di LEONARDO FACCO
L’arrivo di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve potrebbe segnare uno dei cambiamenti più significativi nella politica monetaria americana degli ultimi quindici anni. È questa la tesi sostenuta dall’amico, ed analista finanziario, Nicola Argeo Mastropietro in un recente approfondimento sul suo canale Substack, nel quale interpreta le prime mosse del nuovo presidente della banca centrale statunitense come l’inizio di una vera e propria rivoluzione culturale all’interno della Fed.
Secondo Mastropietro, Warsh avrebbe deciso di rompere con alcune delle pratiche che hanno caratterizzato le gestioni successive alla crisi finanziaria del 2008, inaugurando un approccio più prudente, meno interventista e maggiormente orientato ai meccanismi di mercato. Uno degli aspetti più innovativi riguarda l’abbandono della cosiddetta “forward guidance”. Negli ultimi anni, la Fed aveva abituato i mercati finanziari a ricevere continue indicazioni sulle future decisioni riguardanti i tassi di interesse. Le dichiarazioni dei banchieri centrali erano diventate quasi altrettanto importanti delle decisioni stesse, influenzando in anticipo le aspettative degli investitori.
Warsh sembra voler invertire questa tendenza. La sua filosofia può essere sintetizzata in una frase: la banca centrale non deve promettere ciò che farà tra sei mesi, ma decidere di volta in volta sulla base dei dati economici disponibili. Si tratta di un ritorno a uno stile più simile a quello adottato negli anni di Alan Greenspan, quando la Fed comunicava molto meno e lasciava ai mercati il compito di interpretare autonomamente l’evoluzione dell’economia.
Un altro elemento di rottura riguarda il cosiddetto “Dot Plot”. Questo strumento consiste in un grafico nel quale ciascun membro del Comitato di politica monetaria della Fed indica la propria previsione sull’andamento futuro dei tassi di interesse. Warsh ha preso una posizione particolarmente critica nei confronti di questo meccanismo, arrivando addirittura a non inserire la propria previsione personale. Secondo il nuovo presidente della Fed, il rischio è che gli operatori attribuiscano un’eccessiva importanza a previsioni che, per definizione, sono altamente incerte e soggette a continui cambiamenti.
Mastropietro, inoltre, sottolinea anche un aspetto teoricamente molto interessante emerso dalle prime dichiarazioni di Warsh. Il nuovo governatore ha riconosciuto apertamente che alcuni aumenti dei prezzi dipendono da shock dal lato dell’offerta e non possono essere risolti semplicemente aumentando i tassi di interesse. L’esempio più evidente riguarda l’energia. Se il prezzo del petrolio aumenta a causa di tensioni geopolitiche, una politica monetaria più restrittiva non farà certo aumentare la produzione di greggio. In questi casi, sostiene Warsh, sarebbe più utile favorire investimenti produttivi e aumenti di produttività piuttosto che reagire automaticamente con una stretta monetaria.
Uno dei punti più discussi riguarda il gigantesco bilancio della Federal Reserve. Dopo la crisi del 2008 e la pandemia, la banca centrale americana ha accumulato migliaia di miliardi di dollari in titoli pubblici e strumenti finanziari acquistati attraverso il “Quantitative Easing”. Warsh considera questa situazione anomala. Secondo la sua impostazione, una banca centrale non dovrebbe comportarsi come un gigantesco fondo d’investimento capace di influenzare artificialmente i prezzi delle attività finanziarie. L’obiettivo sarebbe quindi quello di ridurre progressivamente il bilancio della Fed.
Nel corso degli ultimi anni, molti investitori si sono abituati all’idea che la Federal Reserve sarebbe sempre intervenuta per sostenere i mercati nei momenti di difficoltà. Mastropietro definisce questa aspettativa una sorta di “droga permanente”. Warsh sembra intenzionato a interrompere questa dinamica. L’idea è lasciare che i tassi a lungo termine tornino a essere determinati principalmente dall’incontro tra domanda e offerta di capitale, riducendo l’influenza diretta della banca centrale.
Un altro elemento centrale riguarda la composizione degli attivi detenuti dalla Fed. Attualmente la banca centrale possiede ancora una notevole quantità di “Mortgage-Backed Securities”, ossia titoli garantiti da mutui immobiliari. Per Warsh, questo rappresenta un’interferenza settoriale poco compatibile con il ruolo di una banca centrale indipendente. La Fed,
sostiene, dovrebbe detenere esclusivamente titoli del Tesoro statunitense, evitando di favorire indirettamente comparti specifici dell’economia.
L’interpretazione proposta da Mastropietro è chiara: Warsh starebbe tentando di riportare la Federal Reserve a una funzione più tradizionale. Meno comunicazione strategica, meno sostegno implicito ai mercati, meno manipolazione della struttura dei tassi, più attenzione alla produttività, agli investimenti reali e alla stabilità monetaria di lungo periodo.
Naturalmente, una simile svolta non è priva di conseguenze. I mercati finanziari hanno reagito con nervosismo alle prime dichiarazioni del nuovo presidente, segno che molti operatori si erano ormai abituati alla presenza rassicurante della banca centrale. Al di là dell’entusiasmo manifestato da Nicola Mastropietro, appare comunque evidente che Kevin Warsh stia cercando di modificare profondamente il modo in cui la Federal Reserve si rapporta ai mercati. Se questa strategia riuscirà a riportare maggiore disciplina finanziaria senza compromettere la crescita economica, sarà probabilmente una delle questioni più importanti da osservare nei prossimi anni.

