al «miracolo economico». Anzi, ora ne viene amplificata: se ha portato tanto successo, va celebrata. Ed esibita.


Rimangono però, sotto le crepe del benessere acquisito, gli stessi difetti di sempre: la chiusura all’esterno, l’eccezionalismo. Soprattutto, permane un senso di inadeguatezza nei confronti del potere centrale, della complessità del mondo esterno, misto a un forte desiderio di rivalsa. Cresce la raffigurazione e la consapevolezza di sé come «giganti economici, nani politici».


Il secondo grande asse per capire il venetismo è la geografia. L’area protagonista della rivoluzione veneta appena citata è infatti il territorio nella pianura a nord di Venezia e a sud delle Alpi, e che trova il suo cuore nel Veneto centrale, vero simbolo del Nord-Est.


Fare una ricognizione nel «centro senza centro» compreso nel pentagono tra Venezia, Treviso,Bassano del Grappa, Vicenza e Padova, con qualche capatina nella Sinistra Piave, equivale a fare un giro nell’anima veneta…

di Giovanni CollotTRATTO DA QUI

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