CON LE IDEE ANNACQUATE NON SI DIFENDE IL LIBERO MERCATO

di MATTEO CORSINI

Sono da tempo convinto che uno dei punti di debolezza insiti in molti tentativi di difesa del libero mercato consista nel fare appello esclusivamente ad argomentazioni sull’inefficienza dell’intervento dello Stato, soprattutto con riferimento all’Italia.

Non che non si tratti di argomenti condivisibili, né che si possa contestarne l’autoevidenza. Tuttavia, credo che avesse (anche in questo) ragione Murray Rothbard quando sosteneva che la difesa del libero mercato non possa essere efficace se non basata su principi etici. In questo Rothbard era critico perfino di Ludwig von Mises.

Ecco trovo sostanzialmente fallimentari, quando mi imbatto in una critica dell’intervento statale in cui si premette di non essere contrari “in linea di principio”.

Perché delle due l’una: o si fa quella premessa perché si teme di esprimere un punto di vista non politicamente corretto, cosa che può anche avere spiacevoli ripercussioni personali soprattutto se si ricoprono determinati ruoli; oppure si ritiene che sia meglio argomentare dando l’impressione di essere, appunto, neutrali sulle questioni di principio.

Mi ha offerto lo spunto per tornare su questo argomento un breve intervento di Guido Rosa, presidente dell’Associazione Italiana Banche Estere, sul Corriere della Sera. Nel breve articolo, Rosa critica pacatamente le modalità dell’intervento dello Stato negli ultimi mesi, tra rafforzamento del golden power, Autostrade, Alitalia e Ilva. Ecco l’esordio:

In linea di principio non ho pregiudizi all’intervento dello Stato nel capitale privato in casi particolari, come quello attuale di forte crisi. Anche gli Stati Uniti, riconosciuti come campioni del liberismo, sono intervenuti massicciamente per mettere in sicurezza alcune delle loro più importanti aziende… Quello che tuttavia preoccupa, e che non deve accadere, è che lo Stato, approfittando della situazione generalizzato di crisi, miri a diventare gestore diretto nell’economia sostituendosi al privato nei processi decisionali e produttivi.”

Non so a quale delle due ipotesi circa il non dichiararsi contrario “in linea di principio” possa essere ricondotto il punto di vista espresso da Rosa, ma ciò che ritengo per certo è che una tale difesa del mercato faccia acqua da tutte le parti.

Premesso che gli Stati Uniti hanno smesso di essere “campioni di liberismo” almeno dai tempi della Grande depressione, ancorché dalla prospettiva statalista italiana possano essere ancora definiti tali, è del tutto ingenuo, nella migliore delle ipotesi, appellarsi allo Stato come mero regolatore.

In primo luogo, perché se il problema non è “di principio”, si è sempre esposti alla replica di chi sostiene che basterebbe che a guidare l’intervento fossero persone migliori di quelle precedenti.

In secondo luogo, perché se si accetta “il principio” dell’interventismo non ci si può illudere che questo si autolimiti. Basti ricordare che la parziale ritirata dello Stato dalla proprietà e dalla gestione dell’economia è avvenuta per problemi di cassa, non per il riconoscimento della superiorità del mercato, tanto da un punto di vista dell’efficienza, quanto per una questione “di principio”. Di qui la nuova ondata di interventismo degli ultimi mesi, complice la possibilità di fare deficit a piacere per via della sostanziale sospensione delle regole europee dovuta al Covid-19.

Si possono usare modi di comunicazione non radicali, ma le idee annacquate sono destinate a non avere nessuna possibilità di successo, a mio parere.

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