CALENDA, QUELLO DEL “SISTEMA PAESE” A BOTTE DI CORPORATIVISMO

bel paesedi MATTEO CORSINI

“Dobbiamo metterci in sicurezza con un piano straordinario, ragionare come sistema Paese, tutelare in modo più netto gli interessi nazionali, avviare una vera politica di inclusione sociale per contrastare il populismo. Anche prendendoci tutti gli spazi di bilancio che servono”. Carlo Calenda, ministro per lo Sviluppo economico, invoca un “piano straordinario” per “tutelare in modo più stretto gli interessi nazionali”, che suppongo coincidano con quelli che il governo ritiene essere tali. “Anche prendendoci tutti gli spazi di bilancio che servono”, aggiunge. Il fatto è che il bilancio è già piuttosto scassato alla voce “debito pubblico”, per cui gli spazi mi sembrano in ogni caso piuttosto angusti.

Per quanto mi riguarda, quando sento parlare di “sistema Paese percepisco sempre il cattivo odore di un incremento dell’interventismo a tutela di taluni interessi (tutt’altro che nazionali) e a spese di tutti gli altri. Calenda sembra voler rassicurare chi temesse ulteriori restrizioni agli spazi di mercato: “Dobbiamo ricostruire una rete fatta di grandi aziende, pubbliche e private, e di istituzioni finanziarie capaci di muoversi all’occorrenza in modo coordinato, tra di loro e insieme al governo. Questo non vuol dire limitare gli spazi di mercato, ma essere in grado di reagire quando viene distorto o manipolato, anche con regole scritte ad hoc, per indebolire il nostro tessuto economico.”

Probabilmente Calenda ritiene che per “limitare gli spazi di mercatosia necessario diventare come la Corea del Nord. Al contrario, io credo che il corporativismo di ritorno invocato dal ministro serva proprio a sostituire con un’azione coordinata dal governo quelle che avrebbero (o non avrebbero) luogo in assenza di tale intervento. Il tutto per reagire a presunte distorsioni o manipolazioni del mercato stesso. Ma le manipolazioni del mercato sono già oggi vietate e sono previste sanzioni per chi le mette in pratica. Incaricata di vigilare è la Consob.

Evidentemente quelle che Calenda definisce manipolazioni altro non sono che operazioni volontarie i cui esiti il governo non gradisce. Quanto alle “regole scritte ad hoc, per indebolire il nostro tessuto economico”, se non sbaglio si tratta o di norme emanate da parlamento e governo, oppure di direttive e regolamenti europei alla cui redazione dovrebbero prendere parte anche rappresentanti italiani.

Escludendo il tafazzismo interno, la logica deduzione dell’affermazione di Calenda è che l’Italia non ha una grande influenza (per usare un eufemismo) nel processo legislativo comunitario, pur essendo il terzo contribuente. Quella stessa Europa nei confronti della quale, per anni, è stato vietato sollevare anche la più garbata delle critiche, a pena di essere considerati dei paria.

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