Addio ad Alan Greenspan, il “timido dilettante” della FED

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di MATTEO CORSINI

All’indomani della morte, alla età di 100 anni, di Alan Greenspan, presidente della Federal Reserve dal 1987 al 2006, sono stati tanti i commenti. Greenspan fu a lungo considerato il “Maestro”, anche se non mancarono critiche al suo operato, per lo più al termine della sua presidenza della banca centrale americana.

La crisi che deflagrò con il default di Lehman Brothers nel 2008, ma che già dall’anno prima stava manifestandosi con sempre più vistose crepe nel mercato immobiliare e in tutta la finanza strutturata su di esso fu imputata anche a Greenspan. Paradossalmente più per la “deregulation” da lui promossa (in realtà non era deregulation, ma regulation che favoriva il moral hazard) che per le inondazioni di denaro fiat con cui aveva a più riprese fornito un mercato sempre più dipendente dalla droga monetaria.

La chiamavano “Greenspan Put“, dato che Greenspan allentava la politica monetaria ogni volta che il mercato azionario dava segni di cedimento. Le basi della “Greenspan Put” furono poste all’indomani del crollo di Wall Street nell’ottobre del 1987, quando era da poco divenuto presidente della Fed.

  • “La Federal Reserve, in linea con le sue responsabilità di banca centrale nazionale, ha confermato oggi la propria disponibilità a fungere da fonte di liquidità a sostegno del sistema economico e finanziario”, disse Greenspan.

La “Greenspan Put” divenne poi sempre più consistente quando il presidente della Fed orchestrò il salvataggio del fondo Long Term Capital Management nel 1998, nonché quando ci fu lo scoppio della bolla dot-com nel 2000. Tutti episodi che in parte furono causati dalla stessa politica monetaria accomodante della Fed di Greenspan.

Eppure Greenspan è stato spesso considerato un fautore del libero mercato e addirittura un difensore del gold standard, probabilmente per via di un suo saggio del 1966 intitolato “Gold and Economic Freedom”. Su questo, come su tanto altro, ho sempre trovato illuminante il ritratto che ne fece Murray Rothbard all’inizio della presidenza alla Fed nel suo articolo su “The Free Market” dell’agosto 1987 intitolato “Alan Greenspan: A Minority Report on the Fed Chairman”, inserito nella raccolta “Making Economic Sense” pubblicata dal Mises Institute.

Rothbard, conoscendolo da lungo tempo, notava che Greenspan aveva il “dono di dire assolutamente nulla parlando a lungo con una sintassi rococò e senza avere una posizione netta di alcun tipo”. Una cosa di cui lo stesso Greenspan andava fiero, peraltro. Per questo, sosteneva ancora Rothbard, “la vera qualità di Greenspan è che si si potrà avere fiducia che non contrasterà mai l’establishment”. Anche perché in quanto “presunto “pragmatista del laissez-faire”, in nessun momento della sua eminente carriera politica ventennale ha mai sostenuto nulla che sappia anche solo lontanamente di laissez-faire, o persino di un qualsiasi approccio ad esso. Per Greenspan, il laissez-faire non è una stella polare, uno standard, una guida per orientarsi; è piuttosto una semplice curiosità tenuta nascosta, totalmente slegata dalle sue concrete conclusioni politiche.”

Concludeva (profeticamente) Rothbard:

  • “Sì, l’establishment ha ottimi motivi per dormire sonni tranquilli con Greenspan al timone della nostra politica monetaria. E, ciliegina sulla torta, sanno che il randianismo “filosofico” di Greenspan ingannerà senza dubbio molti sostenitori del libero mercato, facendo loro credere che un paladino della loro causa ora sieda ai vertici del potere”.

Considerazioni un po’ più credibili, direi, rispetto a quelle di chi lo ha criticato dopo averlo a lungo chiamato Maestro, peraltro osannando i suoi successori, da Ben Bernanke (che ha pure vinto il Nobel per l’economia nel 2022) a Jarome Powell, passando per Janet Yellen. Tutti banchieri centrali che, quanto a politiche monetarie espansive e relative conseguenze (anche prospettiche), fanno sembrare il fu Alan Greenspan un timido dilettante.

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