LA FONTE INFETTA: ALLE ORIGINI DELL’UNIONE EUROPEA

di PAOLO L. BERNARDINI

Habent sua fata libelli. Quando venne pubblicato, nel 1997, “The Tainted Source, the Undemocratic Origins of the European Idea” di John Laughland (Little Brown, London 1997) venne aspramente criticato dal mondo allora così entusiasticamente, almeno in apparenza, europeista (con le eccezioni che vedremo). Notorie soprattutto le prese di posizione di Sir Edward Heath, il firmatario per il Regno Unito dell’accessione al Trattato di Roma nel 1972, un politico per oltre mezzo secolo ben incollato al suo seggio parlamentare, una bella, gloriosa carriera di parassita, e primo ministro responsabile (ma non il solo) dell’adesione del Regno Unito all’UE. Ma anche diversi accademici si scagliarono contro il libro – prima di tutto un libro di storia – ma, come vedremo alla fine, uno storico del calibro di Eugen Weber lo accolse con grande attenzione (anche se non senza, fondatissime, critiche, tali da rivederne la dimensione scientifica – ma non la validità ideale).

Il libro circolò molto: venne tradotto in francese, in spagnolo, in ceco, in polacco (a quanto mi risulta, ma forse anche in altre lingue). Ovviamente non in italiano: in Italia le grandi case editrici traducono solo la spazzatura ideologica del mondo “politicamente corretto” tanto da far concorrenza alla AMSA di Milano. Ma ne venne anche impedita la circolazione (!), tanto è vero che una copia fisica del libro – che ora si trova comodamente in forma di e-book – si trova, a dire del mega-catalogo OPAC-SBN, solo in quattro (!) biblioteche in tutta Italia. Una copia a Parma, una ad Urbino, e due a Roma – una presso la biblioteca di Scienze Politiche de “La Sapienza” dipartimento dalla singolare varietà ideologica, assai salutare ma anche assai rara.

Ma i censori hanno buon giuoco nella dittatura cinese, in Occidente qualcosa dello spirito illuministico rimane (ancora) e dunque ora il libro lo si può leggere come ebook e con gran profitto: si mostra bene come l’europeismo fosse già di marca hitleriana (vedi qui), ma in generale fosse un’idea che si dimostrava interessante per ogni totalitarismo, soprattutto quando l’elemento di “stato-nazione”, nato solo tardi nel mondo germanico, e con immense fatiche (mai assimilato peraltro come tale), avrebbe potuto ben essere sacrificato (con apparente gaudio dei popoli in nome di esso violati, massacrati, deportati) in nome di un “governo tecnocratico” che garantisse non tanto ai popoli, né ai governi nazionali, ma a pochi eletti, autonominatisi custodi naturali d’Europa, immensi privilegi, quali quelli che possono derivare da esercitare il proprio potere su nazioni, stati, comunità del tutto differenti. Ora, è interessante notare che si tratta di un libro a favore di idee nazionalistiche che cozzano tanto quanto quelle europeistico-tecnocratiche e “globalistiche” con gli ideali liberali-classici e a fortiori libertari.

Dunque – dal nostro punto di vista – sempre meglio, quando di fonti si tratta, parlare di quella “meravigliosa” di Ayn Rand, piuttosto che di quella “avvelenata” “infetta”, di Laughland. Personaggio oltretutto a me non simpatico per la sua difesa degli interessi serbi in Cossovo, e in generale per il suo contrapporre al mostruoso tecnicismo e al cinismo “globalistico” della UE idee nazionalistiche responsabili di infinite stragi. Insomma, la padella e la brace? Non è proprio, del tutto così.

Ciò detto, il libro è pieno di idee ottime e accuse a figure non peregrine (Mounier, Werner Daitz, tutto da ristudiare per la sua nozione di potere “popolare” ma non “nazionale”, e la sua idea di “Grossraumwirtschaft” che presuppone non un vero libero mercato, ma un mercato sì globale, ma controllato da cartelli politici sovrastatali…realizzato a Schengen?): che l’UE non si prospetti ancora come vero e proprio IV Reich deriva dall’assenza di una personalità come Hitler?

Per ora. Ma più che i contenuti – su cui però occorre riflettere, a partire dall’adesione al medesimo totalitarismo, col fittizio divisorio di colore (rosso o nero, che grande menzogna, letale, il contrapporre fascismo e comunismo!), dei “padri fondatori” della UE, Spinelli, Schuman collaborazionista a Vichy, e numerosi altri “eroi”, – occorre intanto dire una cosa: sia come sia, questo libro presente nelle biblioteche pubbliche italiane in 4 copie, è ideologicamente una delle basi della Brexit. Come a dire, attenti censori, le idee hanno una loro vita che non si può fermare. E ha fatto scuola, davvero, si pensi solo – ma è uno dei tanti esempi possibili – al libro (del 2012) De Vichy à la Communauté européenne, di Antonin Cohen – ove viene messo in chiaro come il dirigismo di Monnet e Schuman soprattutto fosse fondato sull’idea di un controllo dei mercati e dell’economia sovranazionale, sottratto dunque ai parlamenti nazionali, e in ultima analisi alla “volontà” dei popoli.

Ma oltre a Cohen altri autori francesi hanno visto nella tecnocrazia nazista, virtualmente estensibile ben oltre i confini nazionali (storicamente fluttuanti) dei vari Reich, il modello di quella europea: e farò un solo esempio: la biografia di Reinhard Höhn (1904-2000), definito “archetipo dell’intellettuale tecnocrate”, ex-SS (finisce la carriera SS come “Oberfuehrer”, “generale”, il grado più alto), che coltiva, fino al 2000!, l’ideale di un modello tecnocratico, sovra-nazionale, virtualmente anti-statale, e che fonda un istituto di formazione per manager a Bad Harzburg che per decenni forma élite amministrative della RFT. Il libro, una lettura che fa venire i brividi – 600.000 laureati dell’istituto, 100.000 iscritti a distanza, è Libres d’obéir. Le management, du nazisme à aujourd’hui, di Johann Chapoutot, pubblicato nel gennaio 2020 da Gallimard, uno dei maggiori editori francesi. Quanti tra questi 700.000 manager con qualche (per carità, vaghissima) affinità di formazione e carriera con Eichmann, sono ora al servizio della UE?

Ora, che “The Tainted Source” sia un libro importantissimo, lo testimonia la lunga tradizione di riletture, recensioni a distanza di anni, e segnalo quella molto acuta di Robert Stephenson su “Independence Daily” del 2016: (VEDI QUI) sia da parte di questo giornale (Facco); sia da parte di critici avvertiti, ad esempio Riccardo Chiaberge, con un articolo esplosivo sul “Corriere della Sera”, il 14 maggio 1997 (a libro fresco di stampa!), titolo eloquente: “Hitler profeta dell’Unione”. Erano i tempi in cui anche Barbara Spinelli lanciava simili grida d’allarme, dalle pagine de “La Stampa”, seguendo Ralf Dahrendorf (oggi assai poco citato). Chiaberge riassumeva anche bene i contenuti del libro di Laughland: che andava a riprendere, ad esempio, parole di Goebbels molto significative, visto il pulpito da cui cotale inquietantissima predica proveniva:

“I popoli dell’Europa stanno rendendosi sempre più conto che molte delle controversie che ci dividono sono semplici baruffe famigliari in confronto alle grandi questioni che devono essere risolte tra i continenti”.

“Voi siete già membri di un grande Reich che si prepara a riorganizzare l’Europa, abbattendo le barriere che ancora dividono i popoli europei e rendendo più facile per loro lo stare assieme”.

“Tempo cinquant’anni – disse – e la gente non penserà più in termini di nazione”.

E Hitler? Conviene citare per esteso un passo dall’articolo di Chiaberge, che ben riassume il libro:

  • “All’adunanza del partito nazista a Norimberga, nel 1937, il Fuehrer disse testualmente: “Noi siamo più interessati all’Europa di qualsiasi altro paese. La nostra nazione, la nostra cultura, la nostra economia, sono cresciute entro un più ampio contesto europeo. Pertanto dobbiamo essere i nemici di ogni tentativo di introdurre elementi di discordia e distruzione in questa famiglia di popoli”. Nell’agosto 1941, un comunicato congiunto italo – tedesco, controfirmato dall’alleato Mussolini, avrebbe ribadito in termini più bellicosi un concetto analogo: “La distruzione del pericolo bolscevico e dello sfruttamento plutocratico renderà possibile una pacifica, armoniosa e proficua collaborazione tra tutti i popoli del continente europeo, nel campo politico come in quello economico e culturale”. Ma la più articolata riflessione nazista sull’argomento sarebbe venuta l’anno successivo, con la grande conferenza organizzata dagli imprenditori berlinesi sul tema “Europaische Wirtschaftsgemeinschaft” (letteralmente: Comunità economica europea), con la partecipazione di autorevoli esponenti del regime. Il ministro dell’economia del Reich, Walter Funk, che era anche presidente della Banca centrale, sostenne in quell’occasione che la costruzione di aree economiche “segue una naturale legge di sviluppo”, e ricordò che quando la Germania era frazionata in tanti staterelli ciascuno con la sua moneta, il Paese non era in grado di fare fronte alla concorrenza di Francia e Inghilterra. Pur ammettendo che l’integrazione del continente sarebbe stata più difficile da realizzare della “Zollverein”, l’unione doganale tedesca, il ministro concludeva che si sarebbe dovuta comunque fare, “perché il suo momento è venuto”. Un mercato unico, con il “Reichsmark” come valuta di riferimento: questo il sogno degli economisti nazisti. Non molto diverso, dopotutto, da quello degli gnomi della “Bundesbank” degli anni Novanta. Ma il dibattito non si ferma a Berlino, coinvolge anche l’Italia fascista. Alberto de Stefani, che fu ministro delle Finanze di Mussolini dal ’22 al ’25, scrive nel 1941: “Le nazionalità non costituiscono una solida base per il progettato nuovo ordine, a causa della loro molteplicità e della loro tradizionale intransigenza… Un’unione europea potrebbe non essere soggetta alle oscillazioni di politica interna che sono caratteristiche dei regimi liberali”. Gli fa eco il direttore di “Civiltà Fascista”, Camillo Pellizzi: “Una nuova Europa: questo è il punto, e questa la missione che abbiamo di fronte a noi. Il che non significa che Italiani, Tedeschi e le altre nazioni della famiglia europea debbano… diventare irriconoscibili… Sarà una nuova Europa per la nuova ispirazione e il principio determinante che emergerà tra tutti questi popoli”.

Ora, in conclusione, occorre ricordare che il libro, ignorato (più spesso: la miglior forma di censura) o vilipeso dagli storici prezzolati a un tanto a riga, incontrò l’attenzione critica di Eugen Weber. Weber, romeno di Bucharest, per decenni storico di punta di UCLA, nato nel 1925 e morto nel 2007, dopo una vita avventurosa e una splendida carriera, costellata da pubblicazioni splendide tra cui quella in cui narrava l’annichilimento progressivo delle storiche identità locali francesi dopo la Rivoluzione, “From Peasants to Frenchmen”, pubblicò su “National Interest” una lunga recensione al volume il primo giugno 1997 (VEDI QUI), Le righe iniziali (ricordiamoci siamo nel 1997), danno già il tono a tutto lo scritto:

  • Faced with declining competitiveness, low growth, mass unemployment, sclerotic and often corrupt political structures, European countries are undertaking to reproduce their present systems at a supra-national level rather than reform them at home. States limping from self-inflicted wounds hope to walk taller and farther in seven-league Maastricht boots. Political inability to tackle reforms will be overcome by technocratic rules and Common Market protection. A European bloc will cushion the continent against world competition. Business suffocating from overregulation will find a second breath in a broader economic space where everyone will be burdened with similar disabilities. Was this what Churchill meant when, in his great 1946 speech at Zurich, he called for the building of “a kind of United States of Europe?”

Weber mette bene in luce i limiti di storico (professionali) di Laughland, che spesso fa di tutta le erbe un fascio per dimostrare la propria tesi, mettendo insieme movimenti, idee, personalità diverse, non sempre in rapporti buoni tra di loro. Ma riconosce l’importanza del libro non tanto nella genealogia totalitaristica dell’idea stessa di Unione Europea, quanto negli effetti concreti della sua realizzazione:

  • “New rules designed to solve one problem create new problems, call for new regulations, increase complexity, render spontaneous adjustments less likely. The administration of things does not replace the government of people. The relation between means and ends is critical, not technological. That’s what the champions of the welfare state forgot, and consider what they have wrought. The illusion that conflict can be eliminated by redistribution of income has raised as many problems as it has solved. Welfare state policies have turned into quagmires; health, pension, and unemployment programs are in or near bankruptcy. Good feelings make neither good numbers nor good policy–just growing bickering about what the French euphemistically describe as solidarity: more taxes. “Having looked to government for bread, on the very first scarcity they will turn and bite the hand that fed them”, warned Burke. Feeding and biting continue in symbiosis.”

Sempre grande Burke: “Avendo guardato al governo per il loro pane, alla prima carestia si rivolteranno e morderanno proprio la mano che li ha nutriti”. E ancora (ricordiamoci che siamo nel 1997, molto prima dell’Euro, c’era ancora l’ECU!)

  • “Monetary policy is a way for government to influence the economy. The value of present currencies reflects the politics of national governments and of their central banks. Monetary union would transfer executive power from nation-states, no longer free to make economic decisions, to a central bank wielding monetary power under no parliamentary control. This central bank, Laughland contends, and the monetary system as a whole, would reflect German interests; and he quotes Chancellor Kohl: “European monetary policy will be German monetary policy.” The European Currency Unit (ECU), or euro, would be nothing but the Deutsche Mark in disguise, says Laughland.”

L’Euro è diventato il marco tedesco mascherato. Neanche troppo bene. Con la gran classe che contraddistingueva Weber, la sua recensione termina con: “Non so se Laughland abbia ragione, e quanto abbia ragione. Ma certamente ci fa pensare.”

La strada della salvezza dei popoli è una strada – a riflettere su questo nel 2020 – che non solo ripudia il grottesco della tecnocrazia hitleriana nella sua rinascita europea come in un film dell’orrore – ma che guarda anche indietro rispetto ai nazionalismi esaltati da Laughland, ma che come dice Weber hanno anch’essi meno di 200 anni, sono anch’essi un’invenzione (come dice Weber, sono gli stessi popoli europei che diffidano dai loro governi, e, sapendolo, i loro governi si sono riuniti in conclave per illuderli che non sono più se stessi in Europa, ma l’illusione cade presto: hanno solo creato un cartello di governi a danno dei popoli). Nel piccolo Stato, ante-nazionale (e sapendo come esso stesso sia una creazione artificiale, come lo è la Serenissima nei confronti dei Comuni che la precedettero), risiede la speranza di salvezza, nell’Europa divisa e non nazionalistica, nella frammentazione che ha fatto la grandezza europea perché ha alimentato la concorrenza: non solo tra stati diversi, ma tra forme di stato diverse.

La prima peste non è quella nello stato. Ma quella dello stato. Figuriamoci poi che covata di germi quando tutti i tenutari si riuniscono in un bordello artificiale, il mega-stato, neppur quello a loro ben noto delle loro belle capitali infette.

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