Messi, Milei e l’impegno in politica

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di MARIO FAGIOLI

Messi ha segnato altri due gol. E sono cinque in due partite del mondiale. E ogni volta il calcio ci ricorda una cosa fondamentale: gli spalti possono cantare, saltare, sventolare bandiere, insultare l’arbitro, fare coreografie meravigliose. Ma la palla, se fosse solo per questo, non si muoverebbe. La palla la muove chi entra in campo.

Javier Milei, in un’intervista a Lex Fridman, ha usato proprio questa immagine per spiegare una cosa che molti liberali, libertari e anarco-capitalisti di maniera si ostinano a non capire: criticare dalla tribuna non equivale a giocare la partita.
Puoi avere ragione su tutto. Puoi conoscere Rothbard a memoria. Puoi citare Mises, ma se poi, quando arriva il momento di incidere sulla realtà, resti fuori dal campo per spiegare perché nessuno è abbastanza puro, abbastanza coerente, abbastanza radicale, allora sei solo inutile.

Sei solo uno che urla dagli spalti. E magari urla pure contro quelli della propria squadra.

E allora, qual è il punto? Il punto è capire che la politica, piaccia o no, è un terreno di conflitto reale. Se chi crede nella libertà non lo conquista, lo occupano gli statalisti, i socialisti, i burocrati, i professionisti della redistribuzione, gli ingegneri sociali con il conto corrente alimentato dai contribuenti.

Messi non ha «spostato» il risultato della partita perché lo stadio cantava il suo nome. L’ha spostato perché era lì, dove la partita si decide. Vale anche per le idee.

Chi vuole difendere la libertà deve scegliere: restare in tribuna a criticare chi sbaglia un passaggio, oppure entrare in campo, accettare il fango, il contrasto, l’imperfezione, il rischio. E vincere!

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